Spesso, cercando la comprensione dei così detti fatti attuali che in eccesso di tempo, di luogo, come di spazio, assalgono l’osservatore politico della nostra epoca, occorre predisporsi ad un passo indietro, al fine di guadagnare, grazie ad un punto di osservazione migliore, la possibilità di decifrare nell’insieme ciò che i singoli frammenti non possono rivelarci. La riflessione capace di assumere detta prospettiva risulta così, di frequente, anche quella meglio in grado, con il trascorrere del tempo, di guadagnare attualità anziché invecchiare. È questo il caso, affatto sorprendente per tale intellettuale, del recente saggio di Alain de Benoist: Populismo, la fine della destra e della sinistra (Le moment populiste: droite-gauche c’est fini!).

Le moment populiste Alain de Benoist droite gauche

Secondo de Benoist infatti, la crisi del pur longevo sistema politico, fondato sulla dicotomia tra destra e sinistra, affonda le proprie radici alla metà degli anni Settanta; quando, oltre una superficie storica, segnata dalle presidenze Reagan e Thatcher, si concludeva la stagione dei Trente Glorieuses o dei Miracoli Economici, prendendo velocità al contempo quei processi destinati a liberare il capitalismo nel congeniale ambiente del mondo globalizzato, ad affermare la fede nei diritti dell’uomo ed il primato della società civile, ferire a morte gli antichi stati nazionali, sacrificare i progetti collettivi delle grandi ideologie otto-novecentesche sull’ara dell’individualismo. Tutti sviluppi in grado di favorire l’assalto, entro i confini delle democrazie dell’ancora mondo libero (relativamente prossima la dissoluzione dell’Unione Sovietica), dei piani giuridico ed economico alla sfera del potere politico.

La democrazia perse quindi il proprio carattere sociale, già rafforzatosi nel secondo dopoguerra, mancando ormai la possibilità e la volontà di: comprare il popolo. Così, l’inaridimento e infine il regresso delle politiche di welfare state significarono l’interruzione di quello sviluppo storico che aveva permesso di scongiurare la prospettiva di una rivoluzione socialista, sulla scia delle riforme sociali di Napoleone III ed Otto von Bismarck. L’edificazione dello stato sociale aveva avuto tuttavia anche l’effetto di legare, secondo la percezione comune, la stessa legittimità dei regimi democratici alla capacità di dispensare ai lavoratori sempre crescenti tutele sociali e benefici materiali;

una delle contraddizioni principali dell’attuale democrazia dei diritti è che essa fondamentalmente resta, nell’opinione pubblica, una democrazia sociale… mentre non ha più né i mezzi né la volontà di esserlo.

Margaret Thatcher

Margaret Thatcher

Oggi e specialmente a seguito dell’ultima crisi economica, neppure pare possibile intraprendere di nuovo le politiche del welfare. Anche qualora si ricercassero le fondamenta democratiche sul piano loro pertinente, ovvero quello del politico e della potenza collettiva, emergerebbe chiaramente come questa sia ormai strangolata tra l’ideologia della merce e quella dei diritti dell’uomo. Ridotta a mero stato di diritto, governace economica e libertà personale: la democrazia non detiene più il potere. Il “popolo politico” ha perduto la capacità di prendere decisioni e, assieme ai confini (statali) che gli permettevano nei fatti di esercitare la propria sovranità, rischia di perdere anche se stesso poiché, citando Marx: l’auto-costituzione del popolo come soggetto coincide con la democrazia. Un tempo alleato con la democrazia, il liberalismo si è progressivamente rivelato antitetico ad essa, con la sua libertà (specialmente economica) e i suoi diritti individuali prevaricanti l’uguaglianza politica e la sovranità popolare, sulle quali si basa l’idea democratica.

