C’è un filo conduttore in tutte le indagini sul terrorismo di matrice islamista che insanguina l’Europa: in ognuna delle cellule che hanno fatto strage di innocenti nelle maggiori capitali europee, convivevano soggetti ignoti alle forze dell’ordine e soggetti i cui nomi sono legati a precedenti inchieste penali, che spesso hanno fatto da guida o da sostegno ai primi. Ciò potrebbe aiutarci a capire il perché della sorprendente velocità con cui si completa il vasto mosaico delle inchieste sul terrorismo, rispetto ai normali tempi di una indagine di polizia. Funzionari delle forze dell’ordine ci danno ogni giorno particolari estremamente dettagliati su fatti accaduti poche ore prime. Valenti giornalisti acquisiscono continuamente informazioni da anonime fonti di intelligence, che dimostrano di sapere molto su soggetti fino a poco prima sconosciuti.

Può davvero essere così? No, non è così. Gli strumenti di acquisizione di informazioni in mano alle agenzie di intelligence sono almeno due lustri avanti rispetto a quanto noto ai cittadini: si conosce quasi tutto di noi, dai nostri amici alle nostre frequentazioni, dai nostri interessi al nostro passato. In parte grazie alla “voluntary disclosure” che ognuno di noi fa di sé stesso attraverso le reti sociali virtuali, splendida invenzione reticolare post 11 settembre, ma anche attraverso la condivisione informale – più propriamente illegale – che fanno i provider di servizi telematici e le grandi aziende informatiche. E infine, attraverso la maggiore collaborazione che si instaura, in momenti ad alto impatto emotivo, tra le agenzie di intelligence di paesi alleati, normalmente impegnate a farsi una guerra commerciale sotterranea. Non essendo possibile rendere direttamente edotta l’opinione pubblica di questa pervasività del controllo, si fanno filtrare le notizie attraverso gli organi di informazione, senza nulla togliere ai più bravi giornalisti d’inchiesta, che tali notizie sanno quando e dove raccogliere. A volte, come nel caso di Barcellona, una cellula terroristica riesce ad essere del tutto invisibile ai radar delle autorità, fino a quando si iniziano a scoprire legami con terroristi già noti alle cronache.

Fotografie di documenti, viaggi, frequentazioni, il cronista va quindi alla ricerca di nomi e date e spesso nel breve volgere di qualche ora, una nuova mappa transnazionale del terrore prende forma; mettendo assieme i pezzi da investigatore fai da te, si scopre una cosa difficilmente comprensibile: tra i soggetti indagati per partecipazione ad attività terroristiche o per il fiancheggiamento delle medesime, pochissimi vanno effettivamente in carcere o vengono perseguiti e neutralizzati con la fermezza che questa impetuosa reazione di polizia farebbe supporre. Latitanze, assoluzioni, blande condanne, i nomi dei luoghi e delle persone si ripresentano dopo anni, anche un decennio, completando un sinistro disegno che, se solo si fossero uniti due puntini tempo prima, si sarebbe candidamente disvelato agli investigatori. Perché dunque questa schizofrenia tra pervasività del controllo e certezza della pena? Una buona parte dell’opinione pubblica, soprattutto negli Stati ad alta industrializzazione, parlerebbe di garanzie democratiche e di diritti civili – o più propriamente, di libertà – presunzione d’innocenza, habeas corpus, rieducazione del reo e giù con le locuzioni, chi più ne ha più ne metta. Il resto del mondo non si esprime invece allo stesso modo, perché nel resto del mondo le garanzie democratiche e i diritti personali semplicemente non esistono: a molte latitudini la diatriba tra il Logos, ovvero l’astrazione del pensiero, e Ananke, la necessità, è rapidamente risolta dalla lotta quotidiana per la vita.

Quanti massacri ci sono stati nel mondo mentre gli alfieri dei diritti umani discutevano delle regole di ingaggio? Peraltro, la storia dell’uomo e delle nazioni è da sempre caratterizzata dalla guerra come strumento di risoluzione delle controversie e lungi dalle chiacchiere accademiche, molti governi le considerano tuttora uno strumento funzionale al perseguimento dei propri interessi economici e politici. Lontano da casa, ben inteso e fino a quando la guerra non arriva da noi. Cosa spaventa dunque i nostri governanti? La risposta è una: il fatto che questo nemico è un formidabile parassita del modello borghese liberale. In molti casi i terroristi sono figli di chi ha trovato qui da noi condizioni di vita migliori; sono stati cresciuti dal nostro Stato assistenziale, hanno studiato nelle nostre scuole, hanno stretto amicizie con i nostri e loro connazionali acquisiti. Come molte altre forme di criminalità, possono contare persino sul concorso esterno di una giustizia che solo a parole difende la legalità, deresponsabilizzando invece in maniera totale l’individuo: le leggi sono scritte da avvocati che cercano di rendere più difficile la condanna dei loro più illustri assistiti, persone fisiche o giuridiche.

Le forze di polizia sono indebolite da costanti tagli di bilancio; i tribunali appesantiti da personale inefficiente e dalla scarsa affidabilità della selezione pubblica di merito. La funzione generale preventiva della pena – ovvero quella che vede la pena come strumento di monito per l’intera comunità – sacrificata sull’altare della prevenzione speciale – ovvero quella dottrina secondo cui la pena deve essere ritagliata su misura per permettere il recupero di ogni delinquente –. Ciò è effettivamente possibile, ma non sempre come ci vogliono far credere. Il risultato sono pene blande e prive di qualsiasi afflittività, che rendono l’illegalità relativamente più conveniente rispetto alla legalità. Esistono dei veri e propri vademecum dell’illegalità sistematica, in cui sguazzano beatamente anche i fanatici, assistiti dai loro avvocati. Il nuovo terrorismo islamista è un nemico astuto che vive insieme a noi, che si nutre delle scorie della nostra società: più saprofita che salafita o wahabita. Ai tempi del terrorismo politico la classe operaia rivendicava i diritti civili cantando per le strade:

“Voi gente per bene che pace cercate, la pace per far quello che voi volete, ma se questo è il prezzo vogliamo la guerra, vogliamo vedervi finir sotto terra”

Oggi la lotta di classe è fuori moda: esiste invece una classe di giovanotti, che noi stessi abbiamo accolto e cresciuto, pregna di risentimenti e invidie, che vuole la distruzione della nostra società, il male di tutti noi, non importa se ricchi o operai, se oppressi o oppressori. Sono i figli spuri del culto mondialista borghese, che invece di coltivare benessere e pace sociale, ha seminato ingiustizia, odio e impunità in ogni angolo del mondo. E la banalità del male che oggi viviamo nelle nostre città, ne è soltanto il triste rinculo.