Molto spesso, ascoltando qualche conversazione circa i più recenti fatti di cronaca, si sentono affermazioni del tipo: bisognerebbe metterlo in carcere e buttare la chiave, oppure: ci rivorrebbe la pena di morte. Queste affermazioni, provenienti il più delle volte da persone che non hanno una preparazione giuridico-economica adeguata e che non conoscono la reale situazione del nostro paese, hanno origine da un diffuso sentimento di insicurezza sociale che ha come sua più naturale reazione l’ostracizzazione del diverso, nel tentativo di allontanare da sé e dai proprio cari, individui che sono considerati irrecuperabili. Ma un’applicazione della pena costituzionalmente orientata, volta alla rieducazione del condannato ex art.27 Cost., deve necessariamente discostarsi dal modello di carcerazione massiccia oggi vigente ed accogliere contestualmente le teorie critiche secondo le quali la carcerazione sancisce la definitiva espulsione del recluso dal tessuto sociale, aggravando l’orientamento deviante e finendo per restituire alla società un individuo peggiore di quello che è entrato. In una parola, un futuro recidivo.
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La contemporaneità e l’importanza dello studio di questo fenomeno è dimostrata dagli interventi di alte cariche istituzionali, tra cui lo stesso Presidente della Repubblica Sergio Mattarella che, in occasione del “199° anniversario di fondazione del corpo della polizia penitenziaria”, ha inviato al Capo del Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria, Santi Consolo il seguente messaggio:

La concreta realizzazione di un sistema rispettoso del dettato dell’articolo 27 della Costituzione sulla funzione rieducativa della pena – e sul senso di umanità cui devono corrispondere i relativi trattamenti- rimane obiettivo prioritario […] L’esigenza di un profondo rinnovamento del modello di detenzione trova fondamento anche nel nuovo senso delle pene che si va radicando nella cultura sociale e politica […] Occorre proseguire sulla strada di un modello organizzativo e di gestione che, nel garantire la sicurezza della comunità ed il libero svolgimento delle relazioni sociali, sappia unire l’opportunità dell’istruzione, del lavoro, l’apertura alla società esterna, per offrire ai detenuti la scelta del recupero e della integrazione […]

Un’analisi del sistema carcerario italiano, in cui l’82.6% dell’esecuzione delle condanne viene scontata in carcere (con un tasso di sovraffollamento pari al 108%, e che non tiene conto delle situazioni transitorie, come i reparti chiusi per lavori di manutenzione, altrimenti salirebbe 118%), che abbia come scopo la verifica della concreta efficacia dello stesso, dunque, non può prescindere da una valutazione degli effetti che questo comporta nei confronti degli individui che lo hanno subito. Al contrario deve necessariamente trovare fondamento in alcune premesse:

1) La recidiva come indice valutativo dell’efficacia del sistema carcerario;

2) Il carcere duro come causa di un più alto tasso di recidiva.

Sulla base di queste premesse, la trattazione avverrà in senso tale da verificare l’effettivo “rapporto sussistente tra misure alternative al carcere e tasso di recidiva”, con un’analisi del particolare fenomeno del carcere di Bollate e dell’influenza che un riconoscimento di maggiori diritti ai detenuti può comportare nei confronti del tasso di recidiva stesso.

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Rapporto tra misure alternative al carcere e recidiva:

Nell’analisi dell’efficacia di un sistema carcerario, tra i vari argomenti che ci vengono proposti, ruolo principale spetta alla recidiva. Viene definito recidivo, in base all’art.99 codice penale,

Chi, dopo essere stato condannato per un delitto non colposo, ne commette un altro, può essere sottoposto ad un aumento di un terzo della pena da infliggere per il nuovo delitto non colposo.

