Fortunato quel Paese che non ha bisogno di eroi, scriveva il vecchio e caro Brecht. Cosa alquanto difficile da immaginare oggigiorno visto che seppure in mancanza di “eroi”, facciamo in modo di crearceli da noi o ci vengono imposti dall’alto. Parlo dell’Italia, ma non solo, guardo al mondo in generale. Proprio sotto i nostri occhi, i bambini crescono a pane e realtà virtuali, preferibilmente splatter e sparatutto, mentre contemporaneamente il mondo degli adulti traffica con palmari e facebook. Gli scudetti di calcio oramai sono sempre più di cartone e i governi fanno di tutto per osannare droni e soldati che di pace ne portano poca, ma di interessi ne accumulano a tonnellate. In tutto ciò, quali e dove sono i nostri eroi?

A carnevale ci si maschera solo da personaggi televisivi o Vips dello star system. Ma perché abbiamo appeso al chiodo il mantello di Superman e la maschera di Batman? Non parlo di eroi, nel senso più puro della parola: eroe è colui che compie uno straordinario e generoso atto di coraggio, che comporti o possa comportare il consapevole sacrificio di se stesso, allo scopo di proteggere il bene altrui o comune. Ma vado in cerca di fantasia e purezza. Al parco i bambini sono chini su loro videogiochi e si sente la mancanza di grida e di scaramucce. Non si vedono i mocciosi che si inseguono con spade da gladiatori e spadaccini alla Zorro. I giornalai continuano a riservare alcuni scaffali, in basso e sul retro, ai pochi fumetti rimasti in circolazione: Dylan Dog, Diabolik, i capolavori della Marvel e il Topolino che non muore mai. Ma è roba da collezionisti. Allora ci si chiede dove è finita la fantasia e la sana facoltà umana di evadere dalla realtà? Esistono ancora i mondi eroici e alternativi, fatti di navicelle intergalattiche e animali parlanti? Chi ancora osi esternare queste fantasie viene spesso superficialmente bollato come Nerd, o semplicemente come sfigato e fuori moda.

Stefan Zweig reclamava di “questo eterno bisogno di fabbricare eroi”. Perché ovviamente l’uomo è insicuro e solo. Ha paura di camminare sulle proprie gambe e necessita di modelli che lo conducano a processi di integrazione e di costruzione dell’individuo e di “gruppo”. Bisogna fare qualche passo indietro per capire che gli eroi contemporanei risalgono alla Seconda Guerra Mondiale, ad un universo eroico costruito e ricomposto all’interno del mondo occidentale. L’orrore dei genocidi e dei conflitti internazionali si è radicati nell’ immaginario collettivo, nei ricordi e nelle tradizioni. Da ciò è nata la volontà di ricostruirsi e riedificare i profondi valori di giustizia, solidarietà e umanità. Da qui, il bisogno di guide e di eroi, sinonimo di normalità, quotidianità e universalità. Le generazioni nuove scoprono e si reinventano, lasciandosi imporre dei modelli adatti alla loro epoca, per rispondere così ai propri bisogni e alla voglia di ammirare, di infiammarsi, di aderire ad una causa e a dei valori.

Di eroi ne abbiamo ovunque, ma sono realmente da considerare tali? Prendiamo ad esempio gli “eroi politici”. Coloro che combattono per un mondo nuovo e un ordine uguale e più giusto. Hanno conosciuto un successo tale fino agli anni ’70. Nomi come Martin Luther King, Che Guevara, Nelson Mandela, hanno segnato profondamente il corso della storia ed hanno tentato di cambiare, almeno ci hanno provato, qualche cosa. Ad oggi, nel 2012, assistiamo invece alla fuga dalla politica, vista solo come un mostro mangiasoldi e autodistruttivo. Molti eroi sono creature di pura finzione: cow-boys solitari, Ercoli tutto-muscoli e plumbei, agenti segreti, personaggi di fantasy. Nati sulla carta e inchiostro, spesso conosciuti tramite il multimedia e lo schermo a colori, sono la maggior parte delle volte figure effimere. Al contempo la realtà non riesce a proporci che dei banali “Grillo”. Preferiamo la portata planetaria degli avventurieri e degli sportivi. Incarnano però la riuscita individuale e spesso egoista, avvicinandosi solo al mondo delle stelle hollywoodiane e testimoniando quanto sia futile e facilmente sottoponibile ad usura il concetto di eroe. La colpa è tutta nel sistema mediatico cha ha mercificato pure i sogni. Ha bisogno, per sopravvivere, di sfruttare fino in fondo tale processo narcisistico. Di fatto creando, spingendo prima e poi abbandonando nella massa, degli eroi che durano solo l’arco di un giorno. Il tutto per vendere solo riviste e giornali e compiere miracoli quotidiani in materia di sharing audiovisivo.

A che cosa servono questi eroi che abbiamo ereditato? A cosa serviranno quelli che oggigiorno abbiamo deciso di definire come tali? A chi sono destinati gli eroi che stiamo costruendo  e che quotidianamente celebriamo, elevandoli a modelli di vita? Sicuramente ricorrendo solo all’ insegnamento della storia e da una attenta lettura del mondo, le generazioni future hanno la possibilità di spingersi  verso il bene comune, mantenendo tuttavia la questione di cosa sia “bene” e “giusto”, aperta.

Essere eroi oggi è dura. Non è un mestiere, non è un divertimento. Riguarda una sfera di noi stessi ben più profonda, spesso quasi a livelli di azzardo. Bisogna colpire l’animo umano e rinforzarlo. In un mondo dove tutto quello che ci circonda è nichilista, dove molti ci atterrano e ci spaventano, tutti possiamo essere eroi o almeno fantasticarci un po’ su. We can be heroes… just for one day, cantava David Bowie.