Finalmente sembra che ci si sia ricordati dell’ambiente. Nel giro di poche settimane ci siamo riscoperti paladini dell’ecosistema, amanti di Madre Terra e ci siamo accorti che se vogliamo continuare a vivere su questo pianeta sarebbe opportuno cominciare a rispettarlo (anche se le idee a tal proposito sono a dir poco confuse). Fatto sta che il 15 marzo il tanto fervore è arrivato a portare nelle piazze di tutto il mondo migliaia di giovani che chiedono alla politica un cambio di marcia sulla questione ambiente. Ma siamo sicuri che i politici siano i soli responsabili dell’odierna situazione? Svegliarsi da un sonno durato troppo tempo e accorgersi – finalmente – dei danni arrecati alla Terra può anche andar bene, ma alle proteste dei giorni scorsi continua a mancare una domanda fondamentale per un movimento che ha come obiettivo la salvaguardia del pianeta: cosa ci ha fatto arrivare fino a questo punto?

Per rispondere a queste domande, basta analizzare cosa hanno in comune le parole chemiurgia proibizionismo, soprattutto se legate ai concetti di conflitto di interessi e inquinamento ambientale. Si potrebbe cominciare col raccontare che, in un passato neanche troppo lontano, un movimento di scienziati voleva portare nel mondo industrializzato l’uso della chemiurgia: branca dell’industria e della chimica applicata che si occupava di trasformare materie vegetali in prodotti industriali, come l’olio di soia in vernici, l’olio di arachide in lubrificanti e ingredienti per inchiostri, la canapa in plastica, carta o carburante. In poche parole, un’industria le cui materie non hanno impatto sull’ambiente.

Era il 1934 quando il chimico William J. Hale pubblicò il saggio The Farm Chemurgic, dove suggeriva agli agricoltori di non concentrarsi solo sull’aspetto alimentare del loro lavoro, ma di produrre anche materie prime naturali come cellulosa, amido, lignina.

Hale fu il primo a coniare il nome Chemiurgia, ma tanti altri personaggi dell’epoca furono affascinati da questa idea. George Washington Carver, agronomo afroamericano nato nella fine dell’Ottocento da genitori schiavi, brevettò nei laboratori del Tuskegee (Alabama) centinaia di prodotti commerciali analizzando la composizione dei semi e delle varie parti delle piante. Per esempio, scoprì che dal guscio delle arachidi era possibile ottenere dei pannelli adatti per l’edilizia e che le proteine dell’arachide potevano essere trasformate in fibre.

Lo sfruttamento delle risorse agrarie in materie industriali poteva essere la risposta alla grande crisi degli anni Trenta dove i granai erano pieni di prodotti invenduti e milioni di agricoltori ridotti in miseria.

Al cosiddetto movimento della chemiurgia si unì anche l’industriale Henry Ford, sostenuto dall’amico Thomas Edison. Henry Ford, finanziò i primi Convegni del National Farm Chemurgic Council e istituì insieme all’amico Edison vicino a Detroit un centro di ricerca sui prodotti agricoli, chiamato Edison Institute of Technology. Uno dei primi e più importanti programmi di studio fu quello riguardante soia e canapa. Il potenziale di quest’ultima è stato più volte citato dal dipartimento statunitense dell’agricoltura, che nel frattempo aveva istituito quattro laboratori chemurgici divenuti i maggiori centri di ricerca e di applicazione dei prodotti agricoli.

In un’intervista apparsa sul New York Times nel 1925 Henry Ford dichiarava:

Il carburante del futuro sta per venire dal frutto, dalla strada o dalle mele, dalle erbacce, dalla segatura, insomma, da quasi tutto. C’è combustibile in ogni materia vegetale che può essere fermentata e garantire alimentazione. C’è abbastanza alcool nel rendimento di un anno di un campo di patate utile per guidare le macchine necessarie per coltivare i campi per un centinaio di anni.

Sedici anni dopo questa intervista, il colosso dell’automobilistica presentò la Hemp Body Car. Una macchina realizzata con una plastica derivata dalla lavorazione delle fibre di canapa, più leggera delle classiche auto in acciaio e biodegradabile. Eppure, la vera rivoluzione era rappresentata dal suo carburante: la Hemp Body Car era alimentata esclusivamente da canapa distillata (etanolo di canapa), con impatto sull’ambiente pari allo zero.

