Ignoriamo la sacralità dell’amore, altrimenti sapremo che solo colui che si è innamorato una volta sa distinguere il vivere dal sopravvivere. Ignoriamo la sacralità dell’amore, altrimenti sapremo che, solo attraverso di esso, si è coscienti di essere-nel-mondo, rifiutando una vile esistenza passiva, priva di senso. Ignoriamo la sacralità dell’amore altrimenti non avremo permesso alla malattia consumistica di depredare la dimensione e l’essenza di tale sentimento.

Se in età imperialista, le campagne di conquista miravano alla distruzione totale per imporre il proprio dominio, il fenomeno consumistico, nell’epoca odierna, strisciando silenziosamente ha inaridito il terreno emotivo, innescando in ognuno di noi un processo, solo apparentemente lento, di autoannullamento e di autodistruzione, per mostrarsi, in extremis, come unica soluzione salvifica. Ed è proprio qui, nel nulla più assoluto, nella totale assenza di legami reali e nella svalutazione delle emozioni, che il capitalismo investe. Umberto Galimberti, nel saggio “I vizi capitali e i nuovi vizi”, afferma che il consumismo è diventato un vizio da quando ha desertificato la mente, mirando specificatamente all’appiattimento della dimensione affettiva e alla deprivazione sensoriale, a tal punto da farci ritenere che solo consumando possiamo garantire la nostra identità, libertà e sensibilità. Dunque, sebbene l’uomo sia nato per amare, come può nascere e germogliare nella terra dell’apatia o dell’emozione surrogata un sentimento puro, intenso e spaventosamente reale come l’amore? Ciò non è possibile, se non ricreando una concezione dell’amore, impoverita e spogliata dei suoi contenuti più aulici, che si fonda sulla stima qualitativa di una relazione amorosa sulla base dei parametri di valutazione dei prodotti economici: immediato appagamento, eliminazione dei rischi, prontezza per l’uso, godimento massimo, possibilità di smaltimento per far posto a nuovi beni, in linea con il principio di consumo.

Ed è proprio quando il desiderio, la linfa vitale del consumismo, diventa irrefrenabile e senza confini che si sacrifica nell’amore, come nei prodotti seriali, la qualità per la quantità. Viene,così, alla luce, “l’amore liquido”, denominato e teorizzato da Zygmunt Bauman. La piena realizzazione della nuova forma surrogata dell’amore avviene nel web, che permette di creare relazioni, senza necessariamente un coinvolgimento, in modo passivo e più pratico, mantenendo accuratamente una distanza sicura e protettiva. Così si offre a noi una molteplice varietà di siti per esporre noi stessi ed a sua volta per guardare, apprezzare o rifiutare, scegliere o cancellare uomini e donne, selezionando un possibile compagno d’amore. In tali  mercati affettivi, ognuno gode del privilegio di allestire la propria vetrina, decidendo di condividere solo ciò si preferisce o si finge d’essere. Il soggetto si tramuta in un mero prodotto ed amare diventa sinonimo di consumare.

Ma l’essenza stessa dell’amore è inconciliabile con la realtà passiva della rete. Capaci d’amare sono coloro che creano e ricreano la loro esistenza secondo il proprio ideale; la quotidianità da ripetitiva sequenza di doveri si tramuta in irripetibile attimo, hic et nunc, qui ed ora irradiato dalla potenza indicibile del sentimento d’amore. Amare, dunque, secondo quanto affermava la stessa Diotima nel Simposio di Platone non è contemplazione passiva della bellezza, come può accadere per un oggetto, ma è generazione e procreazione della bellezza stessa, svelando e condividendo la propria intimità, la parte meno visibile all’occhio umano. L’intimità è lasciare che l’amato possa farsi spazio fra le nostra ciglia, attraversare gli occhi ed i capelli, scendere giù per le labbra, per farsi parte di ogni angolo del corpo e giungere al nostro essere più profondo, negato agli estranei, spesso inconoscibile anche da noi stessi. E questo abbandono verso l’altro non offre certezze, apre unicamente ad un impredicibile futuro, in cui convivono gioia e timore, in cui è essenziale l’impegno, la cura, “l’umiltà, le fede, il coraggio, che-come sostiene Erich Fromm- in una cultura in cui queste qualità sono rare, l’acquisizione della capacità di amare è condannata a restare un successo raro”