C’è un’ineludibile indicazione di fondo nell’incipit che Pier Paolo Pasolini prepone all’ultima sua opera pubblicata in vita, gli Scritti Corsari, che vedono la luce presso Mondadori nel maggio del 1975. La richiesta fatta al lettore nella nota introduttiva è una sommessa preghiera filologica: la petizione di uscire dalle pagine del libro da egli ricostruito.

Si tratta infatti di una serie di pezzi giornalistici e saggi d’attualità, di critica letteraria, di costume, d’ambito socioculturale scritti lungo il corso degli ultimi tre anni della vita dell’autore e perlopiù pubblicati su varie testate nazionali, ma anche inediti. È il lettore che «deve ricongiungere passi lontani che però si integrano», finanche «sostituire le ripetizioni con le eventuali varianti» del linguaggio, oppure accettarle come delle «appassionate anafore»; egli morirà massacrato qualche mese più tardi, sul lido di Ostia nell’inverno del 1975.

Forse rileggere l’ultimo libro di Pasolini, per caso o per una congiunzione inconscia, nel mese che precedeva le ultime elezioni europee, nel fervore della campagna elettorale e del dibattito, ha portato a quel che ha portato: a uno sproloquio forse non troppo vano, e mai scandalizzato, sulla vita politica di un popolo intero fraterno e nemico.

Abbiamo proceduto quindi, più o meno appassionatamente, all’ennesima ricostruzione, a scorgere tra le trame dell’evidente. E per vedere più chiaramente quel che ne emergeva, si devono però dare per scontate una serie di “annotazioni” storiche, e antropologiche, che Pasolini stesso presuppone allo sviluppo di quei frammenti degli ultimi anni. Cose banali, perché cose scandalose. A maggior ragione da ripetere.

Rispetto all’universo italiano ancora protoborghese (cioè fino al secondo dopoguerra) in cui la classe benestante si trovava numericamente limitata, realmente privilegiata, e nettamente distinta e separata dall’esterno, dalle grandi e popolose periferie. E rispetto anche a quel mondo, contemporaneo e alternativo, assolutamente contadino e proletario, quello rituale, sanfedistico e in alcun modo razionalistico, non illuministico. Rispetto a questi mondi, che insomma ancora potevano dirsi differenti (seppure accomunati da una medesima morale e una stessa retorica, poi tramontate), ciò che lentamente sorge dalle ceneri del conflitto mondiale è l’embrione di un unicum antropologico, culturalmente impoverito, paradossalmente non più libero. La storia di questa successiva società che, a chiamarla con le parole dei sociologi, è la società dei consumi, che è la nostra società, è soprattutto una storia di fascismo; e fino a un certo punto, un punto di svolta politico, soprattutto una storia di Chiesa.

Chiuse le porte della guerra assieme a quelle degli autoritarismi (almeno in Italia, ma altri contesti offrono corroborazioni illuminanti sulla bontà delle tesi pasoliniane, come il caso del Portogallo) il Vaticano tentò di prorogare, sotto il nuovo fascismo democristiano, il medesimo meccanismo di mutuo soccorso che già lo aveva implicato con lo Stato fascista mussoliniano. Se però in quel caso, a un’altezza storica tutto sommato ancora preindustriale della nostra economia, il beneplacito all’assolutismo corrente aveva permesso di mantenere le masse contadine strettamente legate al culto dell’autorità clericale, perpetrare nel tempo la medesima strategia, lo stesso esatto invariato gioco con il potere “laico” espresso dalla DC, si sarebbe rivelato catastroficamente fallimentare.

Le dirigenze pontificie riuscirono certo ancora una volta, per quasi l’intero arco del primo trentennio della Repubblica (quello che possiamo definire primo fascismo parlamentare), ad asservire lo Stato al mantenimento delle proprie prerogative secolari, non rendendosi conto che l’Italia degli anni ’50 e ’60 stava soffrendo un violento, volgare, totalizzante mutamento morale. Una sorta di gran lavaggio antropologico dal quale le generazioni immediatamente successive sarebbero uscite mutate come mai prima.

E così mutato – invero svuotato e dimenticato – ne uscì anche il potere, spirituale e quindi secolare, del clero tutto. Osserva appunto Pasolini (lo ricordiamo, nel 1975) che «oggi il popolo non è più solidale con la Chiesa: il mondo contadino, dopo circa quattordicimila anni di vita, è finito praticamente di colpo». La Chiesa stessa dunque inaugurò inavvertitamente la propria decadenza ideologica, la propria sostituzione culturale – brutale, colpevole e omertosa in quanto “pulizia etnica d’idee”, o insomma pulizia ideologica – in favore dei principi della società consumista.

