Che goduria un piccolo momento di relax, una pausa durante la giornata, a sera magari, stanchi ma non ancora abbastanza da addormentarsi. Un rettangolo oscuro ci osserva ammiccante: disturba, invita, provoca. Cediamo alla tentazione, l’accendiamo ed eccoci catapultati nel bel mezzo di un dibattito politico (di questi tempi prassi), o culturale, o in uno di quei talk show dove si parla di tutto e di niente. La discussione ci interessa, decidiamo di seguirla: parole altisonanti, frecciate, risatine, urla, parolacce (che non guastano mai), polemiche e quando si spegne il diabolico apparecchio siamo perplessi: la faccenda, ampiamente dibattuta, è ancora meno chiara di prima. Chi un’opinione l’aveva, colto dal dubbio, capisce che se vuol vederci chiaro dovrà documentarsi in prima persona, chi no resta interdetto e, se non è stato persuaso dal più abile tra i contendenti, nel migliore dei casi se ne frega, questione chiusa.

Questione aperta, invece: cosa è successo? Semplicemente che ognuno ha sostenuto una tesi tirando acqua al suo mulino, ne è nata una gran baraonda e alla fine non ci si è accordati più su nulla, nemmeno su quelle che a prima vista sembravano evidenze. I dati statistici, ad esempio, si leggono e si interpretano in maniera contrastante, con buona pace della matematica che sì, in questo caso è proprio un’opinione; viene tirata in ballo una vecchia dichiarazione, per di più documentata? È stata mal interpretata, che diamine! E poi non abbiamo tutti diritto a cambiare idea?

Frasi sibilline come oracoli, schieramenti in perpetuo mutamento, valzer di poltrone, trasformisti e faccendieri che si avvicendando nei salotti, parole che lasciano il tempo che trovano e a vincere sempre più spesso lei: la retorica. Ed ecco che alla mente di molti si affaccia il vago ricordo di una genia di filosofi studiata sui banchi di scuola, una schiatta di abilissimi retori interessati solo a guadagno e fama personale: i sofisti.

Protagora e Democrito - Salvator Rosa

Protagora e Democrito – Salvator Rosa

Nato ab origine in Grecia per designare una persona di grande intelletto, il termine è ben presto passato a indicare una vera e propria scuola di pensiero e ad assumere connotati negativi: i sofisti, infatti, avevano avuto una grande intuizione: il linguaggio non è mai neutro e, nonostante talvolta lo sforzo di adoperarlo in maniera imparziale, è sempre espressione di una soggettività, o perlomeno di una soggettività oggettivata.
Potrebbe ben confermarlo un traduttore, che s’affanna a trovare il corrispettivo dell’originale, ma alla fine deve arrendersi e procedere per approssimazioni, o se ne potrebbero ricercare le tracce in fenomeni quali quel sessismo linguistico, tante volte denunciato, espressione di una cultura storicamente maschilista. Perché la lingua, vivente e in costante mutamento, trasmette sempre una particolare visione e percezione del mondo, del tutto personale o condivisa, ma mai univoca.

In un certo senso crea la realtà: definisce le cose, elabora concetti e modelli, offre interpretazioni, trasmette opinioni, giudizi e pregiudizi. Padroneggiarla, dunque, saperla utilizzare efficacemente per persuadere gli altri, spalanca le porte del successo: nasce e si perfeziona la retorica o arte dell’eloquenza. Tutto bene fin qui: non abbiamo forse bisogno di saper argomentare? Certo, ma quando la retorica è vuota, quando è la forma a prevalere sul contenuto diventa un bel problema.

Socrate nella cesta (stampa del XVI secolo)

Socrate nella cesta (stampa del XVI secolo)

Ne Le Nuvole così Aristofane fa ragionare il giovane Fidippide, fresco sofista, col vecchio padre che lamenta le percosse subite: “[…] Quand’ero piccolo, tu mi picchiavi?”, “Certo, per il tuo bene”, risponde il genitore,

E allora non è giusto che anch’io mi preoccupi del tuo bene, se per fare il bene di uno, a quanto pare, bisogna picchiarlo? […] Tu dirai che la norma riserva questo trattamento ai bambini; e io posso rispondere che i vecchi, come si dice, sono due volte bambini. Anzi, è giusto che ne prendano di più i vecchi dei giovani, perché meno dei giovani debbono sbagliare!

