Da qualche anno a questa parte, la realtà sta finendo per essere sempre più “social”. Ogni esperienza personale ( individuale,) qualunque essa sia ,deve essere co-vissuta mediaticamente, virtualmente da un’ampia rete di persone. Questa nuova tendenza che imperversa su social network, pubblicità e televisione, potenziata da un uso sempre maggiore da parte delle celebrità dei mezzi di condivisione virtuale attraverso cui testimoniano le loro esperienze significative (i tweet di politici e cantanti o i selfie degli attori al golden globe o di Francesco Totti qualche istante dopo il goal contro la Lazio), allegramente acclamata e seguita in una sorta di isterismo adolescenziale perenne, in realtà sta creando un mondo parallelo con delle proprie regole di creazione e fruizione del reale.

Il brillante e profetico studioso francese Jean Baudrillard in un saggio del 1974 ha utilizzato il termine “simulacro” per definire un significante a cui non corrisponde nessun significato: il linguaggio mediatico ad esempio è il simulacro del concetto al quale non corrisponde nulla a parte il termine che lo definisce, come il termine “democrazia” rimanda alla nozione ideale della forma di governo quando nella realtà , in alcune sue nuove forme post-moderne post-liberali ( post-democratiche dunque) ha perso le caratteristiche a lei proprie. Baudrillard ha molto insistito sul ruolo di “segno” che la realtà filtrata dai media assume. Le vicissitudini del mondo mostrate in Tv alternate a pubblicità presentate con lo stesso livello emotivo di coinvolgimento ( i prodotti diventano veri e propri avvenimenti con una storia alle spalle e un’esistenza quotidiana) creano una rete litanica di segni rassicuranti che in tal modo neutralizzano la realtà, rendendola non sconvolgente, neutra, apatica e apaticamente fruibile. Dunque questa equivalenza semiotica ( di segno rappresentativo) tra due cose in principio differenti tra loro, cronaca e spettacolo, avvenimento e pubblicità, fa si che il mondo che ci viene presentato non sia altro che una successione, sempre uguale a sé stessa, di spettacoli possibili. In questo modo si entra in quella che Baudrillard chiama “neo-realtà” o “iper-realtà”:la simulazione della realtà. Caratteristica interessante che lo studioso trova in questo processo di mistificazione del reale, è l’identificazione dell’avvenimento a cui si assiste con il “mito”: così come al mito si può credere o meno, la pubblicità non è né vera né falsa, la moda né bella né brutta, gli oggetti moderni né utili né inutili, i sondaggi né reali né fittizi.

A questo punto, dopo questa premessa “tecnica”, approdiamo al dominio del “social”. La tendenza “social” è interessante perché ha creato un nuovo modo di percepire la realtà ma soprattutto di crearla. Insomma ha dato vita ad una nuova “metafisica”.Partendo dal presupposto che i social network ( in particolar modo i colossi “Facebook e Instagram”) nascono per condividersi, in sostanza rendere noto ai nostri seguaci attraverso frasi, foto, canzoni, articoli, eventi e quant’altro chi siamo, cosa facciamo e cosa amiamo, questa “piazza virtuale” ci si presenta come una nuova corrente filo-realista, per la quale ci si scopre ( la personalità) e si vuole scoprire per come si è: “social” appunto, sociali, socievoli e socialmente integrati. E infatti niente è omesso in questa macchina di spettacolarizzazione dell’esistente: amicizie, stati d’animo, piatti consumati, vecchie foto, matrimoni, compleanni, funerali fino alle foto osé, segno di una buona vita sessuale, agli sfoghi emotivi e alle derive più estreme, come i messaggi di addio o rancore prima di un gesto folle. Il problema è il modo in cui viene percepita questa iper-realtà e di questa “perversione” ( lat. “pervertere”, sconvolgere) le vittime sono ormai numerose. Ciò che si è venuto a creare con il tempo è un’inversione della stessa realtà con la virtualità; ciò ha causato una voglia di perfezione: migliorare la propria realtà attraverso la condivisione virtuale.

Baudrillard definì la “virtualizzazione” come il “delitto perfetto” aggiungendo che”nel delitto perfetto, è la perfezione ad essere criminale. Perfezionare il mondo significa finirlo, compierlo e dunque trovargli una soluzione finale”. Questa voglia di perfezione e dunque il conseguente risultato virtuale altro non è che il “simulacro” della realtà stessa, imperfetta, problematica, normale. Ma creare realtà parallele è un compito difficile e dunque ha bisogno di attenzione: tablet alla mano bisogna immortalare un momento da spedire nel’ iper-uranio della “piazza virtuale”, e farlo costantemente per essere coerenti e credibili; bisogna percepire il momento, la frase o l’immagine adatta per rendere il fruitore il più intimo, il più interessato e il più informato possibile del proprio vissuto.

Questa nuova “metafisica” del social ha reso la realtà difficile da vivere senza il peso dell’attimo virtuale perduto perché ogni momento porta con sé una carica più o meno forte di virtualità, portatore di consensi e riconoscimento. Il paradosso poi che si crea è emblematico: che sia infantile spensieratezza o serietà adulta o ancora radicale alternativismo l’omologazione “social” è uguale per tutti, e per quanto varia o estrema sia una personalità finirà comunque per essere ingabbiata e inquadrata tra i quattro angoli di una pagina web;l ‘unica differenza sarà il numero di “ like”. Essere “social” significa vivere “social” ma soprattutto pensare “social”, con la convinzione ( o l’imperativo) che tutto sia virtualizzabile e che proprio questa razionalizzazione informatica dia alla realtà un valore aggiunto, se non il valore autentico. L’alienazione dunque ha invertito rotta: mentre prima era l’estraneità a sé stessi, ora è la privazione della stessa estraneità. Il segreto dell’uomo, il privato profondo intimo e recondito rifugio contro l’omologazione si è dissolto nella spettacolarizzazione del quotidiano ed il fascino dell’incognito e dell’imprevisto dell’Individuo ha visto il suo tramonto nel “social” dell’Identico.