Della Rete conosciamo molti lati oscuri, non solo in senso metaforico. Sono sulla bocca di chiunque si lanci in un’analisi – anche parziale – sull’influenza che ha la Rete sulla nostra esistenza quotidiana. Il bel documentario di Werner Herzog del 2016, Lo and Behold, è stato un po’ il coronamento di questa tendenza: Herzog, con il suo timbro e la totale maestria che conosciamo, dedica persino un capitolo del suo lavoro al dark side della Rete, portando alla ribalta casi di profonda inquietudine e di enorme violenza che hanno avuto, ad esempio, come sola causa l’abuso della libertà e dell’anonimato che si hanno in Rete e che hanno avuto conseguenze nefaste sulla vita di alcuni. Non solo: ci sono stati aspetti ideologici e filosofici che hanno reso meno chiaro l’origine di quel fenomeno millenario che è la Rete o, se vogliamo, aspetti controversi che hanno trasformato radicalmente la quotidianità di chi ha subito conseguenze psicologiche e fisiche infelici dall’utilizzo sbagliato del web. Ma Herzog non ha detto tutto.

Conosciamo storie sul deep web – il lato oscuro per antonomasia – che ci fanno rabbrividire, dalla diffusione della pornografia infantile, allo smercio fuori controllo di armi e di stupefacenti, alla possibilità di mettersi in contatto con killer di professione o terroristi, e così via. E di continuo sentiamo la voce di chi parla degli effetti deleteri che hanno i social sulla nostra esistenza quotidiana, di crisi generazionali, dell’ignoranza che dilaga sul web (di cui già abbiamo parlato). Tutti, bene o male, si appigliano almeno una volta all’epoca del web, ai tempi della Rete, al dilagare dei social, fa parte dell’abecedario di critica al mondo contemporaneo: è sempre un po’ colpa della Rete se qualcosa va storto.

Ed è vero: tutti questi aspetti sono reali. È vero che vi è violenza (non solo) nei lati oscuri della Rete, è vero che la Rete è fonte non solo di informazione attendibile ma è anche una Babilonia di fake news (con tutte le problematiche sulla verità e la post-verità che conosciamo), di infondatezze e di ignoranza. È vero che la Rete è il regno della pornografia, è vero che è spesso luogo di alienazione e, soprattutto, è vero che chiunque in Rete si inselvatichisce un po’. Quando parliamo di un lato chiaro della Rete non stiamo né negando questi aspetti (semmai il contrario) né vogliamo dare luce a dei controesempi che ottimisticamente ci facciano vedere la Rete in un altro modo, più lindo, più buono, più giusto (controesempi che per giunta esistono).

Quando parliamo di un lato chiaro della Rete parliamo specificamente di tutti quegli aspetti che riguardano la nostra vita sul web in prima persona, senza anonimato, con la nostra faccia ritratta in un’immagine di profilo, il nostro nome in grassetto, in luoghi che non sono luoghi d’evasione, nascosti, non raccomandati, ma luoghi pubblici, affollati di altrettanti utenti con un’identità conosciuta o almeno conoscibile. Un mondo sì di gufi che spiano dalla serratura della porta, ma in cui le porte non sono chiuse a chiave. Recentemente la Cina è arrivata anche sul lato oscuro della Luna: noi vogliamo fare il viaggio al contrario, vogliamo volgere la nostra attenzione e il nostro desiderio di mistero non ai fenomeni oscuri del web, ma a quello manifesti.

Ma perché fare questo? Perché il rischio di vedere la Rete come una luna perennemente volta dal lato scuro – cosa che di per sé è per giunta impossibile – non ci permette di cogliere alcuni aspetti che sono, almeno, di un certo interesse. Uno di questi riguarda le conseguenze che ha la vita pubblica di un utente non anonimo in Rete su circuiti che, in modo analogo, non sono luoghi anonimi. Se ci pensiamo, c’è un risvolto di medaglia per ciò che riguarda l’inselvatichimento di chi utilizza la Rete, proprio come vi è un risvolto di medaglia laddove la Rete ha permesso l’offuscamento di notizie giornalistiche attendibili con l’ondata delle pericolose fake news. L’esempio lampante sono gli agoni sui social.

