Per realizzare una democrazia compiuta occorre avere il coraggio di rimettere in discussione il diritto di voto. Non posso guidare un aeroplano appellandomi al principio di uguaglianza: devo prima superare un esame di volo (Massimo Gramellini, La Stampa)

 

Le persone fanno scelte mediocri quando sono poco informate, quando non sanno capire le conseguenze di quelle scelte, quando non si rendono conto del valore dell’interesse comune e quando sono insensibili al bene degli altri e alla qualità, alla bellezza, alle cose fatte bene (Luca Sofri, Il Post)

 

By weeding out millions of irresponsible voters who can’t be bothered to learn the rudimentary workings of the Constitution, or their preferred candidate’s proposals or even their history, we may be able to mitigate the recklessness of the electorate (David Harsanyi, The Washington Post)

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Abolire il suffragio universale: questo il ritornello del cretino collettivo. Lo starnazzo giornalistico contro gli ignoranti alle urne è frequente in tempi di elezioni, e si è fatto sempre più chiassoso negli ultimi anni, lungo il percorso che va dal referendum per la Brexit, nel 2016, alle elezioni italiane del 2018, passando per la presidenza di Donald Trump, iniziata nel 2017. Questi tre eventi sono stati determinanti nella crescita dell’insofferenza delle classi più “alte” e delle professioni più prestigiose verso l’attuale assetto elettorale.

Non siamo di fronte a novelli Louis de Bonald, a reazionari e oscurantisti. Si tratta di opinionisti e studiosi di schietta fede democratica, di quelli con la tessera del Partito nel taschino, ma che si trasformano in eretici della democrazia non appena l’amato popolo delude le loro innocenti e disinteressate aspettative. Ci chiediamo dunque che cosa li porti – proprio loro, campioni dell’onestà intellettuale – ad augurarsi la limitazione o persino l’abolizione del suffragio universale, con bizzarre proposte di voto su base culturale, da verificare per mezzo di test, patenti ed esami. Da dove viene l’avversione per il suffragio universale? Quanto è sincera?

Nelle Vite Plutarco racconta di un cittadino analfabeta, proveniente dalla campagna, che partecipò a una votazione per ostracizzare Aristide, comandante e politico ateniese. Incapace di scrivere, il contadino «porgendo il coccio ad Aristide come al primo venuto lo pregò di iscrivervi il nome di Aristide». Stupito, il comandante ateniese gli chiese perché votasse per cacciarlo dalla città. «Neppure lo conosco, ma non ne posso più di sentirlo chiamare dappertutto ‘il Giusto’». L’aneddoto è probabilmente inventato da Plutarco, eppure non è inverosimile. Studiando la grafia delle incisioni sugli ostraka, i ricercatori hanno notato che talvolta una sola persona scriveva su decine e decine di cocci, determinando numerosi voti. Eppure, riferisce Plutarco, Aristide scrisse il proprio nome e restituì il coccio al contadino, con grande dignità e rispetto per il suo volere.

Il suffragio universale è fin dalla nascita un sistema imperfetto, fallace come ogni sua alternativa; riconoscerlo non ci impedisce di mettere in luce l’ipocrisia di chi lo disprezza opportunisticamente. Se l’odio per il suffragio universale derivasse dalla consapevolezza che la democrazia è un sistema imperfetto, non si spiegherebbe perché i vari improvvisatori anti-suffragio (menti sottilissime, del calibro di Fabio Volo) riscoprano tale imperfezione soltanto in alcuni precisi momenti, ossia quando i cittadini eleggono maggioranze a loro sgradite. L’odio per il suffragio, per quanto trasversale, ha diverse ragioni. Non ci sorprenderemmo se gli antidemocratici, i fascisti o i reazionari parlassero della democrazia come di un malanno della civiltà. È un’opinione coerente con il loro pensiero politico. Fa un effetto diverso, d’altra parte, il veleno che i supposti democratici sputano a corrente alterna sul diritto di voto.

