Cittadino, contadino e soldato. Questi erano i tre ruoli, ricoperti nelle tre ere, dal romano esemplare. Il vir doveva essere modello di virtù civile e accorto padre della propria comunità familiare, in grado di sapersi occupare dell’aratura dei campi e della cura del bestiame, ma al contempo, pronto ad afferrare il gladio se richiamato all’armi. Caso storico e di assoluta importanza è quello del nobile Lucio Quinzio Cincinnato. Questo padre della nostra civiltà, accettò la dittatura nel 458 a.e.v. per sconfiggere gli Equi, i quali avevano cinto d’assedio una fortificazione temporanea romana al comando del console Lucio Minucio Esquilino Augurino, nei pressi del Monte Algido. Un gruppo di delegati accorse dall’altra parte del Tevere, in un’area nota come i prata Quinctia. Qui trovarono Cincinnato, mentre stava arando i suoi quattro acri di feconda terra laziale; dopo essersi pulito e aver indossato la toga, ascoltò gli auspici e i messaggi, infine, venne salutato come dittatore. A quegli iugeri poi, tornò dopo soli sedici dì, non appena fu in grado di sbrogliare e scongiurare la crisi che attanagliavano il Senato e il Popolo di Roma, senza dunque concedersi neanche un giorno ulteriore di quei cinque mesi e mezzo che gli rimanevano di comando assoluto.

Quadro di Juan Antonio Ribera del 1806, raffigurante Cincinnato nell’atto di abbandonare temporaneamente l’aratro per accettare la toga del comando dittatoriale, oggi conservato al Museo del Prado di Madrid

La vita bucolica è quindi un richiamo arcaico, una voce tellurica, ctonia, una tradizione che trascende la concretezza della zolla, fino a perdersi nelle origini del simbolo e dell’archetipo. Se oggi, possiamo – ma neanche propriamente – definirci cittadini, dall’altra parte purtroppo, abbiamo perduto quasi definitivamente le altre due condizioni che contraddistinguevano il nostro progenitore ideale. Lo status del contadino/allevatore tuttavia, potrebbe permetterci di riacquistare, con un processo di grande complessità sociale ed antropologica, anche la condizione di soldato. Colui che sia avvia a conoscere le realtà della pastorizia e della coltivazione, porta con sé il grimaldello del più alto servizio, della sacra militanza verso Cerere, Libera e Cibele. Rendere fertile la terra zappandola, seminandola e irrigandola, in attesa che le potenze naturali e celesti donino il frutto del buon lavoro, diviene dunque un modo non solo per riallacciarsi ad una condizione primigenia dell’uomo, ma per comprendere il significato stesso dell’essere cittadini e protettori di una collettività. Trattare il campo simboleggia l’avere cura della natura e pertanto, risulta come porsi nella condizione di rendere il massimo servigio ad una comunità, che sia essa da ascrivere ad un ambito familiare e domestico o politico e clanico.

Illustrazione fantastica di Vsevolod Ivanov raffigurante uno scenario slavo di epoca primordiale

In epoca repubblicana e successiva, i comandanti militari, dopo una campagna andata a buon fine, usavano donare appezzamenti di terra ai propri legionari, affinché essi divenissero coltivatori, allevatori e quindi, anche membri attivi ed occupati di una nuova società, destinata a crescere dapprima microcosmicamente, e successivamente in una più ampia ottica macroscopica e reticolare. Al giorno d’oggi, con la terra e le località nostrane abbandonate, seppur nelle buone mani delle imperscrutabili forze della natura, torna quasi obbligata la scelta di radunarsi e di ritornare alla vita agreste. Consci dei risultati dell’antropizzazione dilagante, queste future comunità della rivitalizzazione, con la mente rivolta al costume degli avi e alle contemporanee soluzioni agroecologiche – come l’interessantissimo fenomeno della permacultura – saprebbero riaccendere uno spirito prisco quanto spontaneo, riqualificando quella vasta moltitudine di cittadine e paesi fantasma sparsi su tutto il territorio nazionale.

