Uno degli aspetti dell’epoca postmoderna, inaugurata dalla reinterpretazione del sistema capitalista avvenuta a partire dalla metà del XX secolo, è il tentativo di annientare il sacro come elemento dell’esperienza e come forma interpretativa della realtà, assieme ai suoi miti e ai suoi riti: la cultura dell’attuale società dei consumi ambisce alla sua desacralizzazione.

Prima di approfondire il tema però è necessario capire cosa sia sia identificabile come sacro, quali siano le sue caratteristiche. Il sacro è una concezione della realtà che non fa riferimento alla vita materiale, biologica e soprattuto razionale. Crede vi siano altre entità, immanenti, travalicanti la percezione sensoriale dell’essere umano, in grado d‘agire e determinare la realtà nella quale l’individuo vive e con la quale si relaziona. È a tutti gli effetti un elemento dell’esperienza, poiché rappresenta la sospensione della ragione a causa dell’affidarsi ad una o più entità superiori, le cui azioni producono effetti più intensi rispetto all’operato umano. Il fine di questi esseri metafisici, ammesso che ne abbiano uno, è inconoscibile per l‘uomo che si prostra al loro cospetto invocandone l’intervento, l’unico in grado di sovvertire l’incessante fluire di un destino apparentemente scritto: un miracolo. Per Pasolini infatti, uno degli aspetti più caratteristici del sacro è la magia. Un uomo sottoposto all’esperienza del sacro chiede alla potenza che gli è superiore e lo sovrasta qualcosa che non può ottenere con la relazione immediata tra uomini: domanda quindi una grazia. La dimensione sacrale pertanto riguarda sia la concezione della realtà in cui tali enti possono intervenire, sia il rapporto che sussiste tra loro e gli uomini.

Pasolini – Vangelo secondo Matteo (1964)

La società postmoderna non è stata l’unica ad intraprendere una campagna mirata alla desacralizzazione della propria cultura. Il primo protagonista che ha ingaggiato la lotta contro il sacro è stato il monoteismo ebraico-cristiano, ovvero la più grande tradizione culturale che lo ha rifiutato proponendo un’alternativa identificabile nel concetto di santo. In questa prospettiva, Dio trascende il mondo che ha creato e lo consegna all’uomo, che ne assume la totale responsabilità. Se nella prospettiva sacrale l’essere umano può subire gli effetti di forze immanenti a lui superiori e che quindi deve provare a persuadere per evitare eventuali effetti maligni delle loro azioni; nella dimensione del santo invece l’uomo, che ha fede solo verso l’unico Dio e che non crede in nessun’altra entità, diventa non solo il responsabile del mondo che gli è stato affidato ma anche il responsabile delle sue azioni libere e autonome: le uniche a poter determinare la realtà. L’insistenza sulla trascendenza di Dio, il divieto di raffigurarlo e di compararlo con qualsiasi essere terrestre e la condanna della magia: sono tutti modi che la cultura di Israele ha intrapreso per annientare il sacro e che successivamente il cristianesimo ha adottato, rafforzando così questa tradizione.

In questa lotta per la desacralizzazione, il monoteismo ebraico-cristiano non risulta però il vero vincitore: il sacro continua a sopravvivere nella mentalità degli esseri umani. Traendo ancora spunto dal pensiero di Pasolini, che ha dimostrato notevole sensibilità e intuizione verso queste tematiche, si può fare riferimento alla società dell’epoca paleo-industriale nell’Italia meridionale. Qui il popolo ha conciliato il sacro della società pre-cristiana e il sacro della società contadina, aderendo ad alcune forme rituali ereditate dal mondo pagano: ritualità che il Concilio di Trento ha tentato invano di eliminare. Vi è stata quindi una sorta di mediazione tra il sacro amministrato dalla Chiesa, che cerca di modificarne la natura, e la resistenza opposta della società contadina al fine di conservare il proprio passato storico precristiano.