Per definizione dunque, un alto tasso di recidiva indica che il compito specifico del sistema carcerario, dettato dall’art.27 della Costituzione che sancisce come le pene devono tendere alla rieducazione del condannato, non viene adeguatamente assolto, avendosi come conseguenza una mancata riabilitazione del detenuto. Al Contrario, un basso tasso di recidiva indica, che quello stesso compito viene assolto in modo apprezzabile. Diversi testi, che rappresentano il crescente interesse della cultura giuridica al tema, hanno dimostrato come possa variare il tasso di recidiva al variare della modalità di esecuzione della pena: ad una diminuzione della durezza del sistema carcerario corrisponde infatti una minore propensione da parte del detenuto a ricommettere un delitto.

A supporto di quest’ultima tesi vi è sicuramente lo studio condotto, nel 2007, da Fabrizio Leonardi, sul rapporto tra la misura dell’affidamento in prova al servizio sociale (sia ordinario che terapeutico) e l’abbattimento del tasso di recidiva, sul presupposto che

il calcolo della recidiva rappresenta una misura più accurata riguardo alla riuscita delle misure alternative alla detenzione […] con riferimento al presupposto previsto dall’art.47 dell’ordinamento penitenziario, e cioè l’idoneità della misura a prevenire la ricaduta del soggetto nelle attività criminose.

L’analisi del fenomeno è stata effettuata avendo per oggetto un gruppo di individui affidati in prova al servizio sociale e verificando, in seguito all’archiviazione della misura stessa nel 1998, per il periodo successivo fino al 2005, quanti di questi avessero commesso ulteriori reati per i quali fossero stati condannati con sentenza definitiva (esclusi quei casi che presentavano motivi di chiusura che non implicavano l’estinzione della pena o per irreperibilità del soggetto). I dati raccolti dal Casellario hanno fornito informazioni su 8.817 soggetti, tra i quali ne sono risultati recidivi 1.677, pari al 19% degli stessi. Si può dunque notare un netto miglioramento rispetto al tasso di recidiva dei soggetti detenuti: nel 1998 sono stati scarcerati 5.772 condannati, dei quali 3.951, nell’arco dello stesso periodo temporale, sono stati nuovamente condannati in via definitiva, per un tasso di recidiva corrispondente al 68.45%. Inoltre, la bontà dell’uso delle misure alternative al carcere è comprovata dal basso numero di revoche: Soltanto il 7% di queste è stato revocato successivamente.

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La differenza nel tasso di recidiva, pari a quasi 50 punti percentuali, mostra le evidenti difficoltà del nostro ordinamento carcerario a raggiungere l’obiettivo predisposto dall’art.27 della Costituzione, secondo cui le pene deve tendere alla rieducazione del condannato ed evidenzia come, paradossalmente, l’istituzione carceraria sia essa stessa produttrice di recidiva, mentre l’esecuzione della pena all’esterno del carcere si traduca in un reinserimento del condannato nella società più efficace e concreto.

A conferma di questa soluzione, lo stesso studio analizza in modo più specifico il rapporto tra recidiva, tipologie di affidamento in prova al servizio sociale e tempo trascorso in carcere: dal 1998, il rapporto tra affidati provenienti da situazione detentiva ed affidati provenienti dallo stato di libertà ha illustrato come la percentuale di recidiva sia inferiore di circa 5 punti percentuali nel secondo caso (16%) rispetto al primo (21%). Dello stesso parere è anche Luigi Ferrajoli che, nella sua opera Il Paradigma Garantista, definisce il carcere come:

Un’istituzione al tempo stesso illiberale, lesiva della dignità della persona […] non più idonea a soddisfare nessuna delle due ragioni che giustificano l’azione penale: non la prevenzione dei delitti, dato il carattere criminogeno delle carceri destinate da sempre a funzionare come scuole di delinquenza e di reclutamento della criminalità organizzata […] Frattanto, in attesa dei tempi lunghi nei quali è destinata a maturare l’abolizione della pena detentiva, esigenze elementari di certezza e di giustizia ne rendono necessaria nei tempi brevi una drastica riduzione […] la sua sostituzione […] con un più ampio ventaglio di pene, pur esse limitative della libertà ma non segregative.

Altri studi a supporto della tesi in oggetto sono quelli presentati da Giovanni Torrente, Luigi Manconi e Giovanni Jocteau, relativi agli effetti che l’indulto, emanato con la Legge 31 luglio 2006 n. 241, ha avuto nei confronti del tasso di recidiva.