Nella sua più celebre apparizione, quella della Rivoluzione francese, il suffragio fu quasi l’effetto involontario di un’azione volontaria. O meglio: fu voluto prima che ci fosse, e rinnegato quando ci fu. Il sociologo e storico Guglielmo Ferrero dedicò a questa contraddizione ampie riflessioni in un ottimo libro del 1942, Potere, scritto durante il suo esilio antifascista in Svizzera. Alle elezioni della Seconda Repubblica francese, nel 1848, le prime aperte a tutti i maschi adulti dopo quelle del 1792, il suffragio universale subì attacchi da ogni posizione politica. Il popolo, chiamato al voto, non decretò «il sovvertimento universale della società, il rovesciamento dei valori, la sublimazione degli infimi», come potevano pensare gli sparuti avanguardisti di salda e autentica fede rivoluzionaria, minoranza della minoranza. I partiti rivoluzionari elessero pochissimi rappresentanti. Il suffragio universale compose un’assemblea divisa tra deputati monarchici e repubblicani moderati.

“Potere” di Guglielmo Ferrero, Gog edizioni

Ferrero scrive che «il popolo sovrano inaugurava il suo regno con una specie d’abdicazione sottintesa e anticipata», come fosse imbarazzato e intimorito da un potere mai avuto prima. Tutti iniziarono a disprezzare il suffragio universale: i monarchici perché coerentemente lo ritenevano dannoso, i rivoluzionari perché esso aveva eletto un’assemblea conservatrice. La nuova ondata rivoluzionaria non fu diretta contro la monarchia. Delusi dal voto, nelle “giornate di giugno” i partiti della sinistra radicale – fino a qualche mese prima campioni della sovranità democratica – si rivoltarono armi in mano contro la volontà del popolo che dicevano di amare.

Il lettore potrà facilmente trovare analogie con odierni partiti che si dicono democratici e paladini della volontà popolare, ma a condizione che il popolo voti per il loro candidato, la loro visione del mondo, il loro programma. Una tale ipocrisia può essere tollerata ancor meno delle posizioni antidemocratiche: queste sono evidenti, icastiche, patenti; quella è invece dissimulata, occulta, latente. Il suffragio universale aveva mostrato la natura pretestuosa della democraticità delle frange più rivoluzionarie. Viceversa, i rivoluzionari avevano mostrato la natura incoerente del suffragio universale, che dappertutto «è stato imposto alle masse da una minoranza appartenente alle classi superiori con l’appoggio di piccoli gruppi popolari». Da qui l’amara conclusione di Ferrero: il suffragio universale «è venuto dall’alto, precisamente come il potere monarchico». Ed è venuto dall’alto perché è una questione di potere, e il potere viene sempre dall’alto. Ma affinché sia efficace, il potere da solo non basta, ha bisogno della forza che viene dal basso: la legittimità. I rivoluzionari che impongono la democrazia ma la disprezzano non appena questa non li premia contraddicono i propri metodi e i propri scopi tanto quanto un suffragio che elegge democraticamente un’assemblea antidemocratica.

Il risultato delle elezioni del 1848 impose ai rivoluzionari un ripensamento sulle proprie posizioni. Come possiamo sostenere il popolo sovrano, se il popolo sovrano è ancora prevalentemente conservatore? Essi non avevano del popolo che un’idea astratta. Ritenevano insopportabile che il popolo non fosse a loro immagine e somiglianza. Tutto ciò era già accaduto nel periodo che portò la Francia dalla rivoluzione del 1789 tra le braccia di Napoleone.

L’articolo 3 della Dichiarazione dei diritti dell’uomo recitava che «le principe de toute Souveraineté réside essentiellement dans la Nation». La sovranità risiede nella nazione, non nel popolo. Il popolo non è nulla più che la somma di tutti i cittadini, senza alcuna distinzione di classe – oggi dovremmo ribadire: e senza alcuna distinzione di istruzione. La nazione è lo stesso popolo, ma gerarchizzato secondo le classi e le professioni. La sfumatura non è sottile. Se il concetto di nazione si riferisce a una comunità ideale, astratta, emendata di ogni difetto, quello di popolo è invece più realistico, indica la moltitudine di cittadini con le sue fratture, i suoi vizi, le sue virtù.

Scrive bene Ferrero quando dice che:

La Rivoluzione ha sostituito il “popolo” con la “nazione” per evitare d’identificare il popolo sovrano con la totalità dei cittadini, ciò che l’avrebbe costretta a concedere subito il suffragio universale come la sola espressione legittima della sovranità popolare.