La storica controparte clericale del binomio dittatoriale si univa all’ennesimo salto nel buio destinato, stavolta, a concludersi con il più drammatico ribaltamento dei ruoli: non ancora al tramonto della “Prima Repubblica”, l’istituzione cattolica si sarebbe ritrovata confinata nel ruolo di perfetto strumento formale di quel potere che, decenni prima, essa aveva cercato di assoggettare a sé. Senza soluzione di continuità, lo stesso sarebbe accaduto con il nuovo ventaglio partitico sorto dalle ceneri di Mani pulite. Forse per l’ultima volta il Vaticano si sporcava di tradimento, consegnando il sempre più esiguo popolo di fedeli, assieme alla propria influenza, nelle mani di un nuovo potere per non vederselo restituire mai più.

Questo potere a cui si allude è stato già quello dei De Mita, dei Craxi, dei Berlusconi, dei D’Alema, dei Prodi, e già è quello dei Renzi, dei Salvini, dei Di Maio, non più retrogrado, ma non meno spregiudicato nello sfruttare le circostanze che ne permettessero la continuazione, e bensì progredito, in senso edonista e consumista, rispetto a quello dei De Gasperi, dei Fanfani, degli Scelba, dei Rumor, degli Scalfaro, degli Andreotti, dei Cossiga. Un potere dalle aspirazioni ben più voraci e violente, e perfettamente allineato, più – o meno – consapevolmente (ma senz’altro più della scaltra e non furba Democrazia Cristiana del trentennio), con il nuovo modello socioculturale dominante, interclassista e pornografico.

Checché, ieri come oggi, se ne chieda a chiunque, quando non ci si senta prontamente rispondere, sfoggiando un certo senso di realismo di sé e di pratico orgoglio, che l’importante siano proprio “i soldi” o che comunque non ne interessino troppi, in molti replicheranno pure di non essere affatto interessati ad arricchirsi, e che esistano «cose più importanti nella vita»; quando ogni loro azione è in realtà votata a surclassare il simile, a fare prima, e meglio, e più di quest’ultimo. La dimensione, che definire strettamente economica sarebbe cieco, ma culturale della povertà delle classi subalterne (che in quella stessa povertà trovavano il codice della propria esistenza, l’identità anche nel più umile lavoro) semplicemente non esiste più.

Il presente è quello di un cieco culto dell’individualismo consumistico ed edonistico, e “cieco” non perché chi scrive si creda di poter fare il Savonarola, ma letteralmente “cieco”, poiché un culto unicamente “esistito” e non conosciuto, ossia per niente verbalizzato. Si dicono dunque ancora tutti – eccezion fatta per i più spregiudicati manager, di cui però si apprezza sempre, anche se un po’ destabilizzati, almeno la trasparenza – tutti appunto buoni, altruisti, lavoratori, seri, concreti, disinteressati, attaccati alla famiglia – invero allo status familiare di cui possono godere – e così via. Un culto che ha quindi bisogno, a quel menzognero livello conscio, di edulcorarsi e nascondersi dietro a semplici immagini di povera fede appartenenti al passato – e in Italia, va da sé, si tratta del Cattolicesimo, per quel che il residuo folcloristico contemporaneo è in grado di ricordarci. Un vecchio sanfedismo surrogato e indossato, finanche creduto, per dimenticarsi del nuovo sanfedismo realmente vissuto e quotidianamente imitato e comunicato.

Quei “Dio Patria e Famiglia” del cui culto godeva il clerico-fascismo mussoliniano per l’imposizione tout court del proprio potere, che vennero erroneamente ripassati dal fascismo parlamentare democristiano quasi potessero ancora godere di una qualche presa sull’indistinto mare magnum della classe media, quella stessa formula oggi, ad esempio, viene celatamente caricata del proprio contrario ideologico da chi la sbandiera da ducetto del secondo millennio: e allora ritrova un suo successo. Il contrario a cui si allude è poi chiaro, a questo punto, con cosa s’identifichi: l’individualismo carrieristico d’impresa, motore del benessere – o della promessa del benessere –, il consumo edonistico, unico rito sacrale rimasto, la vergogna e la vanità patologiche delle rappresentazioni mediali di quell’edonismo, la merce come feticcio.

Un siffatto, non troppo nuovo stato in essere delle cose necessita ancora di un manto storico, di una moralizzazione svuotata, di una giustificazione di facciata, come bambino bisognoso di un “bravo” per essere a posto con la coscienza, anche se da bravo non si comporta: questo egli non può saperlo, come non può il neonato sistema valoriale volendo, come è ovvio, conservare allo specchio un’immagine di sé ottima e proponibile. Seppure quindi si esca di casa per votare (quand’anche si scelga allora di compiere quella che Pasolini definiva una «scelta politica come schema morto da riempire gesticolando»), per condurre una vita politica poggiante su questo piano a noi segreto e del tutto esistenziale, vissuto nella pratica ma ignorato nella coscienza, si continuerà a parlare (propagandare) nominalmente (formalmente), e niente più che questo.