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La legge 241, che si poneva l’esplicita finalità di riportare il sistema penitenziario italiano all’interno dei parametri della legalità, aveva per oggetto

tutti i reati commessi fino al 2 maggio 2006 puniti entro i tre anni di pena detentiva e con pene pecuniarie non superiori a 10.000 euro, sole o congiunte a pene detentive, ad esclusione di alcuni reati previsti dal codice penale, come associazione sovversiva, reati di terrorismo, strage, sequestro di persona, banda armata, etc.

Nonostante si fondasse su tali motivazioni, il provvedimento fu oggetto di feroci critiche, mosse prevalentemente dagli organi di informazione, che lo rappresentarono

da un lato, come provvedimento “salva ladri” e, dall’altro, come la causa della liberazione di numerosi potenziali criminali che avrebbero provocato un aumento dell’insicurezza sociale e della criminalità”.

Tali critiche fondavano le proprie argomentazioni su alcuni assunti:

1) L’indulto avrebbe provocato una perdita dell’efficacia intimidatoria delle norme giuridiche;

2) La pena avrebbe perso la sua efficacia come strumento di prevenzione generale;

3) La cessazione del programma di trattamento avrebbe determinato la scarcerazione di soggetti non ancora pronti al reingresso nella società e potenzialmente pericolosi;

4) Avrebbe comportato una lesione del principio di certezza del diritto e della sanzione giuridica.

Da questa premessa, si può ritenere che una larga maggioranza della popolazione e parte della dottrina giuridico-penalistica sostenevano che il provvedimento di indulto avrebbe causato un aumento della criminalità e della possibilità di recidiva. In realtà, diversi studi (come quello di Leonardi, da noi citato precedentemente) hanno dimostrato come sia lo stesso carcere, in cui si consuma il processo di prisonizzazione, a svolgere una funzione di scuola del crimine e a rendere arduo il processo di reinserimento sociale di soggetti che hanno subito una pena detentiva.

In tal modo, ipotizza Torrente, l’uscita prematura dal circuito penitenziario mediante l’indulto avrebbe potuto, soprattutto per i soggetti con un basso numero di esperienze detentive, arrestare quel processo di prisonizzazione verso cui tendono i detenuti. Questa ipotesi viene confermata dall’analisi scientifica dei risultati ottenuti dallo studio sul tasso di recidiva dei soggetti che hanno beneficiato dell’indulto, al 16 Febbraio 2007 e sull’impatto del provvedimento d’indulto nel periodo tra il 1° Agosto 2006 al 31 Gennaio 2007.

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Dalla ricerca di Torrente e Jocteau risulta che nel periodo tra il 1 agosto 2006 al 16 Febbraio 2007, di 25.694 detenuti scarcerati dal provvedimento di indulto ne sono rientrati in carcere 2.855, pari all’11.11% degli stessi. Ai primi devono inoltre essere sommati i 5.869 soggetti che godevano di una misura alternativa al carcere, dei quali ne sono rientrati in carcere solamente 352, pari a circa il 6%. Sommando il numero dei soggetti detenuti e di quelli sottoposti a misure alternative è possibile poi individuare il numero totale di soggetti beneficiari del provvedimento di indulto, pari a 31.563, il cui tasso di recidiva generale si attesta sul 10.16% per i primi sei mesi. A risultati simili pervengono gli studi dello stesso Torrente in collaborazione con Manconi, i quali hanno illustrato come di 36.741 beneficiari del provvedimento di indulto, ne siano rientrati 12.462, per un tasso di recidiva pari al 33.92% dopo circa cinque anni, implicando su un periodo di 7 anni un tasso inferiore al 40%, molto più basso di quello rilevato da Leonardi fra il 1998 ed il 2005. Da questi dati emerge, dunque, come il tasso di recidiva dei soggetti provenienti dal carcere sia quasi il doppio dei soggetti provenienti da misure alternative non detentive.