Il materiale c’era, le idee e gli studi erano stati fatti. Sembrava che la chemiurgia avrebbe fornito al mondo materie prime rinnovabili, un carburante non difficile da recuperare ad impatto zero e un’economia capace di rispettare non solo i bisogni di chi consuma, ma anche di ciò che lo circonda. Tuttavia, di fronte allo sviluppo della chemiurgia si impose il più grande conflitto di interessi che la storia moderna abbia mai vissuto.

Negli Stati Uniti William R. Hearst aveva acquistato migliaia di ettari di foresta da legname per destinarli alla produzione dei suoi sempre più popolari giornali. Con il possibile ritorno della carta da canapa, il suo impero sarebbe crollato nel giro di poco tempo. Un altro importante personaggio dell’industria che si sentiva minacciato dal ritorno della canapa, era Lammot Dupont, proprietario dell’omonima industria chimica. All’epoca aveva ottenuto una serie di brevetti per produrre nylon e altre fibre sintetiche. Il finanziatore di entrambi era l’importante banchiere Andrew Mellon, proprietario anche della Gulf Oil. Oltre al rischio economico per le più importanti compagnie petrolifere americane, c’era la nascente industria farmaceutica, finanziata da J.D. Rockefeller (proprietario anche della Standard Oil) e Andrew Carnegie. Ambedue i personaggi si batterono per soppiantare nella farmacopea tutte le cure naturali a base di erbe, soprattutto la cannabis, per sostituirli con prodotti sintetici.

Tutti questi personaggi avevano il comune obiettivo di sbarazzarsi di questa pianta nel più breve tempo possibile. Per loro fortuna Andrew Mellon ricopriva anche l’incarico di Segretario del tesoro statunitense e poté nominare responsabile dell’ufficio narcotici il suo futuro genero Harry J. Anslinger, già agente federale durante il proibizionismo.

William Randolph Hearst

Hearst prestò i suoi giornali per diffondere una campagna di terrore contro la canapa, associandola a siringhe, a strane orge, feste selvagge, passioni sfrenate, alla pazzia e alla miseria. La campagna continuò in televisione con le pubblicità progresso sostenute da Aslinger:

Una sigaretta di Marijuana può rendere la sua vittima assuefatta in poche settimane, portando alla rovina fisica e morale fino alla morte. La verità è che ogni spinello porta a immoralità e perversioni bestiali, brutalità, omicidi, crimini sessuali, follia o suicidi.

Inoltre, durante la campagna di terrore contro questa pianta, non fu mai usato il nome canapa ma marijuana, termine usato dai messicani che portò ad una distrazione dell’opinione pubblica verso il loro obiettivo, cavalcando gli aspetti razzisti e xenofobi del tempo. Questa campagna mediatica culminò con il Marijuana Tax Act, che diede il via al proibizionismo nei confronti del commercio, dell’uso e della coltivazione della canapa, anche se il composto psicotropo (THC) si trova solo nel fiore.

La maggior parte dei senatori e deputati che votarono la legge non sapevano che marijuana e canapa fossero la stessa pianta. Ma non bastò proibirla solo negli Stati Uniti: durante gli anni ’60 e ’70 l’iniziativa di Anslinger fu portata direttamente alle Nazioni Unite dove fu firmata e promulgata la Convenzione unica sugli stupefacenti, portando di fatto, in pochi anni, alla proibizione in quasi tutto il globo.

La chemiurgia sparì e con la morte di Ford anche la Hemp Body Car, come il carburante a base di canapa, furono screditati dalle industrie petrolifere, facendone svanire il loro sviluppo.

Harry J. Anslinger

Sono passati 82 anni dalla firma al Marijuana Tax Act e ormai della canapa conosciamo solo i fiori e i suoi effetti psicotropi. L’industria odierna prevede quasi esclusivamente l’impiego di materie sintetiche, derivate del petrolio e dei combustibili fossili, difficili se non a volte impossibili da smaltire. Novanta milioni di barili al giorno servono al mondo per far funzionare macchine, produzione e commercio. Per recuperarlo serve forare lo strato superiore della crosta terrestre ed estrarre il petrolio, che si trova in zone ben precise del mondo. Non sono pochi i conflitti che sono scoppiati tra Paesi per il suo controllo.

