In un libro che costituisce un pilastro della storiografia recente, Maometto e Carlomagno, pubblicato nel 1937 e da allora ripetutamente studiato e discusso, lo storico Henri Pirenne si pose la problematica della nascita del Medioevo, e con essa la questione dell’incontro tra una pluralità di attori con tradizioni politiche, giuridiche e morali profondamente diverse. L’analisi di Pirenne giungeva all’affermazione che «l’impero di Carlomagno fu il punto di arrivo della rottura dell’equilibrio europeo determinata dall’Islam», per cui «senza Maometto Carlomagno è inconcepibile». Accogliendo il velato suggerimento dello storico belga, potremmo sostenere con un paradosso che Maometto – erigendo l’Islam a potenza rivale proiettata sul Mediterraneo – sia il vero fondatore d’Europa. Fu Carl Schmitt a sottolineare che gli angoli più remoti delle terre e dei mari furono raggiunti grazie a cacciatori e balenieri europei. E, se è vero che con l’Europa che si è arrivati a una visione globale, non deve sorprendere il fatto che essa possa pensare se stessa soltanto attraverso l’altro. Giacomo Leopardi intuì e scrisse che la grandezza della poesia omerica sta nell’aver fatto piangere gli uditori greci sulla morte e sui funerali di Ettore, troiano e dunque nemico degli elleni – quasi fosse un carattere tutto europeo, di cui le altre civiltà non tengono traccia, la volontà di trovare la propria identità nel confronto con l’alterità. Sui fondamenti della nostra civiltà sono stati scritti oceani d’inchiostro. In un interessante saggio di dieci anni fa, Franco Cardini e Sergio Valzania sostenevano, studiando il retaggio dell’esperienza imperiale asburgica, di poter rintracciare in Carlo V le “radici perdute dell’Europa” che danno titolo al libro.

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Ultimo cronologicamente, ma non per interesse, il volumetto di Adriano Prosperi, Identità. L’altra faccia della storia (Laterza, Roma-Bari 2016, pp. 105). Professore emerito alla Scuola Normale Superiore, Prosperi è stato allievo di Delio Cantimori, da cui ha ereditato la passione per gli eretici, gli espulsi, i ribelli, le vittime (indirizzo che emerge spesso nelle sue opere). In Identità, tolti i panni dello storico e vestiti quelli del divulgatore, indaga sul tema dell’identità muovendosi con agilità tra le correnti storiografiche contemporanee, gli indirizzi antropologici, l’attualità politica italiana e continentale. La prima parte (Identità: uno, nessuno, centomila. Questioni di parole e di cose), rielaborazione di un saggio già apparso negli Atti dei convegni lincei, è una riflessione sul concetto di identità individuale (uno) e collettiva (centomila), ma anche sulla sua mancanza (nessuno). Prosperi si inserisce prontamente in quel filone di studiosi che – ormai dagli anni Novanta – parlano di ritorno dei nazionalismi, dei regionalismi e dei localismi, ma lo fa con occhio critico. A dispetto della pluralità di fattori culturali che determinano l’identità, «cresce l’importanza del fattore religione nel definire le appartenenze collettive», come mostrano i conflitti in atto. Ciò vale più per le identità extraeuropee che per il nostro continente: sono lontani i tempi del Die Christenheit oder Europa di Novalis.

L’identità è sempre frutto di rimozioni e selezioni. Il passato non è mai accolto integralmente, ma sempre ritagliato. Così fu nel caso dell’idea della modernità europea nel contesto della “prima globalizzazione” (S. Gruzinski), forgiata sulla base del successo europeo a Occidente, mentre la selezione della memoria storica ha eliminato il fallimento in Giappone e in Cina. «Mentre l’impero azteco crollava davanti ai conquistadores, quello cinese rigettava i tentativi di penetrazione commerciale e culturale». Alla costruzione religiosa dell’identità collettiva si accompagna l’identità fondata sull’appartenenza a uno Stato. Anche la politica ha i suoi martiri:

Sul “fedele” si è sovrapposto il suddito. Sulle radici della disponibilità a morire per la religione è cresciuto l’eroismo patriottico, la volontà di morire per la patria

La difficoltà nel ritagliarsi un’identità è particolarmente sentita in Italia, a causa della sua unificazione ottocentesca, perciò recente. La presenza di uno Stato centralista, eredità del fascismo, è costantemente in conflitto con la tradizione di una penisola forgiata nel laboratorio dei liberi comuni, visibile nella costellazione di localismi, autonomismi e indipendentismi che attraversano il Paese. Antonio Gramsci scrisse a tal proposito, nei Quaderni, che la coscienza nazionale italiana si costituì attraverso il superamento del particolarismo municipale e del cosmopolitismo cattolico. Superamento che confina con la soppressione.

Altrettanto interessante la seconda parte del volume (L’Europa e le altre civiltà, le altre civiltà e l’Europa), già apparsa ne Le radici storiche dell’Europa. L’età moderna (a cura di M.A. Visceglia, Viella, Roma 2007). Partendo dalla disputa franco-tedesca sulla distinzione fra Kultur e civilisation, passando per Marcel Mauss e Lucien Febvre, Prosperi rifiuta la prospettiva che vede le civiltà come monoliti autonomi in perenne scontro, considerandole «formule desuete» che soffrono di una continua petitio principii; di contro, lo storico propone una accezione debole dei termini identità e civiltà, dacché essi indicano qualcosa che è sottoposto a ripetuti «prestiti e filiazioni, trasmissioni e rifiuti», soprattutto nell’età della globalizzazione. «Un conto è studiare l’elaborazione, la diffusione e gli usi dei sentimenti di appartenenza a un gruppo sociale, a una religione, a un territorio», afferma, «un altro e ben diverso conto è assumere l’appartenenza come un dato di natura trasmesso con la nascita a tutti gli abitanti di uno stesso suolo». Obiettivo polemico evidente è l’identità völkisch fondata sullo ius sanguinis, che tuttavia rimane l’unica identità non soggetta a contraddizioni (a differenza del vago ius culturae, le cui incoerenze si sono palesate nelle illusioni assimilazioniste). Per quanto gli intellettuali contemporanei cerchino di decostruire tutti i meccanismi concettuali legati all’identità (si pensi alla discussa raccolta a cura di E.J. Hobsbawm, L’invenzione della tradizione)

il carattere immaginato della comunità e la natura inventata della tradizione non tolgono niente alla realtà e alla forza storica che se ne riveste e alla sua capacità di dare un senso totale

Va segnalato che l’ottimo libro di Prosperi soffre purtroppo di un grosso e fatale errore di prospettiva, dovuto forse agli sviluppi degli eventi rincorsi negli ultimi anni (di cui i saggi, datati tra 2007 e 2012, non tengono conto), forse all’eccessiva autoreferenzialità di certo ambiente accademico e intellettuale: quando si riferisce all’attualità politica, egli divide il campo tra un fantasma dal nome «europeismo illuminato» (espressione talmente goffa da risultare quasi cacofonica) e un ritorno dei nazionalismi e degli etnicismi, pronunciandosi non troppo tacitamente a favore del primo. Ma il fenomeno «reazionario» (così viene definito) in atto in Europa non è un tentativo di eliminare l’altro attraverso la propria autoaffermazione, quanto di ricreare una fratellanza europea su basi identitarie (reali, non fittizie) con regole chiare per disciplinare i rapporti intra ed extra-europei, in opposizione al globalismo e al cosmopolitismo imposto in maniera subdola dall’alto negli ultimi decenni. La vera costruzione artificiale non è il nuovo identitarismo, bensì ciò che questo combatte.