Molto interessante è inoltre il rapporto tra recidiva e numero di precedenti incarcerazioni: tra gli 11.131 soggetti beneficiari provenienti dal carcere alla loro prima esperienza detentiva, ha fatto rientro in carcere, nei successivi 38 mesi, il 18.91%. Nello stesso arco temporale, tra i 3.313 provenienti dalla misura alternativa, ha fatto rientro in carcere il 13.95%. In modo prevedibile, queste percentuali tendono a salire in base al numero di precedenti carcerazioni, comportando un aumento di recidiva, per i soggetti con cinque e oltre precedenti carcerazioni, nel primo caso, fino al 53.52%; nel secondo caso, fino al 39.57%. Questa specificazione sembra dunque confermare la concreta capacità di supporto che le misure alternative hanno nel processo di rieducazione del condannato, non soltanto nei confronti di coloro che hanno una minima esperienza detentiva, ma anche nei confronti di soggetti con numerose esperienze penitenziarie. In conclusione, i dati precedentemente illustrati ed i risultati che il provvedimento di indulto ha ottenuto confutano in modo soddisfacente le critiche accennate in precedenza sui possibili rischi di aumento della criminalità, attestando, nello stesso orizzonte temporale quinquennale, un tasso di recidiva notevolmente inferiore rispetto a quello che si ottiene mediante l’ordinaria pena detentiva (che ricordiamo essere pari al 68,45%), ad ulteriore conferma della notevole efficacia delle misure alternative e di tutti quei percorsi di reinserimento sociale che si sostituiscono alla reclusione carceraria.

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Il carcere di Bollate: 

L’analisi del rapporto tra le modalità di trattamento del detenuto e tasso di recidiva può essere proseguito avendo come oggetto la peculiare esperienza del carcere di Bollate, situato nella provincia di Milano. Lo studio, realizzato dall’ Einaudi Institute for Economics Finance in collaborazione con il Sole 24 Ore, aveva lo scopo di verificare quale fosse l’effetto che una diversa tipologia di trattamento carcerario, incentrata non sul modello reclusione/isolamento bensì su una apertura (concreta, visto che le celle rimangono aperte per tutta la giornata) ai detenuti della struttura penitenziaria stessa, mediante una diretta partecipazione degli stessi alla organizzazione della vita carceraria e attraverso politiche di reinserimento sociale fondate, prevalentemente, su opportunità di formazione professionale e di lavoro presso soggetti esterni all’Amministrazione Penitenziaria, avesse nei confronti del tasso di recidiva calcolato nei tre anni successivi al termine dell’incarcerazione, sull’assunto che

the same sentence lenght might induce very different post-release behaviour, depending on whether the prison conditions were harsh or mild or whether rehabilitation programs were present or not.

Diverse sono le peculiarità che rendono il carcere di Bollate un modello unico in Italia: le celle rimangono aperte durante il giorno; i detenuti sono sottoposti ad una supervisione minima, sono liberi di muoversi attraverso la prigione e di raggiungere i luoghi di lavoro/studio mediante l’utilizzo di badges elettronici e possono godere di spazi autonomi nei casi di visita dei familiari; si può decidere di studiare oppure imparare un mestiere; si ha l’opportunità di lavorare all’esterno del carcere mediante il rilascio di permessi giornalieri; si ha la possibilità di seguire corsi di formazione a carattere terapeutico (uno dei quali, denominato “Cavalli in carcere”, unico in Europa del suo genere, prevede l’apprendimento della professione di maniscalco o artiere mediante un contatto diretto con gli animali stessi); si possono eleggere dei rappresentanti e decidere vari aspetti della detenzione, come cibo e forniture;

La ronda dei carcerati - Vincent van Gogh (1890)

La ronda dei carcerati – Vincent van Gogh (1890)

