di Nicola Berti e Alessandro Panerai

 

« Serendipity is looking in a haystack for a needle and discovering a farmer’s daughter. »

(Julius Comroe Jr., 1976)”

“Fu anticamente nelle parti orientali, nel paese di Serendippo uno grande et potente Re nominato Giaffer, il quale ritrovandosi tre figliuoli maschi, et conoscendo di dover quelli lasciar signori di gran potere, deliberò di lasciarli di tutte quelle virtù dotati, che a principi sono richieste. […] Deliberò per farli compiutamente perfetti, che andassero a vedere del mondo, per imparare da diversi costumi et maniere di molte nationi coll’isperienza quello di che colla letione de libri et disciplina de precettori s’erano di già fatti padroni”. “

Così suona l’incipit del racconto “Pellegrinaggi di tre giovani figlioli del Re di Serendippo”, traduzione di una fiaba persiana del XIV sec. d.C. ad opera di Christoforo Armeno, pubblicata a Venezia nel 1557 dall’editore Michele Tramezzino, che descrive le peregrinazioni dei principi di Serendip (antica denominazione persiana dello Sri Lanka) alla continua scoperta di cose di cui non erano in cerca (e grazie alle quali riescono a fuggire dalla prigionia). Si tratta di una “casuale sagacia”, come la definisce lo scrittore inglese Horace Walpole in una lettera del 1754, nella quale conia per la prima volta il termine serendipità: “uno di loro scoprì che un cammello cieco dall’occhio destro era passato da poco per la stessa strada, dato che l’erba era stata mangiata solo sul lato sinistro, dove appariva ridotta peggio che sul destro – ora capisce la serendipità?”.” Nella sua sintesi di casualità ed intelligenza, la stessa vicenda storico-etimologica della parola serendipità sembra fare dunque appello al suo medesimo significato: attraverso otto secoli, quattro traduzioni e l’intuizione di Horace Walpole oggi abbiamo un vocabolo per un concetto altrimenti difficilmente rappresentabile.”

La serendipità è un regalo offerto all’uomo per dargli refrigerio e ricordargli le labirintiche sfaccettature della sua essenza, i suoi bisogni, le sue gioie. Nel gesto dell’abbandonarsi, che è poi uno sciogliere la briglia dinnanzi ad un autocontrollo utopisticamente onnicomprensivo, l’uomo riscopre l’infantilità della scoperta, la ricchezza dell’estraneo che si dona – in onda,
 in occaso, in brezza – insomma, l’evasione dello sconosciuto, la meraviglia della vastità, dell’alterità, il fascino dell’ignoto, il variegato orgasmo della flânerie. Si tratta, in soldoni, di presentare il dovuto tributo al caso, consapevoli o meno. Di riconoscere, detto altrimenti, che un di più di Bene è sempre lì dietro l’angolo, che si avrà sempre a disposizione un brivido d’inesperienza, di prima volta, o, più bello ancora, più ricco ancora, la possibilità di ricevere in dono una nuova prospettiva sul già visto, una nuova opinione o una nuova conoscenza personale.”

Arricchirsi vuol dire dunque affinare la propria capacità di donarsi al mondo, di aprirsi, di essere disposti ad accogliere, senza per questo scadere nel relativismo, ma anzi mantenendosi saldi nella propria individualità, nella propria presenza, insomma, nella propria dignità. Offrirsi ad essere bersaglio d’occhiate, di risatine, di commenti, per i più fortunati di sguardi e di fantasticherie. L’impeto collezionistico e l’ansia di apprendimento che scandiscono la vita di ogni uomo, si esprimono fino al sublime nel vagare rapito, nell’osmotico spiare, nel subire su di sé il circo d’impulsi dell’intorno, non certo nel consumare le biblioteche, riempiendosi di un profluvio d’imprecisioni, di fotografie sfocate, schivando invece la fonte di quella copiosità, che sarebbe a portata di mano.”

Serendipità è ovunque: nella nostra crescita culturale, nelle persone che incontriamo, persino nei posti che visitiamo. L’uomo ha dunque bisogno di ritagliarsi il tempo per espandersi a caso. Ha bisogno di vedere e di farsi vedere. Ha bisogno di arraffare l’intorno, il presente, la condanna della sua temporalità e di farlo a mente sgombra, illibata, convinto di star facendo il bene. Ha bisogno di imparare ad assaporare. Riscoprire periodicamente l’estasi della sensualità, della luce, e l’esaltazione della corporalità, dell’impetuosa subitaneità della sensazione. L’uomo si culla in un volteggiare scomposto, come una foglia secca, come un coriandolo. Il suo stesso esistere e’ un perpetuo dono.

Oggi, ingabbiati come i principi di Serendip nella previsione, nel calcolo e nell’individualismo, possiamo trovare nella serendipità l’ultima occasione di autentica libertà. La libertà che si sostanzia nel sentirsi anticipati, nell’inatteso e nell’imprevisto, nell’instaurare un autentico dialogo col mondo e con l’altro. Libertà sottrattaci inconsapevolmente dalla nostra stessa prometeica volontà di potenza e dal dominio della Tecnica, che tutto divora. “

La bussola va impazzita all’avventurae il calcolo dei dadi più non torna.!

(La casa dei doganieri, Eugenio Montale)