Avremmo potuto intitolare questo articolo “… o peggio”. Ma prendiamola per il verso gramsciano. Col piccolo dibattito su Teoria della classe disagiata di Raffaele Alberto Ventura si ripresenta dopo un abbondante lustro la questione analoga sollevata nel duemilaundici/dodici da alcuni intellettuali trentenni e quarantenni, denominatisi generazione TQ. Se ne trovano le tracce in rete. Viene da chiedersi se, come la rivoluzione, anche il rancore generazionale sia un brand. Pamphlet e polemiche quinquennali a parte, la cosa è seria: gli intellettuali – che, secondo Gramsci, col loro lavoro suscitano nel proletariato la coscienza della propria missione storica – si ritrovano a constatare di essere diventati loro stessi proletariato, massa informe sfruttata da chi possiede i mezzi di produzione, le sorgenti dell’informazione (laddove tutto, dalle preferenze sul profilo a una stringa di programmazione, è informazione) e della tecnologia.

Boris Pasternak Writing - Leonid Pasternak (1919)

Boris Pasternak Writing – Leonid Pasternak (1919)

Gli intellettuali gramsciani traevano da Marx e Lenin la loro investitura di intellighenzia, parlavano in nome di quel testo (è frequente il parallelo con la predicazione di San Paolo). Oggi il testo non c’è e i tanti che si dedicano al lavoro intellettuale vedono la loro posizione inflazionata dalla montagna di contenuti on line. Internet acclara che alla moltitudine basta una scimmia che tira palle di neve per sentire d’aver ben speso il proprio tempo, come in passato una donna barbuta: un articolato prodotto intellettuale ha scarsa utilità marginale nei ritagli di tempo libero e oggi siamo piacevolmente perseguitati dall’intrattenimento in ogni interstizio di tempo disponibile. È nell’ordine delle cose che l’intellettuale, fatto proletario, sia in difficoltà nel trovare, se non la sua destinazione storica, almeno il suo posizionamento sociale. Questo lo mette nella difficile condizione di non avere né un quadro ideologico in cui svolgere la sua funzione né un pubblico. È il pubblico il problema: gli intellettuali non sono gli unici proletari, quindi avrebbero una platea potenziale, ma non sanno chi altro c’è in questo nuovo proletariato.

Il capitalismo ha decentrato le fabbriche occidentali in paesi dove il lavoro costa meno, l’operaio è esternalizzato, sta altrove, semi-scomparso. E la tecnologia ha quasi eliminato il rapporto col lavoro, nel senso in cui lo intendeva Hegel, di processo di autocoscienza del servo. L’aleatorietà del lavoro com’è oggi è molto diversa dalla concezione del lavoro che l’ha preceduta: il lavoro che è tutt’uno con chi lo fa, che ne è padroneggiato, l’operaio come parte indispensabile per la gestione della fabbrica. Oggi l’operatore di call center o il grafico sono meno indispensabili alla gestione della struttura di cui fanno parte. Anche per questo vediamo cresciuto il divario fra gli stipendi dei dirigenti (cui vanno aggiunte liquidazioni milionarie) e quelli dei dipendenti (che spesso non godono nemmeno dei diritti di base tipo Lumpenproletariat). Quindi, chi è oggi il soggetto che giustifica l’opera dell’intellettuale e ha le forze per attuarla? In parte siamo al paradosso che la giustifica da se stesso, essendo anche lui sfruttato, al punto di lavorare gratis se non di pagare per lavorare, oltre che di doversi dare da solo – senza averne le forze – un destino nella società. Ma nemmeno lui ha i mezzi per attuarla.