Nel quadro della crisi del politico, non sorprende quindi il progressivo dissolversi anche delle principali categorie che ne avevano organizzato lo spazio: destra e sinistra; de Benoist ne descrive l’origine storica e l’affermazione nel significato attuale all’inizio del Novecento ma anche una fluidità di sistema classificatorio tanto forte da spostare le idee e i partiti liberali, comparsi nel cuore della sinistra, fin nel pieno del versante opposto. Allo stesso modo in cui, sul piano simbolico, tra il 1815 ed il principio del Novecento, il dispiegarsi del tricolore francese e le note della Marsigliese, erano già transitati dalle fila della sinistra estrema a quelle della destra. Quanto alle tre grandi discussioni: sulla monarchia, sulla laicità, sulla questione sociale, che avevano sostenuto, se pure imperfetta, la dicotomia tra destra e sinistra, ai tempi in cui essa era stata meglio in grado di descrivere la politica in Francia ma non solo, esse risultano ad oggi addirittura concluse. Il tentativo di applicare il vecchio sistema classificatorio alle grandi tematiche di attualità – Euro, Ttp, rapporti con l’Islam o con la Russia – apre all’interno dei due campi fratture tali da evidenziarne l’obsolescenza. Destra e sinistra permangono soltanto nella

lingua politica e parlamentare, che le utilizza come mantra nella speranza di suscitare dei riflessi condizionati […] Nel mondo politico, la teatralizzazione dell’opposizione destra / sinistra mira, in effetti, soprattutto a mascherare la convergenza di campi le cui identità si sono diluite;

già celebratosi clandestinamente il matrimonio tra il liberalismo economico della destra e quello societario della sinistra.

Alain de Benoist

Alain de Benoist

Tutto questo non durerà a lungo, eppure i riflessi pavloviani, suscitati dalle due categorie politiche superate, hanno permesso per molto tempo all’élite di governare senza il popolo. Differenziate da accidenti minimi ed accomunate dai valori liberali, destra e sinistra, cessando di rappresentare una vera alternativa, si sono limitate ad inscenare un’alternanza senza che alcun partito si impegnasse ad offrire alcuna prospettiva di cambiamento reale. Del resto, se la democrazia della Grecia classica era stata rigorosamente diretta e già Rousseau, Proudhon, Georges Sorel o Carl Schmitt, avevano criticato la democrazia rappresentativa, il liberalismo non ha mai caratterizzato la democrazia come il regime della più ampia partecipazione, instaurando sistemi censitari ed escludendo le donne dal voto. Metodi di esclusione facili da riconoscere e combattere, sostituiti più efficacemente dall’industria del tempo libero e dalla continua narrazione liberale di ogni categoria dell’umano, celebrata ossessivamente dai media, in primo luogo televisivi; essendo assimilati la vita politica stessa a un mercato e il voto dei cittadini a un atto di acquisto, la democrazia diventa del tutto naturalmente il regno del consumatore che fa zapping… lo aveva compreso molto bene Silvio Berlusconi.

Tra i prodotti pubblicitari di questa narrazione politico-televisiva, risulta per altro davvero ossessivo, a titolo di esempio, l’impegno a trasfigurare i problemi sociali in drammi individuali. Infatti, piuttosto che ricercare cause e responsabilità o evidenziare come la perdita di controllo su economia e finanza abbia privato gli stati della capacità di intervenire, la narrazione liberale preferisce dare risalto alle vittime in maniera compassionevole e lacrimevole; lungi dall’affrontare politicamente i fenomeni, basti pensare all’immigrazione.