Tutte queste caratteristiche rendono il carcere di Bollate più simile ai modelli nordici (es. Bastoy, in Norvegia) che a quelli nostrani. Di conseguenza, dovremmo aspettarci dei tassi di recidiva quantomeno paragonabili. Tuttavia, deve essere nuovamente specificato, come fatto in precedenza nella ricerca di Fabrizio Leonardi, che: prisoners sent to Bollate are not a random sample of prisoners e che di conseguenza, we might expect the selection to negatively correlate with the unconditional propensitiy to recidivate. Questo ha reso necessaria l’introduzione di alcune rettifiche, al fine di perfezionare la ricerca e correggere i criteri di selezione dei detenuti, relative alla differente durata del trattamento residuo a parità di pena complessiva (“timing of the selection”); alle cause di selezione (“… because of overcrowding in nearby prisons.”) e alle modalità di selezione (“at the same time and from the same prison”).Tale premessa comporta la possibilità di ritenere che i periodi trascorsi a Bollate siano stati assegnati randomicamente e che, di conseguenza, il risultato della ricerca sia considerabile come oggettivo.

Lo studio ha illustrato come, in un orizzonte temporale triennale, il tasso di recidiva dei detenuti selezionati diminuisca di 10 punti percentuali (contro i circa 40 punti percentuali delle carceri tradizionali) per ogni anno di trattamento presso il carcere di Bollate, a dimostrazione della correlazione tra durata del trattamento e tasso di recidiva stesso. Motivo di interesse deriva dal fatto che il tasso di recidiva dei detenuti provenienti da istituti sovraffollati, per definizione meno motivati in quanto non si sono applicati per essere a Bollate, diminuisce di circa 13 punti percentuali per ogni anno di trattamento, a conferma del fatto che non-selected inmates have more room for improving.

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Questo effetto, inoltre, si differenzia a seconda delle diverse tipologie di detenuti: la riduzione del tasso di recidiva è più rilevante per coloro che sono stati condannati per reati contro il patrimonio (furto, estorsione, frode, etc.), che non sono delinquenti abituali e che hanno un livello di istruzione basso, mentre ha effetti differenti per chi ha commesso crimini violenti. Tali risultati dovrebbero dunque orientare gli interventi legislativi verso una direzione volta a offrire maggiori opportunità formative a quei detenuti che non hanno una lunga carriera criminale alle spalle e che si rivelano, dunque, più propensi ad accettare il percorso di reinserimento sociale, in concreta applicazione di quanto sancito dall’art.15 dell’ordinamento penitenziario italiano.

Al contrario, particolarmente interessante risulta essere il rapporto che il tasso di recidiva ha con le offerte lavorative ai detenuti: nonostante sia innegabile che le opportunità di reinserimento sociale siano incrementate dall’offerta ai detenuti di occasioni lavorative (le quali hanno come presupposto il trasferimento presso la Sezione 5, ove si trovano i detenuti che lavorano all’esterno della prigione e che hanno la possibilità di ottenere permessi giornalieri), lo studio ha dimostrato come le stesse occasioni lavorative, alle quali accedono in misura molto superiore i detenuti selezionati rispetto a quelli trasferiti per sovraffollamento, possono avere un impatto rilevante solamente se considerate complementari all’intero modello di trattamento.

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Per i detenuti selezionati le possibilità di essere trasferiti alla Sezione 5 sono pari al 27%, mentre per i detenuti trasferiti le possibilità sono pari al 7.8%. E le differenti possibilità aumentano se si analizza anche l’aumentare della possibilità di essere trasferiti per ogni anno di trattamento: queste aumentano dell’8% per i detenuti selezionati e del 2% per i detenuti trasferiti. Nello stesso modo può essere analizzata la media dei permessi giornalieri (corrispondenti perlopiù ad attività lavorative esterne) che vengono concessi alle diverse categorie di detenuti, pari all’1.44% della durata del soggiorno per i detenuti selezionati e allo 0.24% per quelli trasferiti. Rapportando questi dati con quelli visti in precedenza, che illustravano come l’effetto Bollate avesse una maggiore efficacia nei confronti dei soggetti trasferiti per sovraffollamento (13% di recidiva in meno rispetto al 10% dei soggetti selezionati, per ogni anno in più di trattamento), possiamo giungere alla conclusione secondo cui:

… Having the possibility to work outside, while being in prison, is an important ingredient of rehabilitation… At the same time, the larger effect found for the displaced inmates, who are less exposed to outside work, suggest that other mechanisms might be important as well: freedom of movement, responsibility, conditions respectful of human dignity, productive us of time, all these might positively affect the post release behavior of inmates”.