Questa è una lezione fondamentale del diritto costituzionale: il concetto di nazione, più duttile di quello di popolo, permette di considerare i parlamentari eletti a suffragio ristretto, per esempio su base censitaria, rappresentati di tutti, benché non tutti li abbiano votati. Non è un caso che la costituzione francese del 1793 voluta dal giacobino Robespierre, che usò la formula «la souveraineté réside dans le peuple» (art. 25), concedendo il suffragio universale maschile, non fu mai pienamente applicata.

Cosa significa? Le peuple non votò mai. Una nuova costituzione, quella del 1795, mise criteri censitari al suffragio, di modo che i rivoluzionari tornarono sui propri passi, restringendo l’accesso alla democrazia. Ancora una volta, la minoranza decise sulla maggioranza. Il popolo, che non si era dimostrato il giocattolo dei giacobini, venne archiviato in favore della nazione. Fu una vittoria di Sieyès, risoluto teorico della rivoluzione, che da sempre professava la preferenza per il sistema censitario, ritenendo – si legga bene – che una parte della Francia, quella dei «capi della produzione», fosse colta e onesta, di contro alla parte debole, miserabile, «la moltitudine sempre bambina», gli operai che lui chiama con disprezzo «macchine bipedi».

Un ritratto di Sieyès di Jacques Louis David

Si chiudeva così il cerchio cominciato con il 1789, quando il Comitato costituzionale messo in piedi dai rivoluzionari fu spaventato dall’irruzione delle classi popolari nella giostra della rivolta, e volle tenerle al guinzaglio limitando l’accesso alle cariche pubbliche unicamente ai cittadini «attivi», ovvero il ristretto numero di maschi adulti in grado di pagare le tasse e partecipare in modo determinante allo sviluppo dell’economia nazionale. Che ironia! Aveva allora ragione il reazionario De Maistre a prendersi gioco della

profonda imbecillità di quei poveretti che si immaginano che i legislatori siano uomini, le leggi pezzi di carta, e le nazioni possano essere costituite con l’inchiostro.

L’ipocrisia democratica non è dunque una novità. I rivoluzionari chiesero a gran voce che il popolo potesse eleggere i rappresentanti, ma appena accadde si rivoltarono contro di esso, limitando il suffragio alla partecipazione delle classi più ricche. Nuovo, invece, è il sistema proposto oggi da più parti, che nella sua versione accademica prende il nome di epistocrazia (quella di Brennan&co., il governo dell’episteme, del sapere, o di coloro che lo possiedono), mentre nella sua versione giornalistico-cazzara diventa “la patente per votare”.

«Non posso guidare un aeroplano appellandomi al principio di uguaglianza: devo prima superare un esame di volo», faceva notare anni fa Massimo Gramellini. Come tanti altri, tremendo fraintendimento della natura della politica, malinteso che risale già a un passo della Repubblica di Platone, laddove Socrate parla della città usando la metafora della nave. Come la nave deve avere un comandante esperto in navigazione, così la città deve avere un politico plurilaureato, un cosiddetto “esperto”, un tecnico della politica. E chi può eleggere un politico sapiente se non altri sapienti? Sia limitato pertanto il diritto di voto ai soli colti, a chi è in grado di superare un test, dicono. Ovviamente, ammettono, colto non è chi sa maneggiare il sapere, ma chi lo ha compreso in profondità. Tradotto, è chi vota come me.

Massimo Gramellini

Un altro grande errore è quello di ritenere che il vincitore avversato sia stato votato dagli strati meno colti della popolazione. Il caso di Trump è emblematico: l’elettore bello, giusto e colto, cioè il maschio adulto bianco e laureato, vero e proprio concentrato di alta istruzione e di amore per il sapere, dunque riferimento di lorsignori, ha preferito il buzzurro newyorkese alla salvatrice dell’umanità, Hillary Clinton, come mise in evidenza Pew Research. Potremmo fare lo stesso esercizio con i dati di ogni elezione contestata dai nostri eroi del giornalismo; le variabili sono talmente tante da sbugiardare questa visione di un mondo diviso tra colti e ignoranti, esperti e incapaci, buoni e cattivi.

