Un olimpo di divinità inarrivabili: aspira a ciò la società moderna. Miti che si contrappongono alla natura dell’essere umano e che per la loro astrattezza generano frustrazione, ansia ed impotenza. Uno fra questi è il Dio dell’eterna giovinezza, forte, dinamico, produttivo ed efficente, un modello di uomo che mai potrebbe essere scalfito dai segni del tempo. Così l’anzianità, inconciliabile con i valori della modernità, è concepita dai giovani e dagli anziani stessi come una malattia da debellare o, per i più arrendovoli, come una lenta attesa della morte.

Se da una parte difatti sembra esservi in atto una vera e propria lotta contro la senescenza, d’altro canto la maggior parte degli anziani sopravvive aspettando la fine. Difatti in una società dove l’efficienza, la produttività, l’estetica e la dinamicità sono i capisaldi che sorreggono l’impero del consumo, quale ruolo può essere rivestito dall’anziano? La risposta è molto semplice, ruolo non esiste. Il vecchio è così un peso ed una paura. L’incubo di ritrovarsi d’improvviso dinanzi ad una verità, che nemmeno nell’epoca del ” tutto è possibile, acquistando” può essere cancellata: la banale verità che, come al giorno segue la notte, così alla giovinezza segue la vecchiaia, il preciso momento in cui, deteriorato ormai il corpo, l’uomo è costretto a fare i conti con l’anima, con la propria intimità ed il proprio carattere.

Il progresso moderno cerca dunque di sminuire il valore dell’anzianità. Innanzitutto poichè il vecchio rifuta il superfluo e vive dell’essenziale costruito in giovinezza ed in età matura e in ciò contrasta l’ideologia consumistica, per la quale l’accumulazione seriale di superficialità rappresenta utilità. Il vecchio inoltre è lentezza, che si scontra con il moto irrefrenabile della modernità, oltre ad una essere scomoda inadeguatezza, in molti casi volontaria, allo sviluppo teconlogico. Esso rappresenta dunque quell’ultimo barlume di tradizione e di passato, che la società moderna in nome del progresso, tenta in tutti i modi di ghettizzare e  di estirpare, inneggiando al dio della giovinezza. Ostacolo per la società e specchio della morte, questa è la vecchiaia. E se in passato l’anziano era saggio perchè aveva vissuto di più e conosceva perchè ricordava, oggi i nuovi sistemi di informazione sono i veri depositari di esperienza e saggezza. Si è fautori dunque della mortificazione e svalutazione della vecchiaia, che rende ancor più triste il decadimento del proprio corpo e della mente. ” “A differenza delle generazioni che ci hanno preceduto, oggi gli uomini non muoiono più sazi della loro vita, ma semplicemente stanchi”, scriveva Max Weber nel 1919. 

Eppure, ognuno di noi, avverte un calore, una protezione ed una tranquillità apparentemente inspiegabili, negli occhi acquosi degli anziani . Tutto ciò è il sapore della verità, il naturale attaccamento alle radici e all’essenza dell’uomo che quotidianamente dimentichiamo, ma che nonostante tutto, possediamo ancora. Perchè in fondo cosa significa realmente invecchiare? Vivere.