Silvio BerlusconI

Silvio BerlusconI

Fatta salva grazie allo zapping l’illusione di poter cambiare canale, la trasmissione è rimasta a lungo sempre la stessa, tanto più che secondo i registi, al cittadino telespettatore mancherebbero le competenze per scrivere la sceneggiatura di un programma altro. A pretendersi competenti, anziché che il popolo, si vorrebbero infatti le élite liberali, gli esperti, con la pretesa bontà oggettiva dei loro programmi e la pretesa inevitabilità di fenomeni di enorme rilevanza sociale, quali le leggi del mercato, la continua innovazione tecnologica, la globalizzazione, il nomadismo.Eppure sempre più spesso il popolo incolto, rifiuta di votare come dovrebbe, si pensi al referendum francese sulla Costituzione Europea (2005) o più di recente alla Brexit. I movimenti politici costruiti sull’opposizione tra il popolo e le élite, progressivamente, sono stati allora etichettati con la classificazione denigratoria di populisti, un tempo riservata ai discendenti dall’estrema destra e da ultimo scivolata a deprecare il popolo stesso, visto come non razionale ed emotivo.

Gli studiosi di scienze politiche, in disaccordo tra loro, hanno quindi tentato di definire il populismo come un’ideologia, uno stile, una forma di organizzazione politica, mentre la classificazione veniva estesa ai personaggi più disparati come Donald Trump, Beppe Grillo, Nicolas Sarkozy, Viktor Orbán, Jean-Luc Mélenchon o al di fuori dell’occidente: Fidel Castro, Mahmud Ahmadinejad, Mu’ammar Gheddafi o Evo Morales. In modo più sobrio, De Benoist (riprendendo Vincent Coussedière) ritiene piuttosto che i movimenti populisti più che da un’ideologia siano accomunati dalla

situazione politica dei popoli che li fanno emergere. i popoli europei (e il popolo americano è forse meno lontano da loro di quanto si creda) si trovano di fronte a sfide demografiche, culturali ed economiche drammatiche, e a un’offerta politica invecchiata, le cui linee divisorie [destra e sinistra] non sono più in sintonia con la realtà e la profondità della crisi.

Beppe Grillo

Beppe Grillo

Certo è completamente errato affermare che il populismo, criticando duramente le élite, possa esprimere quella che in Italia è stata definita spesso come antipolitica,

il popolo vede che il politico è oggi sommerso dall’economia, dalla morale, dal giuridismo procedurale e dall’espertocrazia ed esige un ritorno del politico, perché è solo politicamente che esso può esistere in quanto popolo.

Il popolo desidera tornare a decidere democraticamente. Allorché la democrazia liberale, ha deluso le domande sociali, esponendo le sue élite ad una grave crisi di legittimità, per il populismo si sono spalancate le porte, proclamando esso il ritorno alla sovranità popolare, fondamento (assieme all’uguaglianza) del principio democratico.

Interrogarsi sul populismo significa dunque interrogarsi non soltanto sulla legittimità delle rivendicazioni popolari, ma anche sulla fondatezza della sovranità popolare che è la base dei regimi democratici, e, in secondo luogo, avere la possibilità di analizzare la “decostruzione del popolo politico” avviata da quasi mezzo secolo.

Decisiva per i movimenti populisti risulta pertanto la definizione del popolo in quanto demos, detentore del potere politico; se pure essa si combini sempre con quella del popolo storico e culturale: ethnos, come con il popolo plebs, ovvero delle classi economicamente più fragili e maggioritarie. È anzi nella capacità di amalgama dei predetti “tre popoli” che de Benoist riscontra una caratteristica fondamentale del populismo. Il populismo reagisce infatti alla globalizzazione, colpevole di distruggere lo spazio sociale comune, fondato sulla comunanza tradizionale dei modi di vita, protetti dallo stato nazionale detentore della sovranità. L’antropologia del populismo è quella dell’uomo partecipe di una comunità storica, opposta all’individualismo liberale.

