Ogni anno, a scadenze ben precise, li vedi tornare. Per le ferie estive o per la festività dei morti, rieccoli a colorare e riempire quegli spazi che la miseria ha scavato attraverso i secoli. Gli emigrati, i loro figli e oramai, anche, i loro nipoti tornano in Patria, quest’ultima da intendere nel senso più stretto; insomma, rieccoli tornare sul suolo che custodisce le ossa dei propri avi. Si confondono sull’autostrada tra le centinaia di migliaia di semplici turisti, ma eccoli ben in vista sul ponte del traghetto che da Villa San Giovanni li accompagna verso Messina. Li riconosci subito, i gomiti appoggiati sulla balaustra di prua a contemplare quell’isola lontana ma che come un premio, finalmente, si distende davanti ai loro occhi. Le gambe nervose, i ricordi che affollano la mente, qualche lacrima da nascondere. Ritornano sempre, richiamati da un amore ancestrale e un po’ folle, decidono di sacrificare le agognate ferie estive, per rintanarsi in qualche paisi sperso dell’entroterra. Difficile da credere, nell’impero assoluto del relativismo, che una massa così grande di soggetti riesca ancor a scegliere l’autenticità alla plastica ma così è se vi pare, per citare uno che di Sicilia ne sapeva qualcosa.

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Nella mente dell’emigrante tutto si cristallizza, i sapori, gli odori, le immagini e i rapporti umani conosciuti nella terra natia assumono una forza granitica, che li rende inossidabili al tempo e al nuovo che, inevitabilmente, riempe la loro vita nel quotidiano continentale. Una forza, dicevamo, granitica e che molto spesso rende ciechi. Tutto, in Sicilia, è bello. I paesaggi, il cibo toglie il fiato, le donne: pi carità, lassamu stare. Ogni cosa assume contorni poetici e le difficoltà oggettive che attanagliano l’isola è difficile notarle, il tutto viene derubricato a folklore, tutto si spiega e si giustifica con un, quanto mai, azzeccato: Cà è acussì.

Il normale giudizio sulle cose viene stravolto, come un innamorato respinto, l’emigrante idealizza l’amata che gli sfugge da una vita e in quel breve lasso di tempo in cui può disporne non ne cerca di certo i difetti.

emigrazione

Enna

Tornare, tornare sempre, anche per pochi giorni, tornare dove tutto è iniziato. L’emigrante si rivede un po’ in suo padre o, oramai, in suo nonno, torna per ripercorrere strade terrene e non che l’hanno già conosciuto in altre forme. Pian piano si spoglia degli orpelli che la vita, fuori dall’isola, gli ha imposto ed eccolo finalmente nel suo ambiente. Il dialetto, stentato e vergognoso, si fa strada nella sua parlata, il gusto, assetato di cose duci, improvvisamente diviene inappagabile se non dal sapore autentico di ingredienti più che autoctoni. Gli occhi, avidi delle forme tanto agognate, guizzano rapidi e umidi in tutto il campo visivo per fare incetta di quella luce che solo a casa propria si può trovare, le pietre del paese sfiorate una ad una per accarezzare in un sol colpo passato, presente e futuro del proprio essere.

Passano così i giorni di quella che non è una vacanza ma un vero e proprio ritorno a casa, non ci si sente estranei ma parte di una comunità ben definita, poco importa se la maggior parte della vita la si trascorre a migliaia di chilometri di distanza, in paese c’è sempre il posto che spetta al tuo sangue, al tuo cognome e che ti appartiene di diritto. Si vive così, appesi tra sogno e realtà, circondati dall’amore dei parenti rimasti, dagli amici che ti viziano, e della malinconia per l’inevitabile distacco. Gli abbracci con le persone care davanti alle valigie già pronte, sguardi profondi che dicono più di mille parole, occhi bagnati di pianto per colpa di quell’esilio dorato che è stato imposto dal fato.

Duomo di Enna

Duomo di Enna

La produzione poetica in merito all’argomento è infinita, che sia in dialetto o in Italiano risulta sempre molto efficace:

Vola lu trenu, vola e pari a mia

c’avissi l’ali e tagghirria li venti,

pirchì mi porta luntanu di tia,

di la me casa e di li mei parenti.

Vola ca vola, ed iu di la finestra

viju girari l’arvuli luntanu

e ciancu ciancu lànnari e ghjnestra

‘nfudduti sfilittari manu manu.

L’aria nni trema, li vigni,l’olivi

si scanzanu pigghiati di spaventu!…

… puru li petri sunnu cosi vivi

e fuinu cchiù pazzi di lu ventu.

L’oceddi nni li campi abbituati

a la paci, l’amuri e lu cunzolu,

lassanu li so’ canti appassiunnti

e sbalurduti spincinu lu volu.

Quarchi viddanu spersu nni lu chianu

chi zappa o arata appassiunatamenti,

si jisa e nni saluta cu la manu

pi comu siddu fussimu parenti.

Lu trenu curri, curri a gran carrera,

s’ammucca e sbucca di na gallarla,

mentri lu fumu pari la crinera

d’un cavaddu ca scappa a la fuddia.

E curri, vola! e tutti li rumura

ch’iu sentu nni sta cursa dispirata,

sunnu un turmentu, sunnu na turtura!

E lassu lu me cori strata strata.

(Salvatore Equizzi, Spartenza)

L’emigrante vive con la propria terra negli occhi, pronto a scorgerne un pezzetto in ogni cosa di bello che vede, se la sogna la notte e cerca di farla amare a chi lo circonda, in giro per il mondo, tanto quanto l’ama lui. L’emigrante vive spezzato, tra un presente, che pure gli ha dato dignità e affetti, e un passato a cui sente di appartenere ma che inesorabilmente gli sfugge.

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Condannato a questa Odissea contemporanea, l’emigrante vive sulla propria pelle le sfortune di un popolo tutto, accetta di buon grado la sofferenza che ne deriva e si consola, pensando nel proprio intimo, di essere, di quell’isola, la parte più viva.

Non è grossa, non è pesante
la valigia dell’emigrante…
C’è un po’ di terra del mio villaggio,
per non restar solo in viaggio…
un vestito, un pane, un frutto
e questo è tutto.
Ma il cuore no, non l’ho portato:
nella valigia non c’è entrato.
Troppa pena aveva a partire,
oltre il mare non vuole venire.
Lui resta, fedele come un cane.
nella terra che non mi dà pane:
un piccolo campo, proprio lassù…
Ma il treno corre: non si vede più.”

(Gianni Rodari, Il treno degli Emigranti)