Se almeno sulle urne calasse il sipario. Ma come lo spettacolo grottesco prosegua è patologico, e tanto più colpevole quanto più tempo e più generazioni si susseguono, rendendo sempre meno credibile l’inconsapevolezza della classe politica rispetto alla propria e alla nostra stessa doppiezza. Le dirigenze anzi, non pensando o solo non percependo di possedere le facoltà per contrastare un potere che si maschera da “corso degli eventi”, paiono preferire accomodarsi nel ventre di quest’ultimo, in attesa di una digestione che non ci sembra possa arrivare mai. E nel frattempo nascondere, agli altri come a se stessi, l’unità d’intenti fra “destra”, “sinistra”, “centro”, esibendo pretese affini od opposte a quelle di una società che sempre, però, contribuiscono a mantenere immutata. Sono scelte che di politico non hanno più niente, ma strategie pubblicitarie, che restano l’ultimo confine visibile per delimitare delle “correnti” entro le camere parlamentari.

Da una parte, quella apparentemente progressista, si decide allora di aderire più manifestamente all’orribile corso degli eventi, nascondendo però i disastri e le storture del consumismo neoliberista dietro allo sventolio di bandiere più pulite, e altrettanto tipicamente borghesi e padronali. Sono quelle dei diritti civili, e non sociali, da cui si dovrebbe muovere a rigor di logica per guadagnare la naturalità dei primi: oggi un fattorino pagato a cottimo senza assicurazione può all’incirca vivere la propria vita familiare liberamente, dare del tu ai coetanei, decidere con chi trascorrere la notte, e come farlo, senza però poter mai vederla nascere una famiglia, in mancanza di lavoro e dignità necessarie a soddisfarne il consumo, appunto.

Dal lato opposto – per la disposizione dei seggi in parlamento più che per le disposizioni mentali degli onorevoli – si sceglie di praticare la più scomoda strada del conservatorismo, se non del vero sovranismo, appunto scegliendo tutt’altri paramenti dei quali ricoprire il proprio osceno servizio allo stato in essere delle cose, all’interesse vorace della classe media, alla legge della giungla civile. Quei paramenti, slavati paramenti liturgici, sono i simboli di una semplicità cattolica sanfedistica in cui in molti si costringono a riconoscersi, ancora oggi, parlando di «radici cristiane» – quindi sempre riferendosi al passato e mai potendo farlo al presente. Ma una semplicità un tempo propria di una certa classe sociale, finita sterminata da quello stesso potere a cui costoro porgono il vassoio per mezzo di una propaganda solo apparentemente avversa.

L’ultimo e unico modello della piccola borghesia è questo, «modernizzante, falsamente tollerante, americaneggiante». A prescindere dalla sua scelta formale (una più inclusiva, l’altra più conflittuale, ma sempre in senso interclassista l’una, nazionalista l’altra) dice ciò che non crede, o ne dice solo una parte, e vive in quello in cui non sa di non poter credere, e in tale dissociazione schizoide, rabbiosa ai limiti della collera teppistica – in qualche modo palliata dalla valvola di sfogo delle discussioni online –, essa odia ritrovarsi scoperta dalla ratio critica dell’intellettuale – o al limite, del romantico anacronista. Qui sta l’implicito rifiuto della contemporaneità per la dialettica, con tutte le difficoltà e le colpe che questa può trar fuori, e per l’intellettuale stesso che la mette in pratica.

Il secondo fascismo parlamentare, quello della sedicente “Seconda Repubblica”, ossia di una Repubblica definitivamente e incurabilmente neoliberista, ha continuato a esprimere a tutto campo la propria peggiore cultura destrorsa, egemonizzante e genocida. E lo ha fatto e lo fa nascondendosi dietro a obliqui principi di europeismo, ai diritti civili, o ai valori di una società tramontata, a un primato nazionale, ma non differenziandosi da un capo all’altro delle aule parlamentari la direttiva economica e dunque sociale da mantenere: quella dettata dal rapporto culturalmente dominante dei produttori – i pochi padroni – con i consumatori – i molti sfruttati di ogni colore. La crescita donata dal nuovo potere, con cui si era dato il colpo di spugna al vecchio clerico-fascismo, è oggi, e coscientemente, lo strumento di mantenimento del controllo. Non più la violenza, ragione di morte, non più la Chiesa, ragione d’immortalità: il consumo, unica ragione di vita del nostro sviluppo antiprogressista.

Il fascismo in realtà li aveva resi dei pagliacci, dei servi, e forse in parte anche convinti, ma non li aveva toccati sul serio, nel fondo dell’anima, nel loro modo di essere. Questo nuovo fascismo, questa società dei consumi, invece, ha profondamente trasformato i giovani, li ha toccati nell’intimo, ha dato loro altri sentimenti, altri modi di pensare, di vivere, altri modelli culturali […] Insomma se la parola fascismo significa la prepotenza del potere, la “società dei consumi” ha bene realizzato il fascismo.