Joseph Beuys, l’artista-sciamano tedesco della cognizione del dolore e della natura, nell’edizione di Documenta Kassel del 1972 dette vita all’ufficio per la democrazia diretta. Nella sala assegnatagli, c’era lui col suo solito cappello, due sedie, un tavolo e una bottiglia con una rosa, disponibile per i tre mesi di durata della mostra-fiera a parlare con chiunque ne avesse voglia. L’idea era mostrare che tutto è politico e che è l’arte a doversi ispirare alla vita e non il contrario, scatenando nel modo più semplice quella cosa che sia chiama partecipazione.

Quello che fece per tre mesi Beuys è esattamente quello che non hanno saputo fare le nostre classi dirigenti in questi ultimi quarant’anni, democratiche riformiste, progressiste o in qualsiasi altro modo abbiano voluto proclamarsi. Il loro fallimento lo abbiamo sotto gli occhi, per quanto troppo spesso si cerchi di occultarlo con formule di rito come “rischia di” (l’Europa rischia di fallire, il progressismo rischia di morire, il liberalismo rischia di consegnarsi al liberismo, ecc. ecc), utilizzate con lo scopo di consegnare a una dimensione metafisica, a un chissà quale cloud, ciò che i fatti hanno già ampiamente appurato.

Le macerie sono già sotto i nostri piedi, e risulta sempre più problematico liquidare il malandato stato delle nostre democrazie con la stranota scappatoia churchilliana ossessivamente ripetuta dai tanti difensori d’ufficio: “la peggior forma di governo possibile, eccezion fatta per tutte le altre”; per non parlare dell’anacronistico auspicio di rivedere il principio del suffragio universale, come successo all’indomani del voto inglese sulla brexit, dell’elezione a presidente degli Stati Uniti di Donald Trump o – più o meno apertamente – delle nostre elezioni del 4 marzo scorso; per non parlare del grottesco «i mercati insegneranno agli italiani a votare nel modo giusto» arrivato da Bruxelles.

Matteo Salvini, Giuseppe Conte e Luigi Di Maio

Se intendiamo la democrazia non come valore assoluto, ma come processo, come strutturazione delle differenze, come terreno di confronto e quindi di discussione e di fallibilità, la sua salute non può che dipendere dalla capacità di metter più persone possibili in condizione di prendere parte alla cosa pubblica.

Penseremmo noi molto, e penseremmo noi bene, si chiedeva già Kant, se non pensassimo in comune con gli altri ai quali comunichiamo i nostri pensieri, e che ci fanno parte dei loro?

È quello che auspicava anche Antonio Gramsci, ignaro che il suo nazional-popolare sarebbe finito appiccicato al festival di Sanremo: fornire a coloro che sono governati una formazione intellettuale che possa metterli in grado di governare. Partecipazione, appunto. Conoscere più cose significa poter giudicare più liberamente, essere meno esposti a quelle manifestazioni di povertà di pensiero che si chiamano fanatismi. Lo sapeva bene quel maestro della “seria ironia” che è stato Alberto Savinio: meno idee si hanno, diceva lui, e più ci si aggrappa.

È quello che non hanno capito – che non hanno voluto capire – le “élites” che ci hanno governato, protagoniste di quella “ribellione” anticipata al solito oltre Atlantico e ben descritta da Christopher Lasch nel saggio che fin dal titolo suonava come il controcanto al classico di sessant’anni prima “La ribellione delle masse” di Ortega y Gasset.

Antonio Gramsci

Se ho messo il termine “élite” tra virgolette, non è stato solo per ricordare l’opera del sociologo americano. Le ho messe perché, se populismo e sovranismo sono termini utilizzati (spregiativamente) da chi fa finta di ignorare che la sovranità del popolo è la stessa costituzione a sancirla e quanto senso abbia avuto comunque il populismo nella storia (quella americana in particolare), anche “élites” è diventato a sua volta un angusto e ossessivo cliché, vista la tendenza a diventare “massa” esse stesse, per via della progressiva normalizzazione degli stili di vita e del globalizzato appiattimento intellettuale, con la scelta di fondo fatta dai nostri governi (a partire da Prodi) di ridurre i fondi per la cultura e la ricerca da inquadrare in questo contesto.

I confini che dividevano governanti e governati non sono mai stati così labili, così confusi come ora, e il dibattito pubblico non è mai parso così tristemente governato dalla contrapposizione senza scampo bianco/nero, proprio i colori che Tommaso Landolfi definì dell’orrore, tipici di un’epoca mediaticamente governata dall’estasi del trionfo o dall’abisso dell’esclusione stile talent, marcata dalla subdola tirannia del “mi piace/non mi piace” e dalla disperata efflorescenza social del “ehi, guarda, ci sono anch’io”, che è cosa ben lontana dalla partecipazione. In un articolo giustamente preoccupato apparso su questi stessi schermi, Vittorio Ray e Lorenzo Vitelli hanno parlato di un populismo non solo antielitista ma proprio non elitario di fatto.

Ben prima di scoprire di avere essa stessa gusti di massa, l’oligarchia democratica-liberal-progressista (quella di cui da noi i vari Amato, Scalfari o Napolitano sono ancora piena espressione, per intenderci) aveva già scelto di rinchiudersi nei suoi palazzi, senza nemmeno dare un’occhiata a quanto succedeva giù in strada, preoccupata di salvaguardare – grazie a un’informazione tradizionalmente filo-governativa – la propria narrazione etico-estetica, ma non di affogare in un idealismo parodistico simile a quello del personaggio dostoevskiano che diceva: Amo l’umanità ma odio gli uomini.

