Ci accoppiamo, un morto e una morta, e crediamo di dar la vita, e diamo la morte… Un altro essere in trappola!”

In fondo siamo già morti. Questo è il fulcro della novella “La trappola” di Pirandello, pubblicata nella raccolta “Novelle per un Anno”, in cui un uomo svela ad un interlocutore imprecisato le proprie ossessioni. La novella incarna molti dei caratteri della poetica dell’autore, ed è un’impetuosa lotta contro la vita in ogni suo campo, in particolare in quello delle istituzioni che la governano.

Basti pensare allo Stato, alla scuola, o alla più naturale di esse: la famiglia. Nel corso del ‘900 la famiglia ha subito numerose modificazioni principalmente dovute al cambiamento del ruolo della donna, oramai ex angelo del focolare; la sostanza non è ancora mutata, in quanto la parola associata al termine “famiglia” è “figli”.

Ma capisci com’è? Quando uno comincia a irrigidirsi, a non potersi più muovere come prima, vuol vedersi attorno altri piccoli morti, teneri teneri, che si muovano ancora, come si moveva lui quand’era tenero tenero; altri piccoli morti che gli somiglino e facciano tutti quegli attucci che lui non può più fare.”

La creazione di un essere altro non può significare che l’ennesima morte. La condanna alle “femmine” presente nella novella è giustificata dall’attrazione che esse suscitano, attirando l’uomo in una trappola che è la coppia, seme della famiglia e della riproduzione. Solo le illusioni della luce del giorno permettono agli uomini di pensare che mettere al mondo un bambino sia bene per loro stessi e soprattutto per lui mentre in realtà non generano altro che una creatura destinata a morire, della quale ogni obbiettivo e insieme il suo raggiungimento saranno una menzogna, un inutile passatempo, un vano sforzo. Come possono pensare di vivere portando un tale fardello? Altro non sono che generatori di altre vite miserabili e condannate. È l’unico modo per veder continuare la propria libertà d’azione che si è persa nell’irrigidimento nelle istituzioni e nel monotono ritmo di vita.

I bambini non avvertono il peso della vita e delle sue artificiose strutture. Crescendo, ogni essere umano prende coscienza delle imposizioni che dovrà subire, a partire dalle più piccole convenzioni ai maggiori istituti. Alla ribellione che dovrebbe essere la naturale rezione all’oppressione si antepone la rassegnazione dell’individuo, che soffoca i propri istinti ribellistici e desiderosi di trovare un’alternativa. Lo scontro estremo con le strutture della società e della vita odierne è pressoché inutile dato che queste sono ormai incontrovertibilmente assimilate e percepite come “normali” dalle masse.

I bambini si evolveranno in esseri umani adulti, esemplari di homo sapiens che posso immaginare: tornano a casa, la sera, scagliano cravatta e reggiseno in qualche angolo della stanza, accendono la televisione e ascoltano quante tragedie sono accadute quel giorno. E nei giorni precedenti. E riescono quasi a vedere ciò che accadrà nei giorni successivi: stupri, omicidi, suicidi.
Mangiano il loro pasto serale, guardano qualche commediola americana, o nel peggiore dei casi qualche reality, occupandosi di una vita non loro, cercando inconsciamente di non pensare che si stanno disintegrando lentamente, che muoiono ogni ora di più, senza mai aver vissuto.

La menzogne delle piccole occupazioni pratiche del giorno eludono il pensiero della morte che appare lontano e sbiadito. Metafora di questa situazione è il racconto “La maschera della Morte Rossa” di Edgar Allan Poe, da cui è tratto il brano seguente:

 “In questa sala pure, addossato al muro di ponente si ergeva un gigantesco orologio d’ebano. Il pendolo andava e veniva con un tic-tac sordo, pesante, monotono; e quando la lancetta dei minuti aveva fatto il giro della mostra e l’ora stava per suonare, dai polmoni di bronzo del meccanismo sorgeva un suono chiaro, squillante, profondo e straordinariamente musicale; una nota così speciale e di una tal forza che i musicanti dell’orchestra eran costretti a interrompere un momento i loro accordi per stare a sentire la musica dell’ora; i ballerini allora smettevano necessariamente le loro evoluzioni; e finché vibrava la suoneria si poteva vedere i più matti diventar pallidi, e i più anziani e calmi passarsi la mano sulla fronte come in una meditazione o nel delirio di un sogno. “

I cortigiani di un paese indefinito per sfuggire alla peste si rifugiano in un castello in cui si da una maestosa festa in maschera che giunge ad essere grottesca e perversa. Il suono del pendolo d’ebano altro non è che il ricordo del loro macabro destino: produce strani effetti all’interno delle sale festanti suggerendo sensazioni scomode di riflessione o timore, seguite da un senso di ilarità dissimulativa. I cortigiani, come ogni uomo, continuano a svolgere le loro occupazioni in una “una gaia e magnifica orgia” la cui euforia può contagiare più in fretta della peste stessa.

Qualunque cosa facciamo, la morte è la nostra caratteristica più intrinseca. Pirandello esegue i suoi rintocchi come il pendolo in questa novella, nella sua visione senza vie d’uscita e priva di attimi di tregua. Scocca dardi portatori di verità senza curarsi delle ferite che potrebbe provocare a noi incauti abbagliati della luce del sole.