Non capiscono, dotti come sono, che la politica non è come condurre la nave, ma dove condurla. È indirizzare la polis. Vedeva giusto lo slogan sessantottino «immaginazione al potere». L’immaginazione è tra le massime facoltà politiche. Certo, ha ragione il Socrate dei Memorabili di Senofonte, quando esorta il giovane Glaucone, aspirante politico, a conoscere meglio la città in ogni suo aspetto – le rendite, le spese, la forza militare, perfino la quantità di grano di cui necessita – perché possa sapere come va amministrata. Ma dobbiamo innanzitutto immaginare lo Stato del futuro per poter fare buona politica oggi. Avere l’immagine di come va organizzata la società, sapere verso quale direzione muovere la nave, a quali porti condurla.

La politica e la democrazia si fondano sulla distinzione tra il politico e il tecnico. Se così non fosse, rimarrebbe soltanto la natura condominiale della nostra repubblica, e non avremmo bisogno che di un amministratore per risolvere le liti di pianerottolo. La politica è altra cosa dalla tecno-scienza. Gli epistocratici, i quali vogliono limitare il diritto di voto su base culturale – proprio al modo dei nobili che lo volevano limitato su base censitaria – ritengono di parlare a nome della scienza, divinizzandola, come Mosè parlava a nome dell’Eterno. Eppure loro non sono la scienza, e non la conoscono che in modo imperfetto. L’epistocrazia è una teocrazia che ha sostituito Dio con la Scienza. Gli intellettuali che vorrebbero limitare il diritto di voto sono il nuovo clero semicolto di un dio che non conoscono a sufficienza, che non è onnipotente. La fede assoluta nel sapere, soprattutto quella nel sapere scientifico, confonde l’oggetto della scienza con la scienza stessa. La scienza non è la cosa oggetto di studio, è un’attività umana come tante altre. È come l’uomo che l’ha creata: è finita, caduca, imperfetta, soggetta a rivoluzioni e ripensamenti, a errori e omissioni.

Alberto I, re del Belgio, in una fotografia del 1915

Fu Alberto I, re del Belgio e suocero di Umberto II di Savoia, a concedere il suffragio universale al suo popolo. Dialogando con Guglielmo Ferrero, egli ammise che la sua scelta non era stata gradita tra le classi alte e i salotti intellettuali, i quali consideravano assurdo equiparare il diritto di voto di un docente universitario, di un banchiere o di un industriale a quello di un operaio. Tuttavia, obiettava il re,

Ci si dimentica che il muratore, il fabbro e il contadino non hanno altro mezzo che la loro scheda elettorale per agire sullo Stato. Se la perdono, diventano una folla passiva, taglieggiabile e caricata d’imposte a volontà. L’industriale, il banchiere o il professore hanno in mano molti altri mezzi, più diretti ed efficaci, per agire sullo Stato.

Un re che insegna il significato del suffragio universale agli intellettualoni: al mondo esiste anche questo. Alberto I aveva intuito che non conta quanto sia ricco o istruito l’elettore. L’operaio e il contadino non soltanto non devono essere privati della facoltà elettorale, bensì la meritano proprio perché si trovano in posizione di naturale e organica inferiorità rispetto alle classi dotate di maggiore capitale economico e culturale. Al cittadino meno colto non va sottratto o limitato il diritto di voto, dato che è l’unico modo che egli ha di far valere le proprie istanze e le proprie esigenze, di fronte allo strapotere delle minoranze in grado di mobilitare i mezzi finanziari e di sfruttare la propria influenza culturale. Il voto non è un test, non è un esame, non è un quiz televisivo. Il voto è il momento di espressione delle proprie istanze morali, economiche, estetiche, finanche esistenziali. Chi lo vuole limitare è in errore: volge lo sguardo al potere, si interroga su chi potrebbe meglio amministrarlo, eppure ignora del tutto il principio di legittimità. Il potere viene dall’alto, ma la legittimità – in ogni sistema politico, monarchico, aristocratico o democratico – viene sempre e soltanto dal basso. Solo il consenso libera il potere dalla paura. Senza legittimità, il potere trema.