Non starò certo a spiegarvi cosa sia una polluzione. Nello specifico una polluzione mentale. Ma seguendo il percorso di questa mia polluzione eretica, capirete meglio. Una professoressa di Lettere che ama indottrinare i suoi discenti, trascrive su un social media il commento di una quattordicenne dopo la visita guidata alla Casa della Resistenza nei pressi di Verbania, in Piemonte:

La guida ci mostra la statua rappresentante due donne. La donna di legno è la donna fascista, mentre la donna di ferro è la donna partigiana. Io sono di sicuro una donna libera, come le partigiane. Stimo le partigiane quasi quanto stimo le suffragette. Detesto le donne fasciste, anche tutt’ora detesto le donne maschiliste, forse le detesto più di quanto detesto gli uomini maschilisti,

scrisse la ragazza mettendosi in mostra attraverso uno dei concetti più cari e riconosciuti dall’Italia post bellica: la lotta partigiana. Il Bene (assoluto) contro il Male (assoluto) e fottiamocene pure della pacificazione delle coscienze, del sangue dei vinti (fottiti anche tu, Giampaolo Pansa), del voltar pagina, dell’edificazione di un pensiero critico ma non ideologico e propagandistico.

Donne in costume da bagno scortate da due minacciosi Balilla

Donne in costume da bagno scortate da due minacciosi Balilla

La prof invece di insegnare alla sua alunna una migliore costruzione del discorso, del periodo, della lingua scritta (dal commento della quattordicenne si evince chiaramente una costruzione del periodo lacunosa), era invece orgogliosa dell’odio storico e sociale che era riuscito a inculcare a una ragazzina che parlava per ammaestramento evidente. Per contro, un’altra professoressa con un trascorso politico giovanile di estrema sinistra, ma con capacità non comune di rivedere le proprie posizioni, grazie a un’intelligenza caustica, critica e autocritica, scrive questa risposta ideale, mai pubblicata per evidenti motivi (non vi svelerò come io ne sia venuto in possesso):

Cara collega, vorrei scriverti – ma non posso –  che ho appena finito di fare l’amore con un fascista, che mi sono sentita una donna maschilista e pertanto mi odierai. Sono felice di essere odiata da te, perché sei bendata, così bendata da essere ormai cieca: hai le tue verità incontrovertibili, stai usando il tuo lavoro come opportunità per indottrinare le nuove generazioni e creare altri mostri come te, altre suore laiche che odieranno i cosmetici costosi e che non troveranno un loro stile neanche nell’abbigliamento. Io amo comprare cosmetici e abiti e oggetti che possano rendermi più bella e piacevole per il mio uomo… Sì, il fascista di cui ti parlavo. Ma sai, cara collega, io spendo tanti soldi anche in libri, mi dà emozione accrescere il mio spirito e la mia curiosità, anche grazie e soprattutto a quel fascista che mi adora e mi protegge, che mi fa sentire me stessa nel modo più profondo, che mi fa respirare il senso tragico dell’esistenza nell’accezione più sublime che tu non potrai mai capire, perché il “realismo socialista”, la Chiesa a cui aderisci come una beghina, non può contemplarlo. Come potrai ascoltare Mozart, o leggere Shakespeare, o guardare un Van Gogh alla National Gallery se sei così ancorata, limitata, prigioniera? Come ti farai scopare, donna di ferro femminista?

 

Girerai l’Europa o forse il mondo, acquisterai l’abbonamento a tutta la stagione della Scala, ma solo come status symbol. Non hai conosciuto nulla, se non il tuo piccolo mondo di donne con i baffi e uomini con la barba e solo quello ti piacerà. Sai, puoi essere intellettuale anche se vai dall’estetista, anche se compri un jeans che valorizzi il tuo fondoschiena perché il tuo uomo possa apprezzarlo ancor di più. Inoltre… Ho scelto il mio lavoro perché non potrei fare altro, perché voglio parlare di Bellezza a questi giovani tristi di questo tempo triste. E la Bellezza sta nell’insegnare loro a pensare, a pensare con la loro testa, a bandire i luoghi comuni. È impossibile che i miei alunni possano scrivere le cose accorate scritte dalla tua alunna, ma oggi, proprio oggi, alcuni ragazzi del Tecnico, senza la minima pretesa di sposare alcuna causa politica, mi hanno letto una loro ricerca sul tuo “Che”, ma anche una sui carri armati sovietici che devastavano l’Europa. L’hanno fatto con umiltà, senza sventolare bandiere e mi basta, perché so che è quello il mio lavoro. Quanto al fascista di cui scrivevo sopra (che mi scopa da dio), me lo terrò ben stretto e avvinghiato e gli darò il mio amore, la mia sottomissione e tutta me stessa, perché solo con lui posso essere libera, ubriaca di vita.

