E se la risposta alla grande battaglia del presente non consistesse in una cesura politica, in una sommossa generalizzata ed armata, in una soluzione rivoluzionaria? Se non comportasse necessariamente l’occupazione dei palazzi del potere, la conquista dei vertici, l’acquisizione degli scranni del comando? E se invece la vera via per vincere si trovasse fuori dalla storia e dalle grandi narrazioni, dai mutamenti epocali e dalle cesure improvvise, se si trovasse in tanti piccoli mutamenti spontanei, liberi, fuori dalla storia e dispersi nelle periferie? Non si tratta di domande vaghe, ma di questioni che vengono poste in modo estremamente puntuale e circostanziato nel libro di Rod Dreher, l’Opzione Benedetto, pubblicato da meno di un anno in America e tradotto solo ora in Italia, ma che ha già aperto una discussione radicalmente nuova su molti temi fondamentali della nostra epoca.

Dreher è un importante saggista americano, cristiano ortodosso e storicamente conservatore, e la sua provocazione è chiara e dirompente: gli Stati Uniti di oggi non sono più quelli di trent’anni fa, o anche prima. Il consumismo, la mercificazione e la colonizzazione dell’immaginario hanno prodotto una frattura antropologica senza precedenti, che di fatto ha reso le posizioni cristiane minoritarie ed ha tentato, in parte riuscendoci, di annacquare l’autentica eredità cristiana inculcando in molti americani un generico deismo ottimistico, vago ed incolore, che spesso cela un ateismo di fatto. Dreher per anni non aveva avuto l’esatta percezione della portata di questo cambiamento: si era illuso che quella cristiana rappresentasse ancora una maggioranza, ancorché silenziosa, negli Stati Uniti, che non si sarebbe fatta eternamente tenere in ostaggio dalle supponenti minoranze liberal che avevano occupato Washington. Ma presto si è reso conto che non era così: la distruzione della scuola d’impianto classico, la sessualizzazione capillare e pervasiva della società mediante i media, l’onnipresenza invadente della tecnologia ed il culto della comodità avevano reso la vera tradizione cristiana un’eredità irricevibile per gli statunitensi contemporanei.

Se i democratici avevano sempre schiettamente opposto una visione laicista del mondo contro le resistenze cattoliche, i repubblicani, per cui Dreher simpatizzava, dietro una patina di finto cristianesimo celavano in realtà la difesa più strenua dei valori del consumismo, della comodità mondana e del benessere. Da Reagan a Bush il conservatorismo americano aveva via via lasciato scalzare la religione della Croce per la più televisiva religione del Divano e dell’opulenza, ed in questo senso anche l’elezione di Trump, un demagogo greve e di scarsa sensibilità religiosa, non suscita in Dreher particolari speranze. Il presupposto del libro perciò è chiaro: non esiste una reale contrapposizione tra destra e sinistra; la vera sfida è tra la mentalità consumista, opulenta e svuotata di senso che ha colonizzato integralmente l’agone politico, da destra a sinistra, ed una cultura cristiana sempre più marginalizzata, ghettizzata, tacitata.

Rod Dreher

Dreher parla degli Stati Uniti, ma non è lo stesso in Italia? Certo, le cose in Italia forse vanno un po’ meglio che in America. L’Italia vive le nuove mode coercitive imposte dalla cultura liberal in modo differito rispetto agli Usa, da noi arrivano qui più tardi e, forse, con forza meno dirompente. Inoltre, l’Italia rispetto all’America non deve gestire un mondo cristiano eterogeneo, pluriconfessionale e perciò, spesso, più frammentato: in Italia l’unico cristianesimo è il cattolicesimo, quindi una controcultura cristiana potrebbe essere forse più coesa e più coerente. Ma per il resto la situazione è la stessa e la vera battaglia di civiltà è quella di cui si scriveva sopra. Intendiamoci, nessuno vuole demonizzare il benessere in quanto tale, ma la vera questione è un’altra, ovvero che il mondo occidentale di oggi ha bisogno di attingere al piacere smodato offerto dalla civiltà del confort per sopperire alla mancanza che avverte di un ordine, di un senso, di una direzione.

Il benessere non è per forza un male, ma se diventa il palliativo con cui sopperire alla mancanza di Dio allora può diventare davvero un oppiaceo, che ottunde le emozioni e smorza le nostre aspirazioni più alte, come nel mondo distopico immaginato da Huxley, di cui scrivemmo qui in passato. Come scrivemmo in quell’articolo: la sfida decisiva dei prossimi anni, in tutti i temi cruciali, sarà proprio tra chi ci prometterà un piacere facile attraverso lugubri scorciatoie e chi ci chiederà di portare una croce per poter risorgere ad una felicità vera. Ci pare sia proprio in questi termini che va intesa la battaglia di civiltà proposta da Dreher.