Foto ritraente l’antichissima e splendida Civita di Bagnoregio, in provincia di Viterbo. Fondata dagli etruschi due millenni e mezzo fa, oggi la piccolissima cittadina sta divenendo un paese fantasma, contando solamente undici abitanti

Dalle fertili lande dei casolari emiliani, con i loro vasti frutteti estivi, passando ai borghi di pietra del centro Italia con i loro verdi boschi, fino alle roventi e sinuose colline dell’entroterra siculo, molti sono i posti che meriterebbero di essere nuovamente colonizzati da gruppi di entità coscienti, desiderose di ravvivare la reale essenza dell’italianità profonda. Si tornerà così ad onorare una tradizione contadina che ora, pericolosamente, rischia di essere recisa dalla macchina e dall’industria. Alla catena di montaggio si preferirà il chiassoso mercato e la gioiosa sagra di paese, con i suoi colori e veraci odori, fra sonorità dal passato e tradizioni che si lacerano con il passare dei lustri, soprattutto fra i più giovani, sradicati e snaturati dalla tecnologia lobotomizzante. Non lasciamo che siano solo i ragazzi africani di Rosarno e dei vasti campi del sud Italia a portare nelle nostre mense i dolci doni della terra, diveniamo noi stessi promotori e signiferi della nuova cultura agropastorale, strappandola una volta per tutte dalle sozze mani dei caporali e della feccia mafiosa. Ad una vita di orride stanchezze burocratiche e a laceranti paturnie nel traffico, si torni ad assaporare una sveglia fra le rugiade e il fresco aroma della roccia muschiata e della terra smossa.

Illustrazione fantastica di Vsevolod Ivanov ritraente una scena di vita quotidiana all’interno di un villaggio slavo di epoca primordiale

Una esistenza frugale ma piena, alleata della placida e gioiosa quotidianità campestre, sorella di un differente approccio alla vita che, nel quadro di una totale degenerazione della realtà e di un assurdo primato su altre creature, stiamo implicitamente disprezzando e denigrando. Non avremo allora timore di torcere il collo alla ruspante gallina e di cibare le restanti affinché ci donino il loro oro, perché tutto ciò sarà svolto in uno stato di coerenza e ordine naturale. Nessuna uccisione di massa per soddisfare mille voraci bocche senza etica. Sapremo guardare sicuri e placidi negli occhi del possente bove e dell’emblematico ovino e capiremo quanto è necessaria e centrale la nostra convivenza, anziché la sopravvivenza di uno sull’altro. Torneremo spontaneamente a fare sacrifici a chi ancora, dalle verdi profondità boschive fino alle gorgoglianti rive dei ruscelli, ci chiama e che in pochi riescono ancora ad ascoltare.

Dipinto del 1834 di Thomas Cole facente parte del ciclo de “Il corso dell’Impero” qui raffigurante la seconda fase: “L’epoca pastorale o arcadica”, oggi conservato presso il museo della New-York Historical Society

Dopo giornate di dura fatica, imperlati da una fitta coltre di sudore, torneremo in una piccola abitazione di pietre e legno. Osservando l’acqua nera scivolare dai nostri corpi ora detersi, capiremo cosa significa dedicarsi e sacrificarsi per un bene alto e di tutti. Ci addentreremo nelle selve secolari e trarremo giovamento nelle acque dei laghi vulcanici con rinnovato stupore verso le energie e le prodigiose possanze naturali; ci si siederà poi assieme verso l’imbrunire, pronti per cibarci dei frutti del raccolto su vaste tavole lignee, alla luce delle fiaccole del vecchio borgo tornato ad una nuova vita. In quegli attimi di ritrovata consapevolezza, dopo le fatiche negli agri, la vicinanza con gli animali, la squisita natura e la nostra collettività, capiremo come e sapremo fermare la mano di chi ancora adesso sfrutta la vegetazione, le bestie e gli uomini, nell’orrida orgia che chiamano progresso e capitalismo.