La foto ritrae una giovane donna che si consegna, dopo l'abluzione rituale, ad una delegazione di gerarchi fascisti in alta uniforme

Giovane donna si consegna ad una delegazione di gerarchi fascisti in alta uniforme

Certo la prof beghina, fautrice di un pensiero partigiano post litteram, non accetterebbe mai un concetto pericoloso come quello di “sottomissione al proprio uomo”. Ma ciò, l’incomprensione del concetto, è frutto di un pensiero esausto, sfibrato, perché a ben vedere le cose, la storia, l’argomentazione della prof innamorata del fascista, la sottomissione oltre ad essere reciproca fra lei e il suo uomo (ella dice anche, solo con lui posso essere libera, ubriaca di vita), è garante di un rapporto affettivo ed erotico che si sottrae all’ideologia e la rifugge. Sottomettere è un verbo composto da sotto mettere, sul modello del latino submittĕre. La sottomissione va intesa quale scelta responsabile di vivere la propria dimensione etica, civile, di relazione ecc. sotto l’identico obiettivo, pienamente condiviso, che ha solo la visione della collaborazione, della partecipazione (in questo caso, la partecipazione affettivo-erotica). Se costruisco una piramide o qualsiasi struttura portante di forma analoga, metterò sotto una base più larga rispetto alla punta, ma è proprio questo star sotto che diviene determinante e portante per l’intera struttura, non c’è bisogno di essere architetti per capirlo.

D’altronde un termine molto abusato, sovente confuso, quale sostanza, che ha tormentato filosofi e scienziati, ha una storia simile: si tratta, infatti di un derivato di substāre, ovvero star sotto. Ma andate a raccontare ad Aristotele che lo “star sotto”, sia un atto di violenza e non lo statuto fondamentale dell’essere: l’ousìa, la sostanza, è posta da Aristotele (detto qui molto sommariamente) come essenza dell’essere, prima fra le categorie e soggetto della predicazione di tutte le altre. Che ne sarebbe di una canzone molto retorica cantata da Jovanotti (che però piace a molta gente), quando dice “a te che sei sostanza dei giorni miei”? Dovrebbe intendersi come un inno alla violenza, alla sopraffazione verso la musa ispiratrice della canzone [appiccicosa come la melassa] di Lorenzo Cherubini? Jovanotti canta di voler sottomettere la propria donna, indicandola nel suo testo scontato e per me dozzinale, come “colei che sta sotto” (sostanza, appunto)? Diversa è la soggezione, ovvero l’atto di far subire la propria azione o la propria volontà dispotica ad un altro soggetto più debole.

Eros – Paul Klee (1923)

Eros – Paul Klee (1923)

La sottomissione reciproca è libertà del e nel rapporto: non ci si sottomette per costrizione, bensì per libera scelta affettiva fondata sul rispetto reciproco. Qualcuno storcerà il naso, lo immagino. Questo stesso qualcuno però non avrebbe la stessa reazione di ripulsa se uno dicesse: “Sottomettersi allo Stato vuol dire rispettarne le leggi, non subirle semplicemente”. Sottomettersi alla legge di Dio, per i credenti di qualsivoglia credo, è un oltraggio alla libertà? Sottomettersi al sentimento pazzesco che ci lega a figli e nipoti, è una volgare forma di dispotismo? Non storcerebbe il naso, penso, nessuno. La bieca sottomissione è tale solo se nasce da coercizione, non da patto sociale, amoroso o relazionale. In amore, quella che si chiama sottomissione, ha tante sfumature (purtroppo anche parecchie sfasature) che contemplarle tutte sarebbe impossibile. Nei fatti è l’amore che sottomette gli amanti, gli innamorati e li lascia infine liberi di fare, agire, anche di produrre quelle sfasature che interrompono il gioco della libertà e della sottomissione volontaria, consapevole.

Nell’era del politicamente corretto, malauguratamente, la semantica, il suo ruolo fondante nell’ordine del discorso, ha perduto ogni valore e le parole – scadute a propaganda, vuoti slogan, feticci dottrinali – sono blocchi di cemento armato non più interrogabili nella loro potenza rivelatrice e dis-velatrice. Ve la rendo facile facile. Se dici “sottomissione”, a prescindere dal valore che attribuisci a tale concetto, sei un fascista, un violento: questa parola, come molte altre, è ormai un monolito, un pezzo unico dal significato unico (discendente da un pensiero unico, incapace di uno scarto semantico). Se dici “negro” invece che “di colore”, sei uno xenofobo razzista. Non puoi più nemmeno dire “immigrato”, perché devi distinguere fra richiedente asilo, rifugiato, vittima di tratta, migrante economico, beneficiario di protezione umanitaria ecc.