I risultati ottenuti dal modello Bollate illustrano un valido riferimento in ambito di politiche di diminuzione del tasso di recidiva, mediante il quale contrastare l’annoso problema del sovraffollamento e contestualmente garantire quei diritti a tutela della dignità umana, come richiesto dallo stesso Consiglio d’Europa, che troppo spesso nelle carceri vengono dimenticati.

Offrire ai detenuti percorsi di responsabilizzazione facendoli partecipare attivamente alla vita carceraria, dare loro la possibilità di “vivere” il carcere e non di “subirlo passivamente” rinchiusi nelle loro celle, metterli al contatto con la società esterna, sono tutte soluzioni che permetterebbero risultati migliori per tutti: per le carceri, che garantirebbero condizioni non lesive della dignità umana e che, finalmente, assolverebbero il compito che l’ordinamento gli ha affidato; per la Società, che godrebbe di tassi di recidiva inferiori (e di conseguenza di costi inferiori) e otterrebbe il reingresso di individui pronti ad uniformarsi all’ordinamento sociale.

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Quanto detto in precedenza illustra, dunque, come vi sia un rapporto diretto tra la diminuzione del tasso di recidiva ed il riconoscimento di maggiori diritti ai detenuti. Questo rapporto apre a nuove possibili forme di politica carceraria, che prendono spunto dalla riconosciuta inadeguatezza della esclusiva repressione penitenziaria e che debbono muoversi in direzioni alternative alla stessa, affinché possano assolvere concretamente allo scopo di “umanizzazione” della pena detentiva e di reintroduzione nella società del detenuto. E’ dunque necessario sviluppare un diverso concetto di “pena” incentrato non sulla punizione, ma sulla formazione di individui che siano preparati a rientrare in contatto con la società e con i soggetti che la compongono. Le misure alternative, insieme ad un modello detentivo che rispetti i diritti e la dignità dell’uomo, garantendo libertà e possibilità ai detenuti invece della repressione e dell’isolamento, sembrano essere gli strumenti più adatti a svolgere questo compito, assicurando sia il conseguimento di entrambi gli obiettivi sia, di conseguenza, l’interruzione di quel processo di “formazione-criminale” ormai riconosciuto come intrinseco al carcere.

Contestualmente altri provvedimenti, tra cui l’indulto, sembrano essere in grado di assolvere lo stesso compito, ottenendo risultati simili. I dati relativi al periodo successivo alla emanazione del provvedimento di indulto del 2006 hanno dimostrato, incontrovertibilmente, l’assoluta infondatezza delle preoccupazioni sollevate dagli organi di informazione e da parte della classe politica (la stessa che aveva precedentemente votato il provvedimento stesso!) circa un possibile aumento della criminalità. Al contrario, è stato dimostrato come il tasso di recidiva dei soggetti beneficiari del provvedimento di indulto sia notevolmente inferiore (circa l’11%) rispetto al tasso di recidiva ordinario presente nel nostro paese (circa il 68%) e, in parallelo, gli istituti penitenziari del nostro paese sono rientrati nei margini della legalità a cui da troppo tempo si distanziavano con sempre maggiore gravità.

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In conclusione, il processo di rinnovamento che il nostro Legislatore dovrà necessariamente seguire, per raggiungere gli obiettivi imposti dall’Unione Europea, dovrà seguire il percorso illustrato proprio da quelle parole, citate nella premessa di questa analisi, pronunciate dal Presidente della Repubblica Sergio Mattarella, essendo necessario un profondo rinnovamento del modello di detenzione che sappia da un lato garantire la sicurezza della comunità e dall’altro consentire l’opportunità dell’istruzione, del lavoro, l’apertura alla società esterna, per offrire ai detenuti al scelta del recupero e dell’integrazione, nel pieno rispetto dell’art. 27 della Costituzione.