Hanno un bel dire ora opinionisti come Galli della Loggia (benvenuto!) che le élite devono tornare a fondarsi sul merito. La verità è che dagli anni Ottanta in qua la managerialità – politica o non politica – si è dimostrata nei fatti incapace di assolvere il proprio compito. Burocratizzata, nepotizzata, conventicolizzata, più che mai involgarita, è clamorosamente venuta meno al principio che amava ripetere Desmond Tutu: la cultura si può fare senza politica, ma la politica non si può fare senza cultura.

Il Ciampi “servitore dello Stato”, che da presidente della repubblica riproponeva ossessivamente la teoria della “retorica del declino”; gli economisti di palazzo pronti a scommettere che la crisi americana non ci avrebbe mai toccato, ministri come Brunetta perfino arroganti nel ripetere la barzelletta della crisi “solo percepita”; il Napolitano interventista che non aveva sentito “nessun boom” elettorale dei cinque stelle e particolarmente indaffarato a impedire gli italiani a votare, i principali quotidiani sordi a ogni fermento di protesta; gli opinionisti di turno persi dentro la bolla narrativa a gridare contro “populismi” e “sovranismi” e a inseguire financo un Prodi proposto come coscienza di un europeismo tradito nei suoi ideali (sic!), sono solo esempi dell’atteggiamento con cui il potere è abituato a guardare ciò che succede in strada. Se questa non è ignoranza politica, incapacità di interpretare il reale, ditemi voi cos’è… Questo è stato il tradimento di una pseudo-élite tutt’ora incapace di riconoscere i propri errori, o per dirla con Lasch, la sua “ribellione”.

Romano Prodi

Elite o non élite, sovranismi o non sovranismi, populismi o non populismi, una cosa è chiara: la forte ondata di rancore anti-establishment di questi ultimi anni è qui che alloggia, nella crisi di “legittimità” di una classe politica logorata dalle proprie stesse colpe: aver voluto perpetuare se stessa sulla base non della competenza ma dell’affidabilità politica; essersi consegnata alle ragioni del liberismo economico; aver creduto a una democrazia pensata unicamente come possibilità di accesso generalizzato al benessere; ma soprattutto aver dimenticato quanto lo stato di salute di una società sia indissolubilmente legato alla consistenza del ceto medio e alla diffusione della conoscenza: il degrado culturale che tutte le statistiche ci sbattono sotto gli occhi (consumi culturali, laureati, iscrizioni all’università, fuga di chi ha studiato e arrivo di chi non ha studiato, abbandono scolastico e via così) è sconfortante, ma se possibile ancora più sconfortante è che sul tavolo nessuno metta all’ordine del giorno il dramma della questione culturale.

Di questa disfatta, di questo “fallimento ideologico-culturale”, si è accorto ora anche un maestro della narrazione (letteraria, per fortuna, non politica) come Alessandro Baricco, capace di far apparire di colpo come un troglodita quel Michele Serra che pur di non staccarsi dal “progressismo” fallimentare e (ta)faz(z)iano targato Pd – un po’ come il Montanelli del “turiamoci il naso ma votiamo Dc” – invitava tempo fa a mangiare comunque la propria merda piuttosto che quella altrui. Sembrava una vignetta di Altan, solo che la comicità era involontaria.

Michele Serra

La “cultura” del risentimento o del rancore da qualche mese è diventata di governo, in un Paese che continua a essere affollato di macerie, dialetticamente paralizzato dallo schema bianco-nero, proprio di un dibattito politico che nella sua miseria intellettuale sembra incapace di ragionare su concetti come “memoria”, “identità”, “modernità”, preso da un battibecco stile sfogo social che attraversa tutti i confini. Quale differenza corre infatti tra il salviniano “è finita la pacchia” e il suo equivalente francese “è finita la ricreazione” (pronunciato dalla ministra Loisy nei confronti del governo italiano)?

Quale spazio di speranza ci può essere tra una crisi di rappresentanza che ha smantellato il rapporto tra potere politico ed elettore e una fantomatica “democrazia diretta” affidata alla presunta sacralità della rete? Quale nuovo spazio di conoscenza si può trovare tra la “maggioranza silenziosa” diventata ora inutilmente rumorosa, composta più che da credenti da creduloni incapaci di distinguere tra bufala e discorso cognitivo, ma in compenso lesti a mettere il fatidico “mi piace” sulla puttanata del politico di turno (o ad aggredirlo con virulenza se appartenente alla fazione opposta)?

Il revival di un termine canonicamente olivettiano come comunità (al posto del fallimentare “sistema paese” schiantatosi sul muro della crisi) è spia eloquente di un estremo tentativo di invertire il processo di messa a nudo della narrazione imperante fino a inizio millennio: rilanciato da Gianroberto Casaleggio e Beppe Grillo, è diventato – da Renzi allo stesso Mattarella – ingrediente immancabile della comunicazione politicante. La differenza è che per Adriano Olivetti la comunità non poteva prescindere dalla realtà della partecipazione, parola ormai desueta, sostituita da un’altra, più intonata a tempi social: condivisione, che significa partecipazione superficiale e senza conoscenza, lontana da ogni effettivo pluralismo.

In questa dimensione sembra consumarsi la nostra prospettiva da day after: sempre più condannati alla percezione, costantemente privati degli strumenti per poter giudicare e scegliere. Mettiamoci l’anima in pace: come ne “La peste” di Camus, all’emergenza culturale in bianco e nero in cui siamo sprofondati dovremo abituarci (per quanto il movimento cinque stelle ne sia l’effetto e non la causa, a occhio e croce non sembra certo in grado di invertire la rotta).