Ma durante il processo di modernizzazione in Italia, la Chiesa cattolica viene investita da una crisi che sembra completare il processo di secolarizzazione inteso come emancipazione mondana dalle forme della religione cristiana. Questa crisi è determinata dalla mutazione antropologica degli italiani che, a partire dagli anni Settanta, assumono sia un modello di vita edonistico e consumistico, sia una concezione della realtà razionale e prettamente scientifica. Nonostante facesse parte di quella tradizione monoteistica che ambiva ad identificarsi come una cultura desacralizzata, la Chiesa cattolica rappresentava paradossalmente l’ultima ancora di salvezza per il sacro, grazie alla realizzazione della mediazione tra le forme sacrali pre-cristiane adottate dalla società contadina e la dottrina cattolica. La desacralizzazione è compiuta: non c’è più posto per il sacro.

Secondo Pasolini, la pratica dei flagellanti è il risultato della mediazione tra il sacro della società contadina e il sacro amministrato dalla Chiesa. (Francisco Goya, Una processione di Flagellanti)

Secondo Pasolini, la pratica dei flagellanti è il risultato della mediazione tra il sacro della società contadina e il sacro amministrato dalla Chiesa. (Francisco Goya, Una processione di Flagellanti)

Se è vero che l’attuale cultura si propone come radicalmente desacralizzata, è anche vero che il senso del sacro sopravvive tutt’oggi nella mentalità umana. L’individuo della società dei consumi però vive l’esperienza del sacro in modo selvaggio, perché non riesce a dargli una forma mediante la sua elaborazione culturale: non solo perché nel postmoderno le forme sono liquefatte e bandite, ma anche perché il sacro viene del tutto rifiutato, conservando però una predisposizione ad esperirlo e ad interpretare la realtà attraverso concezioni sacrali. Pur rinnegandolo quindi, si può notare come effettivamente l’attuale società dei consumi viva ancora l’esperienza sacrale nella sua veste postmoderna: la Tecnica e, più precisamente la Tecnologia, rappresentano i nuovi miti del sacro: potenze sovrumane che influenzano necessariamente la vita dell’umanità verso il progresso, fine storico indeterminato che bisogna raggiungere. L’uomo obbedisce e serve la Tecnologia sia perché incapace di regolarla sia perché è entità garante il raggiungimento dell’agognato progresso.

Ma nel momento in cui ci si rassegna all’annientamento delle antiche forme sacrali, causato dall’affermazione della razionalità scientifica e rimpiazzate dal mito selvaggio della Tecnica, ecco come tradizioni ed eventi che si presentano ciclicamente a cadenza annuale sembrano contraddire il pessimismo pasoliniano. Esiste ancora una manifestazione del sacro: sorge direttamente da quelle tradizioni dell’Italia meridionale che riescono a sopravvivere e convivere nell’epoca del capitalismo perfettamente realizzato. È il caso della Festa di Sant’Efisio, la più importante processione religiosa di Cagliari, che si svolge ogni anno ininterrottamente dal 1657. L’origine di questa festa richiama proprio quel sentimento del sacro di tipo contadino che, attraverso l’azione della Chiesa, ha subito una mediazione con le forme della religione cattolica. La devozione assoluta verso questo Santo, le modalità con cui si compiono i festeggiamenti, i canti e le preghiere che si recitano, le richieste che gli si rivolgono: sono tutti elementi che richiamano una certa concezione sacrale della fede cristiana.

Il cocchio cittadino di Sant'Efisio nella via Roma a Cagliari

Il cocchio cittadino di Sant’Efisio nella via Roma a Cagliari

Sant’Efisio è martire, ucciso a Nora nel 303 d.C. per ordine dell’imperatore Diocleziano, che lo accusò d’infedeltà per essersi convertito al Cristianesimo. La preghiera recitata prima di morire, in cui il Santo chiede a Dio di proteggere i sardi dai nemici e dalle malattie, racchiude simbolicamente il senso del voto fatto dai cittadini di Cagliari nel 1656, periodo in cui la città era devastata dalla peste. I cagliaritani gli promettevano una lunga processione e grandi festeggiamenti in suo onore, se egli fosse riuscito a debellare l’epidemia. La pestilenza scomparì e dal 1° maggio dell’anno successivo sino ad oggi, quindi da ben 361 anni, l’isola festeggia ininterrottamente il martire con la più lunga processione religiosa italiana: 65 km percorsi in 4 giorni, durante i quali la statua di Sant’Efisio attraversa tutte le tappe del suo martirio.

