L’Istat certifica l’ennesimo aumento della disoccupazione: la complessiva al 12,6%, quella giovanile al 42,9%.  (http://www.ilfattoquotidiano.it/2014/10/31/disoccupazione-istat-record-126-tasso-i-giovani-429/1182177/). In Italia si perdono circa mille posti di lavoro al giorno. Di fronte a questa inarrestabile caduta, simbolo della débacle di un sistema, si certifica il trionfo del neoliberismo, ideologia imperante: se sei disoccupato la colpa è solo tua. La colpa è tua perché non riesci a stare al passo con i tempi, non hai aggiornato le tue competenze a fronte dei repentini cambiamenti richiesti dalle aziende odierne; la colpa è tua perché hai investito le tue energie in un percorso formativo che non rispondeva alle esigenze del mercato, non puoi essere competitivo, i tuoi titoli sono carta straccia; la colpa è tua perché non sei disposto a fare sacrifici, se c’è bisogno di lavorare 12 ore al giorno con un salario inferiore ai mille euro netti, spesso domeniche e festivi compresi, e non hai voglia di farlo è per la tua natura di “bamboccione”, “choosy” o semplicemente sfigato.

Le ideologie dogmatiche sono difficili da scalfire. Fanno appello alla parte più primordiale e impulsiva della mente umana, ovvero il pregiudizio, un nocciolo emotivo di spesse strutturazioni difensive creato per sentirsi al sicuro all’interno di scenari disagevoli. Eppure basterebbe dare un’occhiata oltre lo steccato. La triade imposta dal dogma neoliberista, ovvero deregolamentazione, privatizzazioni e riduzione dei salari, ha accresciuto a dismisura la concentrazione della ricchezza nelle mani di pochi (metà della ricchezza mondiale è nelle mani dell’1% degli individui!), ha esponenzialmente aumentato la disoccupazione, ha acuito la crisi ambientale.( http://cambiailmondo.org/2014/01/22/rapporto-oxfam-diseguaglianze-circa-meta-della-ricchezza-mondiale-nelle-mani-dell1-della-popolazione/   )

Se il capolavoro del diavolo è quello di aver convinto gli umani della sua inesistenza, allo stesso modo il neoliberismo è riuscito nell’impresa di trasformare un clamoroso fallimento di sistema in una miriade di fallimenti individuali. Tutto quello che conta è la legge della domanda e dell’offerta che garantisce la migliore allocazione delle risorse in una logica devota al profitto individuale. Il lavoratore si immette nel mercato come una merce qualunque: viene giudicato in base alla sua adeguatezza rispetto alle esigenze del compratore e, se non ritenuto conforme, scartato. La merce non ha diritto alla lamentela né alla soddisfazione di bisogni fondamentali; avete mai visto un cellulare che si lamenta perché lo usate troppo?
L’orizzonte della collettività e di nuove forme di governo dei processi economici vengono completamente escluse, l’unica arma che ha a disposizione l'”homo consumens” del terzo millennio è dare fondo alle proprie energie attingendo ad un esasperante individualismo: sperimenta strategie più ardite, ai limiti della legalità, accumula altri titoli, cerca di tenere la testa fuori dall’acqua puntellandosi sul capo di qualcun altro.

L’esito conclusivo è un nuovo fallimento. Non c’è salvezza individuale di fronte alla necessità di un ripensamento collettivo. Come dicevano gli antichi romani, “divide et impera”, frantuma la comunità e otterrai una facile vittoria. Nel frattempo le aziende americane, rinvigorite dalla cura Obama, portano all’estero mille miliardi di dollari di proventi invece di reinvestirli per creare nuovi posti di lavoro. Alla faccia della ripresa. (http://www.wallstreetitalia.com/article.aspx?IdPage=1682711&utm_source=feedburner&utm_medium=feed&utm_campaign=Feed%3A+wallstreetitalia+(Wall+Street+Italia)) )