The Scholars - Gabriel Cornelius Ritter von Max

The Scholars – Gabriel Cornelius Ritter von Max

Prima coi TQ e ora con Teoria della classe disagiata, il dibattito poggia sulla rivendicazione d’un ruolo appropriato al proprio status cetuale e intellettuale, mista alla inconfessata consapevolezza che manca il pubblico di riferimento e la capacità d’influire (se non di avere cognizioni) sulla realtà. La proletarizzazione del ceto intellettuale è evidente, come il fatto che non basta a se stesso. È il destino di ogni artista che non trova committente. Ma, appunto, l’intellettuale è solo uno spicchio di questo nuovo proletariato occidentale, del nuovo ceto di sfruttati: come operai marxiani, gli utenti delle piattaforme social, i possessori di smartphone, i sottoscrittori d’abbonamenti internet, gli utilizzatori di motori di ricerca non possiedono i mezzi di produzione di cui si avvalgono per partecipare e mandare avanti le piattaforme social e gli altri luoghi virtuali con la loro opera praticamente gratuita. Milioni di persone concorrono volontariamente a caricare contenuti on line, ad animare pagine web, a creare il valore delle piattaforme di aggregazione dei dati, ottenendo in cambio servizi per un valore molto inferiore, sottoposto a regole che non sono loro a decidere e a percentuali che non possono concordare.

Gli intellettuali rappresentano una minima parte di questo proletariato dell’immaginario, che non manda avanti fabbriche, ma un circuito di produzione di intrattenimento di cui nessun sistema produttivo tradizionale sarebbe capace. E l’intrattenimento è il castone dov’è apposta la gemma della pubblicità. Se in passato una committenza ingaggiava il creatore dell’opera e l’opera si spandeva fra gli individui, con un ritorno d’immagine per il committente, oggi il capitalismo si pubblicizza generando sistemi in cui la società produce le proprie opere e ne fruisce direttamente, con ciò stesso ottenendo un ritorno economico su tre fronti: risparmia sulla produzione di contenuti, il traffico degli utenti produce il valore pubblicitario della piattaforma, i dati generano il mercato parallelo dei Big Data – su cui non occorre insistere.

Subway riders in NYC - Francis Luis Mora (1914)

Subway riders in NYC – Francis Luis Mora (1914)

Questo è il nuovo proletariato con cui l’intellettuale deve confrontarsi: chi alimenta (spendendo gratuitamente o quasi il proprio tempo) il ciclo produttivo immaginario, che alimenta così il capitale. L’inghippo è che l’intellettuale ne fa parte. E come potrebbe essere diversamente? L’intellettuale come voce critica del potere, dell’ordine costituito, che contesta e viene emarginato, è in difficoltà: comunicarsi è già alimentare l’industria dell’immaginario, per sottrarvisi dovrebbe non comunicarsi, auto-emarginarsi. Se oggi contesta davvero solo chi non partecipa alla comunicazione, in una sorta di estremo tramonto del pensiero, occorre un controtempo sulla velocità di produzione, l’astensione dal ritmo del social per osservare una contestazione. Ma a questo prezzo, l’intellettuale scompare, non può tacere, è in contraddizione col suo ruolo. Così non acquisisce mai la distanza necessaria per parlare del nuovo proletariato: egli pensa sia sparito e invece non lo vede perché vi è immerso. Le cose troppo evidenti svaniscono.

Se chi svolge un lavoro intellettuale non afferra questo concetto (ossia che internet deve venire subordinato alla produzione scritta e all’incontro fisico con gli interlocutori) può tranquillamente continuare a rimestare nel proprio malessere. Intanto, appartati dove i fondi lo permettono, un fisico o un genetista guardano da una lente di cristallo, un matematico lavora a un software finanziario, un teologo spiega perché si possono battezzare gli alieni: creano i testi con cui, non questa o la prossima, ma generazioni ancor più nuove dovranno confrontarsi per capire come mai sono quel che sono. Nel frattempo, l’intellettuale stenta anche a decidere se disconnettersi. Ciò naturalmente non significa che distanziarsi dalla rete gioverà automaticamente alla produzione intellettuale, ma semplicemente che quest’ultima dovrà tenersi alla larga dal sistema in nome della propria superiorità gerarchica. Se questa forma di riservatezza/risparmio dovesse sembrare luddismo è perché o il lavoro intellettuale che si è prodotto è effettivamente debole e non interesserebbe nessuno (a parte la liscia superficie del sito dove è inserito, che nella maggior parte dei casi sarà letto giusto dal programma di editing) o perché lo si intende come un abbandono definitivo. No: l’intellettuale deve solo scioperare. La fabbrica (l’inflazione social dei contenuti) lo ucciderà, andarsene dalla fabbrica (pubblicare solo per un pubblico selezionato e mirato) lo ucciderà, che altro dovrebbe fare? È il problema eterno dello stato di necessità.