I devoti arrivano in città da tutta l’isola e numerosi gruppi di fedeli, che rappresentano le città e i paesi devoti, aprono la sfilata anticipando l’arrivo del Santo: indossano il costume tradizionale sardo, ricco di gioielli in oro e ricami preziosi, e sono guidati dalle traccas, carri decorati con elementi floreali. Il quartiere Stampace di Cagliari è il punto iniziale di tutta la processione: il santo esce dalla chiesetta che lo ospita e viene riposto dentro un cocchio, posizionato sopra un carro trainato da buoi, ornati appositamente per l’occasione. Dopo l’attraversamento di un percorso tracciato per le vie del quartiere, Sant’Efisio viene accolto dalle sirene delle navi in via Roma, abbellita per il passaggio del santo con sa ramadura, ovvero lo spargimento di petali di rose, rendendo l’atmosfera colorata e profumata.

Sa Ramadura, momento in cui via Roma viene ricoperta da milioni di petali di rose gettati a mano sulla strada.

Sa Ramadura, momento in cui via Roma viene ricoperta da milioni di petali di rose gettati a mano sulla strada.

Lasciata la città, Sant’Efisio comincia il percorso che attraversa i paesi di Sarroch, Villa San Pietro e Pula prima di arrivare a Nora, antica città fenicia in cui si replica simbolicamente il martirio del Santo. Il percorso inverso non è meno affascinante dell’andata: il rientro ripercorre infatti le stesse tappe, sostando durante l’ora di pranzo nella Villa d’Orri a Sarroch, unica villa regia di Sardegna, nella quale is goccius, lodi cantate al Santo che narrano le vicende del suo martirio, si espandono nella serenità del vasto parco che circonda la villa, creando un’atmosfera suggestiva. Durante i quattro giorni di pellegrinaggio, i fedeli continuano a stare dietro al carro del santo, recitando preghiere e canti religiosi. Altri sopraggiungono durante l’attraversamento dei paesi toccando la statua in segno di devozione mentre gli proferiscono richieste di buon auspicio.

Is Goccius, canti di lode in onore di Sant’Efisio

Se si considera il fatto che la partecipazione a questa processione è sempre numerosissima, che anche non-devoti e non-credenti sembrano essere affezionati in qualche modo al Santo e che persone da tutto il mondo accorrono per poter ammirare il potere della tradizione insita in questi festeggiamenti; sorgono spontaneamente le seguenti domande: perché la crisi della Chiesa e della religione cristiana non contamina anche la devozione e la partecipazione alla reiterazione del voto stipulato con Sant’Efisio? Perché la festa è ancora così sentita nella popolazione, anche nei giovani? È come se anche questo evento abbia subito un processo di secolarizzazione: si è spogliato della religiosità cristiana, causa prima e motivo principale per il quale si festeggia il Santo, e ha conservato l’antica sacralità contadina che nella società dei consumi secolarizzata si reinterpreta in un’ottica culturale e tradizionale.

Questa emancipazione non solo ha permesso di sfuggire alla crisi che investe ancora oggi inesorabilmente la Chiesa e il senso di fede della religione cristiana, ma anche di poter sviluppare una nuova ed inedita mediazione tra il sacro e la modernizzazione. Il sentimento verso la Festa di Sant’Efisio risulta certamente reinterpretato, ma ciò ha consentito sia di produrre un’autentica elaborazione culturale del sacro nella società dei consumi, teoricamente esperito solo in maniera selvaggia dal mito della Tecnica; sia di conservare ancora oggi l’antica manifestazione del sacro, che perdura ancora nei luoghi, nei costumi, nelle tradizioni e nella bellezza di questa festa.