La discesa si è fatta sempre più inclinata e pericolosa. In fondo alla strada, il precipizio. Nemmeno le urla si sono levate al cielo. Ma noi siamo qui per darne notizia: la scuola italiana è defunta. Piangiamo lacrime commosse al suo capezzale, ma non abusiamo del tempo concessoci e proviamo a trovare qualche soluzione. L’attacco scellerato alla pedagogia tradizionale ha esploso gli ultimi colpi fragorosi dal secondo dopoguerra ad oggi, ma il percorso ha una storia molto più lunga. Il progresso chiama e sappiamo bene che i servi dell’Avversario accorrono a frotte. L’annientamento della tradizione deve essere completo: metafisica, arte, scienza, politica e anche pedagogia. L’edificio va demolito in ogni sua parte. Del resto, solo un uomo deformato, ma ignaro di esserlo, può credere alle scempiaggini della modernità!

Ma qual è la vera misura umana? Una società che non sa nulla dell’anima e rigetta ogni serio discorso su di essa ha ancora titolo di educare e istruire? Ci si è rinchiusi dentro il recinto – o gabbia – della società ma si ha paura di guardare appena un po’ più in là. Invalidati tutti i princìpi della sapienza tradizionale, ecco che ogni cosa va costantemente messa al vaglio delle moderne scienze. Anche di quelle cosiddette umane. I saperi si evolvono e ciò che era ritenuto valido una decina di anni fa, ora si dimostra sorpassato, in una corsa verso un immaginario futuro che però nessuno sa bene cosa sia. L’educazione e la scuola sono state travolte anch’esse da questa macchina infernale. L’uomo è un mistero che si è dissolto, resta solo il cittadino, desideroso di sfamarsi e divertirsi.

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La scuola deve formare al lavoro e alle nuove sfide che la società ci propone, gridano all’unisono i saccenti esperti del nulla. D’altro canto noi tutti siamo caduti sotto l’incanto di questi manipolatori del sapere. Nell’appiattimento democratico, il primo principio visibile a farne le spese è stato quello di autorità. Venendo meno quest’ultimo, vertice e incarnazione del primato della Verità, la strada in discesa era spianata. Il regno della quantità iniziava a stendere i suoi lunghi tentacoli. Il principio di autorità attira verso l’alto, scrosta le impurità e gli orpelli, educa all’autocontrollo e al silenzio. Dalla centralità del maestro ci si è spostati, invece, sempre più verso il discente. Come non vi è più un centro e una guida interiore che muove gli uomini, così bisogna diffidare di ogni forma di autorità esterna fino a disprezzare chi la esercita. L’orizzontalità, invece della verticalità piramidale.

La cultura di massa e con essa anche la scuola di massa hanno teso ogni sforzo ad annientare questo principio, distruggendo finanche i giovani, i più piccoli. La massa è numero, quantità, livellazione, vittoria del mediocre sul virtuoso e ancora di più, sul genio. Ogni cosa è oggi pensata per le masse, non solo la scuola: televisione di massa, cinema di massa, divertimento di massa, musica, abbigliamento. Senza più nessun gusto ed eleganza, l’uomo così si compiace di avere tutto a disposizione, con poco sforzo, ma non si è reso conto che il prezzo da pagare è stato la sua degradazione ad uno stato poco più che animale. Uomini bisogna avere l’ardire di diventarlo, occorre essere iniziati e provati duramente col fuoco.Gli ordini sono impartiti in un enorme subcosciente collettivo nel quale tutti nuotiamo.

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Parlare di cose serie ma sempre con leggerezza, il che equivale a distorcere la sostanza traviandone la giusta forma. Il seducente “laicismo” contro il rigore estetico. Il linguaggio accattivante ed emotivo che sappia incuriosire l’ascoltatore, come a dire che il piacere sostituisce l’imperativo del Bello e del Vero. L’inclusività ad ogni costo, che maschera la mancanza di vero rispetto con un’ideologica apertura all’altro, sempre però direzionata verso il basso. Essere eclettici, flessibili, pronti al cambiamento, insomma un inno allo svuotamento dell’identità e contro ogni vera ricerca della propria e unica vocazione – da non confondere banalmente con le passioni. Curiosi di tutto, aperti ad ogni possibilità, salvo poi escludere tutte quelle che contraddicono il paradigma modernista. Essere selettivi è un handicap riprovevole! Il numero, il numero, l’abbondanza! L’attivismo precoce è un altro dictat. Il tempo fugge, prima si impara e meglio è. Non ha alcuna importanza se il ragazzo non ha ancora strutturato la sua identità. Formare lo spirito critico e uno sguardo personale sul mondo, blaterano gli ipocriti, quando poi schiacciano e umiliano ogni dissenso, ridicolizzano ogni riflessione profonda che porta alla luce le contraddizioni di questa epoca. Essere proattivi, assertivi, umili, ma competitivi. Iene pronte a sbranare chiunque si faccia a tiro, sguaiati e seducenti, oltre ogni decenza. L’eleganza, il riserbo e il pudore, che invece vestono l’animo nobile e sapiente, sono inutili.

I titoli, prima di tutto. Affollate le università altrimenti non sarete nulla! Beh, intanto sarete senz’altro dei disoccupati e poi degli infelici. Studiare con l’unico scopo di avere una vita comoda, se non agiata, produce delle quasi-persone, allontana dalla scoperta della propria “elezione” e quindi genera schiavi, feroci ed arroganti. E potremmo proseguire fino a divenir noiosi. Le miriadi di competenze che distruggono la vera conoscenza, il moltiplicarsi di corsi inutili, laboratori creativi, educazioni stradali, sessuali, ambientali e non si sa ancora che altro. Intanto, la Vera Educazione è fuggita altrove. Il linguaggio sboccato e povero, ridotto a comunicazione, buono solo per i commerci e gli affari. Ma la parola è segno di realtà superiori, voce dell’anima delle cose!