Facebook è una cornucopia di battaglie d’ideologia, politiche, di pensiero, un’arena di scontro continua dove la lotta è una lotta che è perlopiù deregolamentata, dove chi scrive si sente autorizzato in virtù del fatto di non essere presente fisicamente all’agone di poter dire la sua con un tono e con delle parole che non userebbe in una conversazione fisica. È luogo d’insulti, spesso gratuiti e spesso tanto violenti da condizionare non solo la psicologia di chi li riceve ma anche la sua immagine pubblica concreta. Sulla Rete si va più di gut feeling, come dicono gli inglesi, d’istinto: ci si sente in qualche modo protetti e quindi si dà sfogo alla propria aggressività e maleducazione. Non solo, ma chiunque in Rete si sente autorizzato a dire la sua, investito di un’autorità intellettuale che altrove magari non avrebbe: ci sentiamo tutti un po’ più saccenti in rete, un po’ più boriosi e pedanti, tanto che Umberto Eco ebbe a dire che il vero danno della Rete è stato quello di aver dato parola anche agli imbecilli.

Eppure c’è un isterismo opposto, nel lato chiaro della Rete, ed è quello del fenomeno specularmente contrario a quello appena descritto. C’è chi utilizza la Rete come sfogo non tanto di una brutalità altrimenti soffocata, ma di un eccesso di correttezza. È la dimensione due volte pubblica della Rete: pubblica perché è immagine di una vita pubblica fuori dalla Rete e ancora pubblica perché crea una seconda vita pubblica nel web, spesso inedita. Insomma, sulla rete si è più corretti di quanto non lo si è un in bar e si è formali talvolta fino a sfiorare il ridicolo o, almeno, la finzione. Che il fenomeno del politicamente corretto che tanto dà nervoso a molti sia un esito (tra le altre cose, naturalmente) di questa rinnovata vita pubblica che si ha in Rete, ci sembra fuori dubbio: ci sentiamo in dovere di essere un po’ più politicamente corretti perché in Rete abbiamo una certa vita pubblica.

Non solo. Accade che in Rete si senta di dover dimostrare di essere per forza a favore di una politica inclusiva e aperta; si deve mostrare di avere una vita sana ed equilibrata; si deve mostrare cura della propria bellezza e della propria immagine; si deve mostrare gentilezza e formalità; ci si deve mostrare in compagnia del proprio partner cinematograficamente, di fronte al Taj Mahal o davanti a una cena, messi in posa giusto per il click, rinvangando cliché di un romanticismo e di un tradizionalismo perduti; si deve mostrare l’attenzione che si è messa nel cucinare e ci si deve mostrare di fronte a un camino, presi dalla lettura di un libro; ci si deve mostrare nel nostro sorriso più bugiardo e si devono dispensare messaggi e hashtag di gioia, solidarietà, un amore quasi hippie, cercando di non offendere né il gentil sesso – isterismo dei sessisti – né altri popoli o culture – isterismo degli antirazzisti – né minoranze né diversi orientamenti sessuali, scadendo talvolta in un buonismo irrimediabile e dannoso o donando prezioso materiale di studio ai sostenitori dell’analfabetismo funzionale.

Pretendere che si comprenda che ostentare ricchezza e felicità sia spesso poco elegante è troppo, ma si dovrebbe riuscire a realizzare almeno che fare quest’uso della propria immagine in Rete sia controproducente per gli scopi di chi lo fa. Sì, perché spesso i contenuti delle anime belle, degli ipercorretti e degli ipersani della Rete sono spesso fatti di fotografie che li ritraggono borghesemente in famiglia, felici di fronte alla propria smart tv o al proprio albero di Natale, a dare lezioni di costume, di vita e di filosofia, per tenere alta l’attenzione dei follower. Ma non è politicamente scorretto nei confronti di chi non ha una smart tv, una famiglia borghese e felice o una casa? Siamo un po’ ironici a adottare questa retorica, certo, ma d’altra parte fin qui si arriva con l’isteria…

