Uccidere Montalbano. Dimenticarlo, fare finta che non sia esistito per cercare di ripartire dando nuove prospettive di sviluppo turistico, economico e infrastrutturale a una Sicilia vittima, come tante volte nella sua storia, dell’ignavia e dell’inedia.

Eliminare la forma mentis che ha fatto attaccare alla “mammella” Montalbano la provincia di Ragusa e parte della Val di Noto può apparire una provocazione di fine estate, specie nel periodo in cui i locali, i b&b spuntati come funghi e i ristoranti sono strapieni proprio grazie al celebre commissario. Ma in realtà non lo è. Tra gli splendidi muri a secco della provincia ragusana, gli altipiani, il mare cristallino con tanto di bandiere blu in bella vista, il barocco e l’agricoltura di eccellenza, nessuno ha ancora pensato a come poter andare oltre la figura del personaggio ideato dalla penna di Andrea Camilleri e traslato in fiction dal regista Alberto Sironi.

Per un curioso scherzo del destino, Camilleri e Sironi sono venuti a mancare a poche settimane di distanza l’uno dall’altro nel corso di questa estate. Lo scrittore siciliano il 17 luglio e il regista, originario di Busto Arsizio, il 5 agosto. A entrambi la provincia di Ragusa deve molto, in particolare a Sironi, che con l’occhio acuto dell’uomo di cinema ha saputo vedere quello che i ragusani non hanno mai visto: la bellezza della loro terra.

Abbiamo girato tutta la Sicilia per un mese, fino a quando abbiamo trovato un territorio che ci permettesse di avere in un raggio di 25 chilometri una serie di paesi barocchi straordinari

Lo aveva detto Sironi parlando della scelta della provincia di Ragusa fatta alla fine degli anni ’90 per ambientare la fiction che aveva come riferimento l’immaginaria Vigata di Camilleri. Un periodo in cui i turisti erano pochissimi e le attività del settore ancora meno.

Nel 1997 gli arrivi di visitatori nel ragusano erano stati 141.500, di cui soltanto 28mila stranieri. Dal 1999 cambia tutto. La “casa di Montalbano”, che è quella splendida abitazione che si affaccia direttamente sul mare di Punta Secca, con la terrazzina diventata celebre, è divenuta un bed and breakfast di lusso da centinaia di euro a notte. La piccola frazione marinara è passata dall’essere un borgo di pescatori e di immigrati magrebini, che lavorano nelle vicine campagne, a un crogiuolo di ristoranti, localini colorati, affittacamere e tante nuove edificazioni che hanno, in parte, cambiato il suo volto originario. Hanno beneficiato del boom anche le località vicine, tra cui Marina di Ragusa.

La famosa “casa del commissario Montalbano” a Punta Secca, frazione di Santa Croce Camerina. Foto Malega

Un boom che ha portato a un aumento esponenziale delle strutture ricettive e degli agriturismi: da 65 nel 2001 ai 2900 dieci anni dopo, molti intitolati al commissario. Nel 2018, secondo i dati forniti dal Libero Consorzio di Ragusa, gli arrivi sono stati oltre 307mila, di cui 112mila stranieri.
Grazie alla fiction della Rai in tanti Paesi, come Danimarca, Inghilterra, Finlandia, Stati Uniti e Germania, sono state promosse e ammirate le bellezze barocche di Scicli, Ragusa Ibla, il mare di Punta Secca, Donnalucata, Scoglitti, la bellezza dei centri storici di Comiso, Modica e Vittoria.

Una straordinaria operazione di promozione del territorio in una provincia un tempo moderatamente ricca, ora depressa, visto che conta bassissimi tassi di natalità: dal 2012 a oggi il numero dei decessi ha sempre superato quello delle nascite. Nessuno aveva mai pensato – prima di Sironi, s’intende – di mettere insieme la bellezza di un territorio variegato e di “venderlo” ai visitatori, creando un vero e proprio brand.
Così, come manna dal cielo, gli oltre 30 episodi del Commissario Montalbano, andati più volte in replica toccando punte anche di 12 milioni di spettatori, hanno dato un’identità turistica ed economica a un territorio che, prima di allora, non aveva mai compreso il proprio fascino.