Ritratto di Émile Zola - Edouard Manet (1868)

Ritratto di Émile Zola – Edouard Manet (1868)

In realtà si tratterebbe d’extrema ratio, un tentativo disperato di salvarlo sulla soglia dell’estinzione. Per molti versi l’intellettuale è spacciato, lo è da quando – per le mutazioni dei tempi – è nata la società dello spettacolo ed egli vi è dovuto entrare, nuovamente, per sopravvivere. Se, come ormai accade, l’informazione (stavolta nel senso ristretto di sistema di trasmissione di verità fattuali, pilastro del sistema culturale) è più un genere dello spettacolo, l’operatore che lavora vicino o nel sistema dell’informazione è alla stregua di un operatore dello spettacolo. È il motivo della crisi d’identità dell’intellettuale e del suo isolamento. Un tentativo disperato che, se dovesse fallire, riconsegnerà il lavoro intellettuale a chi avrà i mezzi per farlo, cioè a chi potrà farlo senza doverne vivere. Da tempo le università non sono più luoghi d’influenza culturale, come le sedi di partito o le redazioni di giornale. Rimangono centri e istituti di ricerca sovvenzionati e i ceti abbienti. Che, non avendo come riferimento il vasto pubblico dei proletari dell’immaginario, lo lasceranno in balia dell’infotainment, sprovvisto di coscienza storica – un accessorio irrinunciabile per ogni rivoluzione di classe.

Per evitare, al prossimo lustro, lo stesso psicodramma generazionale partiamo direttamente da un altro concetto. I futuri aspiranti disoccupati del settore intellettuale sanno che diventeranno carsici esploratori in un mondo di video. Una statistica dice che in cinque anni oltre il novantacinque per cento dei contenuti on line saranno video, certo non sappiamo se da giovedì prossimo tutti cominceranno improvvisamente a scrivere e smetteranno di filmare e fotografare, come non sappiamo cosa avrebbero da scrivere, ma al momento quasi tocchiamo con mano la scomparsa della scrittura. Se per scrittura intendiamo qualcosa che non è uno status di Facebook. Quindi, intanto, il primo concetto che è noto ai posteri è che la scrittura diventerà il mezzo intellettuale esoterico e il video quello essoterico. La scrittura servirà alcuni discorsi e il video altri, anche se provenienti dalla stessa fonte, dallo stesso operatore culturale. La scrittura servirà per quanto né la classe dirigente né il proletariato è necessario sappiano, intanto il proletariato diventerà ermetico a tutti anche a se stesso poiché smetterà di comunicarsi articolatamente con la scrittura prima e con la parola poi, mentre alla classe dirigente serve sempre meno comunicare pensiero preferendo esercitare la forza senza la persuasione. Gli intellettuali di prossima generazione troveranno necessario preliminarmente l’incontro fra loro, possibilmente di persona e in formazioni non numerose, tenendo la riflessione al riparo dalla comunicazione degradata dei social: si costituiranno in gang teoretiche, né simposi né factory, ma spazi raccolti di ricerca ed elaborazione d’idee, dove circoleranno prodotti intellettuali scritti, occasionalmente diffusi su internet. I contenuti video saranno le eco di quanto accade all’interno del gruppo.

The Night before the Exam - Leonid Pasternak 1895

The Night before the Exam – Leonid Pasternak 1895

Quando le infornate di trenta-quarantenni dei prossimi anni si affacceranno al dibattito, quelli di loro interessati alla questione avranno già introiettato che le idee si possono raccontare e possono costituire oggetto di chiacchiera (sine pecunia), anche le idee più assurde, ma non come ci si è arrivati (il ragionamento). Che i concetti non vincono il talent della storia, ma al massimo si piazzano ai lati del podio. E che di essi possono circolare solo superstizioni, cioè immagini. Sciogliendosi dal rapporto con la pedagogia, i prossimi TQ disagiati abbandoneranno definitivamente l’ambizione di partecipare alla storia, cioè di comunicarsi, che aveva animato i loro avi dalla seconda rivoluzione industriale fino a ieri. Ricominceranno a incontrarsi, per loro diretto interesse, scompariranno dal sistema della comunicazione anziché venirne annegati e almeno continueranno a esistere.