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Negli Anni Sessanta Fausto Leali cantava una bellissima canzone, “Angeli negri”: oggi sarebbe un bieco razzista. Allo stesso modo non puoi più dire “zingaro”, ma devi dire rom, sinti. E allo stesso modo stupende canzoni degli anni passati non potrebbero più trovare diritto di cittadinanza. Provate a far cantare a Nicola di Bari “il cuore è un rom e va” al posto di “il cuore è uno zingaro e va”. O a Iva Zanicchi, vincitrice a Sanremo nel 1969 con una canzone dall’ottimo sapore di musica italiana, “prendi questa mano sinti”, invece di “zingara”. L’apoteosi avverrebbe con un cantante sessantottino, adorato da tutti i radical chic della sinistra con Rolex al polso, Claudio Lolli, il quale non esitava a comporre e cantare, “ho visto degli zingari felici”. Non entro in campo sessuale perché lì le parole sono morte del tutto. Non esiste genere, preferenza sessuale, inclinazione naturale, attitudine: siamo tutti eredi di fattori sociali imposti, dettati, quanto meno suggeriti da codici di dominio esercitati attraverso l’assegnazione fittizia di ruoli e scelte. Io non sono uomo nel senso di maschio, sono il prodotto di un ruolo sociale. Mi piacciono le donne perché ho subito una “violenza” dalla società. Me ne devo convincere (ancora non ci sono riuscito, ma ci sto tentando), la gnocca non mi piace, è il ruolo sociale che me lo impone con un lavaggio del cervello.

Devi camminare sul filo del rasoio se ti addentri nella foresta misteriosa del discorso sessuale: definire qualcuno gay, omo, bisex, trans, è un rischio e tu sei a rischio querela per omofobia. Dobbiamo convincercene tutti, la gnocca è uno scenario distopico, catastrofico, non auspicabile. La famiglia è un cascame del cattolicesimo che però tutti vogliono, anche quelli dello stesso sesso che oggi si sposano. Analogo discorso vale per la genitorialità: maschio-femmina o uomo-donna sono concetti obsoleti, reazionari, “fascisti”. Siamo tutti genitori per cultura, la natura è una gran rottura di palle. Vuoi mettere una famiglia “arcobaleno” (che è per diritto cosmico felice) con una famiglia tradizionale, fatta di divorzi e tradimenti coniugali? Gli “arcobaleno” non tradiscono, non divorziano, sconoscono la pedofilia, la violenza domestica, lo stalking, il femminicidio. Sono più felici degli dèi dell’Olimpo.

La lotta contro la società fallocentrica continua inesorabile

La lotta contro la società fallocentrica continua inesorabile

Sul femminicidio una parolina, comunque la direi. Se un marito ammazza la moglie si grida al femminicidio, ma se una donna “arcobaleno” dovesse ammazzare la propria compagna non si tratterebbe più di femminicidio, in quanto il binomio assassino-vittima sarebbe composto da due donne. Così non vale, che c’entra: la violenza è una prerogativa riservata agli uomini, le donne ne sono immuni. Hanno creato un mondo di definizioni e copertine, di feste inutili per festeggiare avvenimenti che “non avvengono”, ripetizioni stressanti dello stesso pensiero monocorde: non c’è posto per ingegno, merito e qualità, bisogna livellare tutto, ma verso il basso, ci mancherebbe. Meglio un pensiero indebolito, affidato a un tablet, a uno smartphone, a un like sui social media, ai sorrisi patinati e alle false conquiste sociali, rispetto alla vigoria di un pensiero ribelle, eretico, che non accetta il livellamento verso il basso e verso i lupanari della coscienza massificata.

In questa meditazione triste, come triste è diventata la ridicola “buona scuola” di Renzi (non piace nemmeno a quelli del suo stesso partito) che ha raggiunto lo zenit del livellamento culturale, per il momento mi fermo. Ho altre cartucce da sparare, le riservo per altre irriverenti polluzioni. Tuttavia riconfermo: meglio un fascista reazionario che scopa da dio la sua donna e la rende partecipe, felice, complice della sottomissione dell’amore, che una professoressa sciatta, sciocca, insulsa. Una che ancora oggi si bea dei commenti allineati di una sua alunna, invece di spiegarle le regole della nostra lingua (ammesso che ella per prima le conosca), continuamente offesa da giovani la cui vita intellettuale si sciorina davanti a uno smartphone. Da allineamento in allineamento hanno creato quella schiavitù libera, voluta dal conformismo culturale, alla quale mi opporrò sempre con l’eretico dominio della polluzione, autentica indisciplina sociale, energia vigorosa del profondo immune da tutte le schiavitù liberalizzate, che mai e poi mai saranno in sintonia con la mia libido libertaria.


P.S. Nel 2016 sei italiani su dieci non hanno letto un libro. La mia amica Maurilia ha aggiunto un commento tanto acuto, quanto spiritoso alla notizia sul web: “Però in compenso ne hanno scritto uno”. Ecco, forse la prof neopartigiana coi baffetti e gli abiti trasandati (uniforme di molte Chiese laiche), avrà scritto un libro, sarà una di quelle sei persone che non leggono. Ma scrivono…