Il primo “selfie”

Una polemica ancora in corso è frutto, ad esempio, di questo quadro: è quella sui fascismi. Dal grido di “fascista!” ai ministri come alle forze dell’ordine, dal bollare come fascismo tutto ciò che si avvicina anche solo lontanamente a un’ideologia che non si dice di sinistra, pseudonazionalista, populista (ma queste sono tutt’altre maniche), vagamente autoritaria o conservatrice: sentiamo di continuo parlare di fascismo pur non essendo in un aula universitaria. Siamo diventati tanto ipersensibili dal gridare di fronte agli allarmi più innocui. Una lotta ai fantasmi della storia per alcuni: più che altro un uso fortemente (e forzatamente) evocativo della storia, tanto semplicistico quanto banalizzante, e una retorica così presente da condizionare intere battaglie elettorali e ideologiche.

Ci si deve dire antifascisti per forza, insomma, se non si vuole incappare in un degradamento della nostra immagine pubblica, anche in Rete e per via della Rete, e se non lo si fa si è automaticamente degli squadristi. Chiamarlo manicheismo significherebbe dotare questo dibattito di un aura colta che non ha affatto… Però questo è: un dualismo duro e spiazzante, un modo di pensare e di porsi tanto superficiale che non solo è deleterio nei confronti della consapevolezza storica, ottenibile solo tramite uno studio approfondito dei fenomeni storici, ma persino nella lotta – sempre valida, s’intende – a quelli che sono i totalitarismi del mondo. Come si fa a ostacolare un fenomeno fascistico, d’altra parte, se non lo si riconosce davvero?

Michela Murgia

Ma la Rete non vuole approfondimento, non vuole consapevolezza. Si pone al vaglio di una vasta giuria di commentatori e di visitatori la propria immagine, come se gli utenti della Rete si sentissero delle celebrità pubbliche costrette a mantenere perlomeno un certo tenore. Che ciò si traduca poi nella nostra quotidianità è evidente: accade che si finisce col comportarsi fuori come ci si comporta in Rete. Non sempre, certo: molti preferiscono scindere le due vite, altri preferiscono farle coincidere senza disonestà. Ma molti si abituano alla propria immagine web e si fanno difensori del politicamente corretto più sfrenato e dannoso anche nella vita concreta, giusto per non tradire o contraddire il percorso cominciato sul web. Lo so: dire molti, dire alcuni può suonare arrogante e pedante, ma chi sta scrivendo non si sente affatto escluso da questa commedia umana: tenta solo di mettersi nella posizione di osservarla.

Se non si è convinti di quanto ci siamo resi pubblici in Rete, si provi a conoscere i nomi di chi si guadagna da vivere tramite la loro immagine pubblica sul web e la loro esistenza politicamente corretta, dalle o dagli influencer – si possono modificare le abitudini, le preferenze e le tendenze di migliaia di persone con una decina di foto Instagram – ai vlogger con milioni di seguaci. Non si deve per forza di cose ricorrere al deep web o all’anonimato per parlare di Rete: molto accade alla luce del giorno, con il proprio nome e il proprio volto, fenomeni massicci a cui si accede con due colpi di dita.

E la controversia piuttosto recente sulla privacy che ha investito il regno Zuckerberg ne è la prova: si tenta di porre un freno all’eccessivo statuto pubblico della rete per ritagliarsi luoghi propri, per così dire ad imitazione della condotta umana concreta. Così come intervengono nuove norme e leggi per disciplinare il grande mare del web, la presenza pubblica e non anonima di chi insulta politici e celebrità, di chi fa terrorismo psicologico, di chi odia riparato dall’uscio della propria porta, come se una macchina di Stato pian piano tentasse di striare e di regolamentare un luogo aperto e altrimenti sregolato. E che questo luogo stia modificando il nostro modo d’essere, è innegabile.