Negli ultimi decenni si sono scientemente ignorati tutti gli studi degli anni ’30 che suggerivano l’impiego delle fibre vegetali per la produzione della plastica. Milioni di prodotti sono a base di materiali sintetici. La maggior parte degli oggetti in commercio è fatto di plastica derivata dal petrolio la quale, oltre a non essere biodegradabile, ha bisogno di additivi per ottenere delle caratteristiche ben precise: come per esempio la colorazione, la durezza o la capacità di assorbire i raggi violetti. Questi solventi e coloranti, però, possono migrare nel prodotto rivestito, quindi in ciò che mangiamo.

Prendiamo ad esempio gli ftalati, additivi utilizzati per rendere la plastica più flessibile, ma che hanno il non trascurabile difetto di essere inquinanti organici persistenti e, secondo la Endocrine Society, degli interferenti endocrini. In pratica questa sostanza viene riconosciuta dal corpo come ormone estrogeno, creando scompiglio nel suo sistema (per esempio, c’è il rischio di un’alterazione della ghiandola mammaria, fattore che predispone al cancro al seno, mentre nelle donne incinte questa sostanza può alterare lo sviluppo del feto maschile già nell’utero bloccando le funzioni del testosterone, modifica il DNA dello sperma influenzando in modo negativo la futura salute riproduttiva). Un altro interferente endocrino contenuto nella plastica è il bisfenolo A: prodotto in Olanda nella più grande raffineria di Europa che fa capo alla Shell. Al bisfenolo A viene imputato l’aumento delle malattie cardiovascolari, l’insorgere del diabete e dell’obesità, l’insorgere di problemi di riproduzione maschile e disturbi del comportamento influenzando negativamente la produzione di testosterone. Ancora, altra sostanza incriminata è la formaldeide presente nei piatti a plastica rigida per bambini – associata all’insorgere di linfomi e leucemie.

Bollo «Producer of Marihuana», risalente al luglio 1945

Il PFOA è una sostanza presente nelle padelle in pietra (nient’altro che padelle classiche con un rivestimento antiaderente). A tal proposito, è stato fatto uno studio su una cittadina di 60.000 mila persone vicino allo stabilimento della Dupont (una delle industrie responsabili del proibizionismo della canapa), che usava il PFOA per produrre il TEFLON, un famoso antiaderente. A fine studio sono stati riscontrati 6 malattie ricollegabili a questa sostanza: colesterolo alto, colite ulcerosa, disfunzioni alla tiroide, cancro ai testicoli, ai reni e ipertensione gestazionale. La Dupont è stata accusata di aver contaminato le acque della cittadina con il PFOA e condannata a risarcire 5 milioni di dollari un uomo che aveva contratto il cancro ai testicoli.

ll PFOA è una sostanza persistente che non degrada nell’ambiente e non viene di strutta né all’interno del corpo umano né dal sole, per questo non rappresenta solo una minaccia per la salute dell’uomo, ma per l’intero ecosistema. Green Peace ne ha trovato traccia sugli appennini (a 2000 m di altezza) nei laghi svizzeri, nei monti della Slovacchia, Russia, Turchia. A quasi 3000 m in Chile, a 5000 m in Cina e vicino al Polo Nord.

Lo smaltimento della plastica sintetica rappresenta un’altra grande fonte inquinante. Nell’oceano Pacifico si trova una chiazza di plastica e micro-plastiche che si estende su una superficie grande tre volte la Francia.

Dopo 82 anni dal conflitto di interessi che ha portato la canapa e la chemiurgia a scomparire nel mondo industrializzato, siamo tutti a conoscenza dei disastri ambientali e dei danni alla salute umana arrecati dalla produzione di materiali sintetici e fossili. Ogni anno vengono organizzati summit internazionali sull’ambiente, sulla deforestazione, sull’inquinamento dell’aria, del suolo, dei fiumi, dei laghi e degli oceani, ma nessuno parla mai della rivoluzione verde iniziata negli anni ’30. Peccato che della canapa ci si ricordi solo quando bisogna incriminare qualcuno che ne ha fumato i suoi fiori.