Una classe con maestro addormentato - Jan Steen (1672)

Una classe con maestro addormentato – Jan Steen (1672)

A tutto questo, ultima in ordine di tempo, si è aggiunta la contaminazione ideologica, l’indottrinamento che confonde la mente e il cuore delle giovani anime. La “teoria di genere” assesta l’ultimo colpo, quello forse mortale. Una nuova antropologia si insedia. Ma il terreno era pronto, preparato con minuzia e dedizione lungo i decenni, nel silenzio e nella cecità collettive. È il perfetto corollario a tutto quello esposto sinora. Lo Stato non lascia scampo. Dovunque, spia, tiranneggia, perfino nelle camere da letto. O forse dovremmo asserire che lo Stato non c’è, quella che vediamo è solo un’ombra deforme e sinuosa. Uno Stato che non poggi sulle leggi ontologiche e che non riceva la sua potestas da chi solo possiede e amministra l’auctoritas, non può riconoscersi tale. Non multa sed multum. Per portare alla luce ciò che si deposita in fondo all’anima del ragazzo, occorre rieducare al valore del silenzio, concentrarsi sull’essenziale, intravedere il Tutto nell’infinitamente piccolo, anziché disperdere tempo ed energie nei mille rivoli delle competenze moderne. Forgiare il carattere, edificare una personalità: queste sono le prerogative di chi ha l’onore e l’onere di insegnare. Contro la cultura di massa è necessario e urgente ritrovare il valore aristocratico dell’educazione per una genuina aristocrazia sociale. Il comando dei “migliori” che prima va applicato in interiore homine e quindi verso l’esterno.

La Verità rende liberi. La Verità costruisce la persona. Dall’individuo, esemplare moderno ripiegato solo sul proprio ego, bisogna elevarsi allo status di persona che abbraccia il Noi e certifica la dimensione sociale dell’essere umano. Può forse lo Stato moderno condurre a questo? Possono sopperire le scuole paritarie alla tragica situazione nella quale sembriamo intrappolati? Vittime dello stesso impianto culturale, dell’assurdità dei programmi, accecate anch’esse dall’abbagliante inganno della modernità, hanno il fiato corto e le armi spuntate. Nell’oscurità che inghiotte tutto, qualche bagliore si leva. Negli ultimi anni, anche qui in Italia, alcune famiglie hanno deciso di seguire la strada dell’educazione parentale. Negli Stati Uniti e in altri Paesi questo fenomeno è presente da qualche decennio, con numeri considerevoli. I modi sono diversi: c’è chi si occupa autonomamente dell’istruzione dei figli a casa, chi ha scelto di unirsi in piccoli gruppi di famiglie con i genitori che a turno si dedicano all’insegnamento, chi ha costituito delle piccole scuole con educatori esterni, sulla falsariga degli antichi precettori.

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Fuga dallo Stato e da una società che opprime e svilisce? Forse. Centralità della famiglia nelle scelte educative? Anche. Tempo condiviso e una socialità che non si fa competizione, ma condivisione? Spesso. Motivi di ordine religioso, in una società che sempre più è nemica di qualsiasi aspetto trascendente? A volte anche questo, specialmente oltre oceano. Ma le motivazioni che hanno spinto queste famiglie ad una scelta così drastica da sembrare persino ingenua, ci interessano in realtà molto poco. Qui si annida uno dei tanti dogmi del non-pensiero moderno, invisibile e per questo ancora più pericoloso: il personalismo intellettuale. Giudichiamo gli eventi depositando lo sguardo sugli individui che ne sono protagonisti e artefici. Da questa osservazione facciamo emergere le categorie di giustizia e bontà o, altrimenti, i loro opposti. Ma il pensiero tradizionale supera questo livello. La storia va letta come Storia Sacra. Ciò che si manifesta è segno di qualcos’altro. Indicazione, avvertimento, per uno sguardo che è sempre teso al fine e verso la fine.

Se la cima si è rinsecchita, fino a minacciare di morte la sua base, è forse dalle radici ancora sane che può levarsi una speranza di vita? Quel “piccolo resto” a cui accennava Paolo VI ha il dovere di custodire, salvare e rinvigorire tutto ciò che ancora profuma di Vita, Verità e Bellezza per accompagnarlo oltre le cortine di quest’era. Vero atto pontificale, fra due mondi, due tempi! Le fiamme salgono invisibili al cielo. Il mondo, questo mondo, odora già di fumo e cenere. Distaccarsene nell’operosità, questo è il segno. Questi sono i giorni in cui provare cose nuove e rischiose, quando la libertà di essere uomini è scandalo. Uno slancio di puro idealismo che penetri e squarci la coltre di falsa prudenza e di miseri calcoli opportunistici. Non si tratta solo di scegliere fra la scuola istituzionale e l’istruzione in famiglia. Bisogna saper guardare più su. Non il dito, ma la luna se non vogliamo passare per sciocchi. Dove non c’è più ordine e vera libertà, dove la persona è imprigionata in una falsa antropologia, dove il fare è solo attivismo, bisogna allontanarsi per non soffocare, ricostituire e restaurare vincendo tutte le seduzioni di questo mondo. La scuola può essere un inizio, sempre tenendo lo sguardo fisso alla meta che sta molto più in alto. Alcuni fiori sbocciano tra il fango non perché ci domandiamo se avessero antipatia per l’erba alta dei prati, ma perché ci ricordiamo di come la bellezza si mostra solo attraverso il coraggio.