Uno scorcio di Ragusa Ibla

Una fortuna che, come testimoniano altri casi, potrebbe non cadere eternamente dal cielo. Nonostante le lusinghiere presenze del 2018 occorre pensare a un avvenire senza Camilleri e Sironi.
Il futuro, nel dialetto siciliano, è un tempo che non esiste. E sembra non essere un caso. Pur avendo un piccolo aeroporto, a Comiso, e un porto turistico, a Marina di Ragusa, mancano i collegamenti. I treni sono fermi ai tempi dei Borbone; le strade sono come mulattiere; i cento chilometri che separano Ragusa da Catania sono a corsia unica e da vent’anni è fermo il progetto di raddoppio della superstrada.

Manca una prospettiva visto che, ciò che luccica d’estate, diventa opaco d’inverno. I locali chiudono, gli alberghi lavorano meno, i giovani contano sul lavoretto stagionale e poi trascorrono il Natale, se va bene, percependo la disoccupazione. Così torna la malinconia e l’emigrazione è una moria lenta che sta dissanguando la provincia delle sue forze migliori. Meglio prendere un treno, un aereo o un bus, che restare nel vuoto cosmico della mancanza di opportunità: emigranti per costrizione e non per scelta.

Su una popolazione di 320mila abitanti sono quasi 30mila i ragusani iscritti all’Aire e che vivono all’estero, con una crescita costante di chi abbandona la propria terra. Dal 2011 al 2017 un incremento inesorabile, senza contare i tantissimi che si spostano in altre regioni italiane e che ritornano soltanto per pochi giorni l’anno a casa. La disoccupazione giovanile al 44% non è frenata da Montalbano e, ad abbandonare le spiagge, il barocco e i bellissimi centri storici iblei sono – nella maggior parte dei casi – ragazzi laureati che non riescono a trovare uno sbocco lavorativo adeguato.

A loro si aggiungono i tanti cuochi, camerieri, commessi, che preferiscono andare al Nord Italia o all’estero per avere contratti, garanzie e tutele. Nonostante una bellezza sfavillante, sono costretti a cercare fortuna in Inghilterra, in Germania, in America. Così come avevano fatto i loro nonni decenni addietro. La dolcissima estate di Montalbano, che dura da aprile sino a ottobre, non riesce a mitigare la fame di lavoro dei giovani.

La stazione di Ragusa Ibla, foto Giorgio Leggio

L’antico adagio di politici e politicanti che recita che la Sicilia potrebbe vivere solo di turismo si rivela una bugia colossale, che serve a nascondere l’incapacità di visione e di prospettiva di una classe dirigente inadeguata.

La Lombardia, soltanto in un trimestre del 2017, da aprile a giugno, ha incassato 1.778 milioni di euro grazie alla spesa dei turisti stranieri. La Sicilia appena 532 milioni. In inverno ancora peggio: da gennaio a marzo soltanto 133 contro i 1.236 milioni dei lombardi. La sola Venezia è sufficiente a superare il fatturato turistico dell’Isola e alla piccola Ragusa, pur avendo goduto di un indiscutibile successo, non basterà crogiolarsi tra gli allori momentanei dei fasti zingarettiani. Serve ben altro.

A capire e sfruttare il potenziale turistico ci ha pensato Malta, l’isoletta del Mediterraneo a un tiro di schioppo proprio dalla Sicilia. Negli ultimi anni, grazie a politiche oculate, i maltesi hanno attirato investimenti e visitatori e, pur essendo la loro isola 80 volte più piccola, hanno anche superato il numero dei turisti che pernottano in Sicilia.
Così Ragusa si avvia lentamente a salutare un’altra stagione estiva. Locali e ristoranti pian piano si svuoteranno, i giovani inizieranno a fare le valigie e a lasciare che il placido barocco e il mare in burrasca accompagnino per un altro anno una immutabile stasi. In attesa dei nuovi episodi del commissario Montalbano.