E non ci indurre in tentazione – Max Pechstein (1922)

E la grande potenza della proposta di Dreher è proprio nel fatto che questa è immediatamente attuabile, ci offre la possibilità di poter fare qualcosa nel nostro contesto, qui ed ora. Dreher sostiene che i mutamenti antropologici in atto siano troppo profondi per essere mutati da un governo o più in generale dalla politica: il che non significa che i cristiani debbano abbandonare l’impegno civile, ma che è altrove che si gioca la vera sfida. L’unica vera cosa che si deve richiedere alla politica, dice Dreher in un passaggio autenticamente contro-culturale, sostanzialmente anarchico, è rivendicare la sua non ingerenza eccessiva negli ambiti della vita civile. Alla politica centrale si devono chiedere solo degli spazi franchi in cui poter autonomamente operare. Dreher chiama la sua soluzione Opzione Benedetto perché a lui l’Impero americano di oggi ricorda l’Impero romano in disfacimento e quello che auspica è un nuovo San Benedetto che, con i modi e gli strumenti di oggi, dia vita a nuovi monasteri, o meglio a centri di aggregazione cristiani, in cui vivere il cristianesimo nella sua integrità, senza doversi continuamente adeguare o dover giustificare agli occhi del mondo.

I tentativi da parte dei cristiani impegnati di occupare i palazzi della politica si sono sempre conclusi o con la marginalizzazione dell’ideale cristiano oppure con un atteggiamento compromissorio tra cristianesimo e potere che alla fine snaturava l’autentico spirito del primo. A questo proposito, ci viene in mente Pasolini che notava che, paradossalmente, il periodo di più massiccia scristianizzazione dell’Italia fosse stato il ventennio a guida democristiana. Così, i cristiani devono dismettere l’ambizione di occupare il potere centrale, ma d’altra parte, creando queste comunità e queste controproposte di vita periferiche, devono pretendere di poter essere in questi contesti pienamente liberi.

San Benedetto nella caverna

D’altra parte, non si deve neppure credere che queste comunità siano presentate da Dreher come delle isole, o peggio ancora dei ghetti: dovrebbero essere alternative alla cultura del mondo, ma aperte e ricettive rispetto al mondo, specialmente nei confronti di quanti si sentono spaesati e si dovessero sentir attratti da una di queste comunità e dal suo esempio. Dreher attinge a piene meni dalla Regola di San Benedetto e cita gli aspetti essenziali che, pur nella loro salutare diversità, queste comunità dovrebbero assumere. Questi sono: ordine, cioè insegnare un’idea di mondo coerente, in cui l’uomo ha una centralità ed una destinazione, non è nel mondo gettato per caso e rivolto verso il nulla; la preghiera; il lavoro, specialmente manuale; la salutare educazione alla rinuncia ed al sacrificio, contro la logica consumista del piacere immediato e capriccioso; la stabilità contro il nomadismo globale; la comunità contro l’isolamento urbano; l’ospitalità verso gli esterni; l’equilibrio.

Dette così sembrano cose aleatorie e fumose, ma la vera ragione per cui il libro di Dreher è prezioso è che cita decine e decine di progetti simili che sono già in atto, ora, in questo momento, nel mondo. Gli esempi che ci pare rifulgano di più e siano veramente stimolanti sono quelli che riguardano le scuole. La mentalità consumista ha svilito e svuotato di significato la scuola: ai ragazzi, dalle medie all’università, vengono propinate centinaia di nozioni di discipline diverse, ma non viene loro raccontata una coerente visione della storia né viene loro prospettata l’unitarietà a cui tutto quello che studiano, tutto quello a cui si dedicano in realtà rimanda… Lo stesso Dreher scrive, in uno sfogo che crediamo potrebbe essere sottoscritto da molti:

Sono americano e sono laureato. In tutti i miei anni di istruzione formale, non ho mai letto Platone o Aristotele, Omero o Virgilio. Non ho saputo nulla della storia greca e romana e a stento ho afferrato il significato del Medioevo. Dante era per me uno sconosciuto, tale quale a Shakespeare.

Ed è proprio volendosi riappropriare di quest’eredità millenaria che in America sono nate, sulla scia della suggestione dell’Opzione Benedetto ventilata da Dreher, le cosiddette scuole cristiane classiche, veri e propri porti franchi della nostra eredità culturale in un mondo in cui la scuola pubblica fornisce competenze ma inaridisce gli orizzonti e le prospettive. Dreher fa esempi molto concreti di scuole americane di questo tipo che funzionano ad alto livello: cita il Circe institute, in North Caroline, una piattaforma che dà a tutti quelli che sono intenzionati a farlo coordinate e programmi per fondare una scuola cristiana classica; cita la Saint Constantine School a Houston, una delle più prestigiose scuole cristiane classiche d’America; cita la Classic Academy Sequitur, frequentata dai suoi figli; cita la San Girolamo Academy nel Maryland, la più vecchia scuola americana di questo tipo, fondata otto anni fa. Ma non solo: Dreher cita anche un esempio di questo tipo in Italia: la scuola libera Chesterton di San Benedetto del Tronto, fondata dal vulcanico Marco Sermarini, autore della prefazione italiana del libro nonché presidente e fondatore della Società Chestertoniana Italiana.

