http://www.ilfoglio.it/video/122841/la-pubblicit-americana-stereotipatamente-politicamente-scorretta-di-fiat.htm

Un’impronta rigida (appunto, uno stereotipo), quella italiana.  La pubblicità del nuovo modello di Fiat500 pensata per il mercato statunitense strizza l’occhio allo stallone italiano, alla massaia della tradizione, alla donna sessualmente focosa, alla vestaglia leopardata di un medio pappone qualunque. Al c***o italiano che non tira più, in piena coerenza con lo stato economico, sociale e culturale del nostro Paese.  Un’erezione di stereotipia caricaturale, quella pensata per una macchina prodotta da un’azienda che dell’Italia, evidentemente, conserva giusto questo nel cuore (l’odissea di Fiat, quella che ha portato l’Ulisse Marchionne a trasferirsi dal borgo medievale, scenario di questa rappresentazione, oltre le Colonne d’Ercole, è nota a tutti. Purtroppo).

Simpatico, come si dice e si scrive, ma politicamente scorretto, questo spot. In puro stile americano, insomma. In linea con la più santa delle Trinità Capitalistiche, quella delle Tre S (Sesso – Successo –Soldi), questo spettacolo pubblicitario potrà anche divertire il lettore di massa, ma cammina su un luogo comune fatto di sabbie mobili a considerevole tasso spregiativo. Cosa può portare il modello base di una Fiat500 a trasformarsi in una XL? Un’erezione mancata, appunto. Una pastiglia di Viagra bevuta dalla bocca sbagliata, un incidente di percorso che ne crea uno nuovo e sicuramente fantasioso per legittimarsi.

Luogo comune, stereotipo: topos, come si direbbe Aristotele nella sua Retorica. La logica di lettura del lettore viene smontata da un incidente di percorso rispetto alla natura della comunicazione e della situazione particolare. Il luogo comune viene sconvolto dall’esito della scena. Una perfomance sessuale mancata dettata non dalla poca prestanza dei protagonisti iniziali, ma dal prodotto per cui la loro sessualità è pagata, ovvero la Fiat500X. L’acquisto della vettura si fa così portavoce di un desiderio wannabe per cui l’aspirazione di ogni comune mortale a entrare in possesso di una “abilità” umana desiderabile (l’eterna prestanza sessuale), in simbiosi gemellare col proprio mezzo di spostamento, si concretizza così tramite la fruizione consumistica del prodotto pubblicizzato.

“Questa macchina va bene per te se anche tu vuoi essere, come lei, bigger, more powerful and ready for action”. Insomma, non facendogliela più, l’unica possibilità di riconfermarsi macho per il maschio medio è quella di impossessarsi della vettura antropomorfizzata, quella che gli ha rubato lo scettro di “stallone”, che ha fatto sue le caratteristiche caricaturali che l’hanno segnato nella enciclopedia culturale di ognuno. L’esclamazione “wow” delle tre donne a fine spettacolo lo conferma: il commento non è indirizzato all’uomo, ma alla macchina di cui questo è alla guida. Non potendo più essere il maschio di una volta (l’antifona temporale è suggerita dall’evidente età avanzata dei protagonisti all’inizio della scena), non essendo più abbastanza, l’attore pubblicitario deve riversare le sue prestazioni su quelle della macchina che ora lo rappresenterà. Per ogni macchina che si fa uomo, un uomo si farà macchina. Uno stereotipo fatto marketing, ma anche un marketing dello stereotipo. Perché, si sa, quello che è di più facile lettura, ciò che appare più fruibile agli occhi dello spettatore, è anche quello che questi conosce meglio, ciò che gli è più familiare. E allora, non resta altra soluzione che questa: farsi conoscere, ma ancor più, restare memorabili, per qualcosa di più di un banale stereotipo sessualmente orientato.