Si è soliti parlare di crisi della politica durante i periodi elettorali. Quando si “deve” andare a votare, infatti, il disagio per quella che è la classe politica del nostro paese appare sempre disarmante. Di fatto, ci si ritrova ad eleggere incapaci, all’interno di un quadro sistemico profondamente ingiusto. Più difficilmente, però, vi si ragiona in altri momenti, lontano dalle schede, dai sondaggi e dalle votazioni. Questo è senz’altro un grave errore. Attraverso una metafora, possiamo considerare il voto come la fine di un percorso e l’inizio di un altro. Ora, in quanto questi cammini stanno portando tutto ciò che incontrano progressivamente all’autodistruzione, sarebbe ora di cambiare strada. Per farlo bisognerebbe fermarsi un attimo, rileggere la mappa e, solamente dopo averla compresa, ripartire. Da decenni, invece, non si fa altro che cambiare sentieri, senza però aver individuato la propria posizione ed il nostro punto di arrivo. Non si cerca un percorso, ma delle scorciatoie. Ci siamo persi tra i diktat che provengono dall’estero, i troppi consumi e le troppe chiacchiere al vento. A mancare, prima di tutto, è quel giudizio critico che dovrebbe essere caratteristico di tutto ciò che riguarda la politica. La critica costruttiva, al contrario, oggi è sostituita dalla scandalo, dallo shock ed inevitabilmente dal gossip.

Uno scalpore, questo, che è stato evidenziato recentemente, in seguito alle dichiarazione di Alessandro Di Battista riguardo il terrorismo. Vari partiti e personaggi “illustri” della politica italiana si sono espressi a riguardo, facendo passare il deputato del M5s come un accanito sostenitore dell’Isis. A tal proposito, è possibile subito notare come questo giudizio entri in contraddizione con le stesse parole di Di Battista, il quale, aveva aggiunto: <<non sto né giustificando né approvando, lungi da me. Sto provando a capire>>. Evidentemente, a chi è abituato ad alzare la voce ed a urlare allo scandalo, la formula del “provare a capire” risulta incomprensibile. Seppur contestabili, soprattutto da un punto di vista geopolitico più che filosofico, le parole del giovane deputato sarebbero potute essere l’occasione per intraprendere una discussione veramente politica, in un mondo che di politico ha sempre di meno. Ma, ovviamente, ha prevalso la logica dello spettacolo, del politically correct e della tanto lodata ignoranza.

Il sociologo Zygmunt Bauman, nel suo libro “Vita liquida”, sostiene che: <<la vita liquida è una vita di consumi>>. Ciò significa che nel mondo caratterizzato dall’assenza di certezze e di stabilità (per l’appunto “liquido”), tutto deve divenire merce, persone comprese. In quanto la politica è fatta da persone, o perlomeno così dovrebbe essere, anch’essa non può che divenire un qualcosa da consumare. E allora ciò che conta, per chi la pratica, è “vendere”, ovvero accumulare consensi, attraverso asserzioni trite e ritrite, evitando argomenti effettivamente scomodi. Di fatto, la politica ha abbandonato le sue finalità pratiche tese al benessere della comunità, per divenire un salotto nel quale tutti urlano contro tutti. Uno show a tutti gli effetti. Chi non accetta le regole del gioco è automaticamente bollato come “estremista”, “terrorista” e così via.

Questa degenerazione della sfera politica e della figura del politico è legata evidentemente a due fenomeni della modernità, tra loro interdipendenti. In primo luogo, vi è una crisi legata alla sempre minor partecipazione delle persone alla vita pubblica, il che significa poca informazione e mancanza di proposte, oltre che ad un ormai inesistente legame comunitario, capace di unire i vari “io” in vista di un “bene comune”. In secondo luogo, il dominio della tecnica e dell’economia hanno fatto dello Stato, sempre per usare le parole di Bauman, solamente un’enorme “questura”, incaricata di vigliare sull’ordine interno per conto di agenti transnazionali sempre più potenti e globali. A questo quadro sistemico già inquietante di suo, si deve aggiungere l’incredibile qualità del nostro paese nell’avere politici completamente inadatti a gestire le rovine di uno Stato, dominato dai poteri forti e sempre più asfissiato dalle politiche euro-atlantiste. La congrua figura del politico odierno, ci è fornita dall’illuminante espressione di Ezra Pound: <<i politici non sono altro che i camerieri dei banchieri>>. Dei camerieri. O, per meglio dire, dei camerieri in cerca di successo, tra un salone televisivo, dichiarazioni scioccanti ed un bagno gelato. Renzi docet.