Tra tutte le belle realtà proposte da Dreher, quello scolastiche ci paiono le più significative, le decisive. Perché nessuno potrà mai costruire una comunità autenticamente cristiana senza prima spiegare ai suoi membri la concezione cristiana della vita, del cosmo, della storia e dell’uomo. La filosofia della storia proposta dal cristianesimo si fonda su un episodio che suscita incredulità nella nostra epoca scientista, ovvero il fatto che il Dio che ha creato il mondo abbia assunto fattezze umane per spiegare all’uomo il significato della sua condizione, il modo di vivere la vita ed il suo scopo. È un salto difficile da fare, ma se si riconosce questo avvenimento, tutta la storia assume un aspetto molto più seducente, stimolante ed affascinante, rispetto a quello offerto dalla prospettiva scettica oggi imperante. In scuole del genere non si tratterebbe di trasferire agli studenti nozioni e competenze senza però dar loro un sicuro sentimento della vita, della realtà e della morale; l’obiettivo sarebbe invece raccontare loro la grande tensione che ha nutrito l’uomo, sin dalla classicità, verso Dio, e che grazie alla Sua manifestazione in questo mondo ha potuto assumere una codificazione razionale in liturgie, comportamenti, virtù.

Il pensiero di Tommaso e la poesia di Dante sono il luogo in cui la classicità greca e romana viene vista correttamente come presentimento della Rivelazione, l’evento in cui le premesse classiche di grandezza umana sono inverate e portate a pieno compimento. Non si tratta di costruire roccaforti in cui speculare astrattamente né di demonizzare la trasmissione di conoscenze particolari o di competenze tecniche specifiche; le comunità citate da Dreher hanno anzi spesso una grande attenzione al lavoro manuale, alla nobiltà degli antichi mestieri artigiani e alla fatica fisica, indispensabile per ogni uomo. Si tratta però di riconoscere che qualsiasi persona, anche quella che si troverà ad assolvere il lavoro più umile, deve avere una visione chiara ed ordinata della vita e del suo senso per comprendere distintamente il movente che lo spinge a fare quel lavoro, che non si esaurisce in se stesso ma rimanda sempre a qualcosa di più grande. Si sbaglierebbe a pensare che queste cose costituiscono una traccia chiara solo in America: proprio nelle scorse settimane a Todi si è tenuta una due giorni di conferenze, promossa da alcune associazioni cattoliche legate soprattutto al tema della libertà educativa, per provare ad immaginare qualcosa di simile all’istruzione cristiana classica anche in Italia, per delineare una via seria e non dilettantesca per uscire dalla scuola e dall’università pubbliche, sempre più sterili, sempre più mediocri, sempre più ideologiche.

San Tommaso, Diego Velázquez

Ma, leggendo il libro di Dreher si capisce che quest’impostazione innovativa di costruire comunità e di creare nuove forme di educazione può, e in una certa misura, deve fatalmente avere, anche delle conseguenze sulle strutture economiche della nostra società. È chiaro che una educazione cristiana classica sarebbe anche un’educazione ad un altro tipo di consumo, che delle comunità aderenti all’Opzione Benedetto potrebbe annoverare al loro interno aziende e attività commerciali alle quali appoggiarsi in via preferenziali, che queste stesse attività potrebbero assumere nelle loro dinamiche produttive-dalla creazione del prodotto alle condizioni di lavoro dei dipendenti-un atteggiamento diverso da quello capitalistico sviluppato in questi anni di globalizzazione da molte realtà economiche. Leggendo queste ipotesi ventilate da Dreher ci vengono in mente le parole di Chesterton nel suo Manifesto del Distributismo: parlando dei centri commerciali, egli sosteneva che non c’era bisogno di aspettare un governo compiacente che imponesse per legge ai centri commerciali di chiudere; sarebbe bastato educare gli uomini in modo sufficientemente intelligente da fargli autonomamente abbandonare i centri commerciali per privilegiare invece i piccoli negozi…

Per tanto tempo abbiamo creduto che la soluzione a queste problematiche andasse ricercata nella presa del potere, in una nuova affermazione del politico sull’economico, in una rinascita dello Stato forte. Ma se invece la riposta non stesse in cesure eclatanti ed in stravolgimenti improvvisi o in nuovi centralismi giacobini, ma appunto nell’edificazione silenziosa e costante di tante piccole zone franche, anche periferiche, di resistenza? Si tratta di provare ad agire, qui ed ora, nei limiti delle proprie possibilità, senza aspettare nessuno, senza chiedere il permesso. Non sappiamo se quella ventilata da Dreher sia la strada giusta, ma fa effetto pensare che il vero modo di far crollare l’Impero possa non provenire dal suo centro ma possa invece irradiarsi come una luce dalla sua periferia più dimenticata. D’altra parte, non sarebbe la prima volta…