Il dialogo evidenzia perfettamente uno dei dogmi della sofistica: la possibilità di argomentare tutto, perché in un mondo di incertezza e instabilità non esistono verità assolute e quindi se ne possono di volta in volta creare con la forza del linguaggio, col culto della parola. Ma tralasciando la questione filosofica, ampiamente dibattuta sin dall’antichità, accontentiamoci soltanto di ammonire con Platone di stare attenti a questi imitatori dei sapienti, mistificatori pronti a metterci nel sacco e a farci scambiare lucciole per lanterne.

Nel mondo di oggi Dio è morto, pochissime e relative sono le certezze che abbiamo, le verità non le possiede più nessuno (e forse neanche sapremmo bene dove andarle a cercare): mai terreno è stato più fertile affinché i sofisti attecchiscano con i loro sofismi. Lo sconfinato potere dei mass media, nell’era di internet e della globalizzazione in grado di far passare qualsiasi tipo di messaggio alla platea di ascoltatori, lettori e telespettatori, testimonia che la strategia comunicativa non è importante, è essenziale: tutto ciò che è ben “costruito” può essere creduto.

Si moltiplicano le fake news, a poco servono le crociate bandite a date alterne, circolano mirabolanti teorie del complotto, si arriva a dubitare persino di un passato storico dato finora per assodato, trionfano gli opinion leader e, quel che è peggio, sempre più spesso è in tal modo che la politica cerca e ottiene consenso. La retorica è un veleno micidiale, diceva già Giolitti, e sapersene servire, saperlo dosare con cura, somministrarlo attentamente ai pazienti può fare la differenza. Il sofista, d’altronde, è pronto a tutto: indossa le maschere più disparate, alterna lusinghe e minacce, recita e prende le parti, si evolve, si trasforma. Non ha bisogno di argomenti troppo validi: gli basta eludere le domande, ignorare le obiezioni, distogliere l’attenzione, confondere le acque, giocare sull’emotività del pubblico, parlargli alla pancia, dirgli ciò che desidera sentirsi dire come e quando lo desidera.

Nel burrascoso periodo di campagna elettorale appena trascorso, fatto di slogan altisonanti, dichiarazioni, interviste e paroloni, i sofisti del terzo millennio hanno dato il meglio di sé: chi proponeva di abolire una legge e chi un’altra, chi di introdurne di nuove, chi voleva riformare il riformato, chi tagliare, chi incrementare, chi prometteva tasse più eque e chi di toglierne: non è passato giorno senza sentirne una nuova. Tutto interessante e pittoresco, senza dubbio, ma cosa si può fare veramente? E cosa si è fatto in passato? Quale promessa è stata mantenuta? È a questo punto che a farla da padrona è stata la retorica e il caos ha regnato sovrano: toni accesi, tutti ad accusare e ognuno a rivendicare per sé.

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Il consenso, inutile negarlo, passa ormai per una ben studiata strategia comunicativa, necessariamente cavillosa, e a vincere è chi sa adoperarla al meglio. C’è poi da stupirsi se la politica è percepita come un qualcosa di complesso e distante dal cittadino comune? Così è, o meglio, così la fanno apparire proprio gli addetti ai lavori. Svegliamoci, allora, e smascheriamoli una volta per tutte questi professionisti della parola! Riappropriamoci di un senso critico sonnacchioso e liberiamoci da una passività sempre in agguato pronta a far prendere per buono tutto il propinato, ritroviamo la forza e il coraggio di approfondire, di andare al fondo delle questioni, di documentarci e documentare, di discutere e di dubitare.

Proprio la società dell’informazione in cui, come qualcuno ha detto, essere disinformati è una scelta, ci offre quest’opportunità, non sprechiamola e alle Nuvole opponiamo invece la consapevolezza, innanzitutto di tutto di noi stessi, di ciò che siamo. Perché il vero dramma è che ci siamo persi di vista e fino a quando non sapremo ritrovarci resteremo in balia delle parole vuote, “divinità potenti” che sanno “incantare e raggirare”.