A noi sembreranno carbonari o serpenti gnostici, ma sono i giochi della prospettiva, la gang teoretica si sente un organismo dove ognuno è protetto, mimetizzato, dall’anonimato del gruppo, che non è un luogo dove si distribuiscono riconoscimenti e ci si dà pacche sulle spalle, ma dove si usano e creano strumenti di pensiero, come una comunità di hacker dei concetti. Se poi ne fuoriesce qualcosa, delle pagine o dei video, come da una gang può venir fuori qualche graffito incomprensibile al passante casuale, esso sarà forse elemento di una strategia (di guadagno?). Ma, come si diceva in un film di cui piacque parlar male, io non mi occupo dell’altrove e di cosa accadrà nel prossimo decennio o ventennio è difficile dire. Chi si occupa di futurologia paventa che fra meno di dieci anni i nostri cavi non riusciranno più a supportare il carico di informazioni che invieremo, sarà vero?

Sitting of the Council - Leonid Pasternak (1902)

Sitting of the Council – Leonid Pasternak (1902)

Qui e ora, l’intellettuale può astenersi dal lavoro, svincolato dallo stato di necessità e animato solo dalla volontà adolescenziale di esserci. Egli è lontano dalle condizioni del proletario del passato, per il quale sciopero significava sicura e prolungata mancanza di sostentamento, picchetti, arresti ecc. Oggi la sua astensione basta che duri due ore: le ore di punta sui social, per avere successo. Alla lunga, se non è scaltro, può certo essere licenziato, ma un altro lavoretto sottopagato con cui non paga le bollette può trovarlo, soprattutto se nel frattempo ha entrate collaterali da contenuti che ha collocato ad hoc per ottenere le percentuali pubblicitarie (come una serie di video complottisti su Youtube) e da altre collaborazioni sottopagate. Inoltre diamo per scontato, se seguiamo Ventura, che egli stia già approfittando del patrimonio familiare: non cadrebbe all’istante in disgrazia. Quindi slittamenti, piccoli ritardi nelle consegne e nelle condivisioni, contenuti studiati per il committente e contenenti propri esperimenti ecc. possono essere altrettante strategie di sabotaggio, se la prospettiva dell’estinzione silenziosa non è gradita agli intellettuali disagiati di oggi.

Insinuati in ogni ruolo di rappresentanza, non hanno che da continuare a manipolare i loro stessi prodotti per mettere in crisi il sistema: basterebbe loro assecondarlo per farlo impallare, per esempio basterebbe loro citare senza usare le virgolette, anziché impegolarsi se metterle e appesantire o toglierle e dire banalità. Non sperimentare queste possibilità, col motivo fittizio dello stato di necessità (che matematicamente peggiora), rende sospetto l’intellettuale e concreta l’ipotesi che egli produca per puro narcisismo. L’intellettuale, che dovrebbe guidarci fuori dal Titanic, si attarda ad ascoltare l’orchestrina sul ponte. Non pensa “se faccio finta di nulla non affonda”, ma “se faccio vedere che non ho paura, non mi farà niente”. Ma i suoi posteri riconosceranno, e lui dovrebbe sapere, che collaborare al sistema della comunicazione evoca la deliziosa immagine dell’uomo che resta fermo per non far agitare il boa che lo risale. Solerte produce, posta, ingozza la rete con timore e tremore, come l’uomo antico consegna al mondo immateriale qualcosa che almeno sia passato per le sue mani (coltivato, allevato, in questo caso come minimo digitato) per invocare prosperità e non essere lui annientato dal dio.

Golgotha - Edvard Munch (1900)

Golgotha – Edvard Munch (1900)

Diciamo all’intellettuale: seppure sciolto dalla pedagogia, di non restare immobilizzato dalla speranza del meglio. Il meglio non esiste. È solo così…