La crisi di legittimità delle élite, rappresentantesi politicamente attraverso la dicotomia destra sinistra, si è rivelata grave specialmente per la seconda ala dello schieramento, in quanto soprattutto a sinistra si era reclamato (da molto tempo a torto) di rappresentare le istanze delle classi popolari. De Benoist ha così dedicato il quinto capitolo alle tesi di Jean-Claude Michéa, il quale ha ricostruito molto bene, dal punto di vista storico, l’alleanza tra il bambino del socialismo, legato ai valori comunitari dell’ancien régime e l’acqua sporca della sinistra, ai tempi dell’Affaire Dreyfus (1894), in opposizione alla destra monarchica e clericale. Marx e i socialisti della Prima Internazionale mai si erano definiti come uomini di sinistra, termine che in Francia designava piuttosto i radicali. Nel corso de Novecento tuttavia, scomparsa la destra monarchica, l’acqua sporca ha continuato a macchiare il bambino con i valori progressisti dell’Illuminismo, trasformando la lotta per il popolo in lotta per il progresso, per l’avvenire. Ed in breve, quando al sol dell’avvenire si è delineato il processo di globalizzazione con le sue minoranze tiranniche, l’immigrazione, l’individualismo, la sinistra, ormai fagocitato e fatto dimenticare il socialismo, coerentemente ha dovuto aderirvi, il grande divorzio tra il popolo e la sinistra ne è stata la conseguenza più clamorosa. Ciò, e questa è la grande tesi di Michéa, non è dipeso da una degenerazione della strategia riformista della sinistra ma dall’antica adesione all’Illuminismo e al suo ideale di progresso.

Jean-Claude Michéa

Jean-Claude Michéa

Contro l’unità profonda del liberalismo, affermata da Michéa e de Benoist, se niente ha potuto lo specchietto per allodole della sinistra, consistente in una fantasmatica possibilità di conciliazione tra la lotta contro le ingiustizie sociali ed il liberalismo societario, altrettanto effimero si è rivelato l’inganno della destra: la difesa dei valori sotto il primato dell’economia. Il capitalismo non può astenersi dal distruggere ogni valore culturale e morale che pericolosamente potrebbe opporsi alla necessità di vendere qualunque cosa a chiunque; si pensi all’orrenda pratica dell’utero in affitto. De Benoist circostanzia quindi, storicamente e dal punto di vista delle idee, l’adesione innaturale della destra al liberalismo tra: aristocratici tramutati in borghesi, la tendenza a schierarsi con i possidenti, il timore delle classi pericolose, l’anticomunismo, la stagione di Reagan e della Thatcher. Eppure, pur non potendo più affermare che il capitalismo rafforzasse la potenza della sua nazione (in realtà l’ha distrutta), la destra ha continuato ad abbracciare il mercato e ad ingannare deprecandone le conseguenze di costumi degenerati, globalismo, immigrazione.

In definitiva, se destra e sinistra hanno tentato di differenziare la propria narrazione del liberalismo, entrambe, si basano su una medesima antropologia, il cui tratto principale è quello di legittimare l’impulso egoistico. ossia il desiderio individuale di massimizzare il proprio interesse materiale e privato, economico e non. La destra avrebbe forse fatto meglio ad accorgersi di come i legami comunitari di reciproca assistenza che i primi socialisti intendevano salvare dal progresso individualista dei lumi, discendessero dall’ancien régime che un tempo essa aveva difeso o meglio da un modello tradizionale di società organica. Mantenendo fermi il primato dell’economico ed il mito produttivista del progresso, non avrebbe tardato d’altro canto a rivelarsi illusoria anche la tradizionale prospettiva emancipativa marxista, volta alla sostituzione della borghesia con il proletariato quale classe egemone. Una simile rivoluzione avrebbe potuto risultare levatrice tutt’al più di un capitalismo di stato, sul modello sovietico. È questa una coordinata fondamentale del pensiero di Ernesto Laclau (1935-2014), teorico del populismo, argentino ed ex peronista di sinistra, favorevole alle presidenze di Néstor e Cristina Kirchner, ispiratore dei populisti spagnoli di Podemos; de Benoist si sofferma sulle sue tesi, dirette oltre l’unità profonda del liberalismo.

Ernesto Laclau

Ernesto Laclau

Laclau ha riconosciuto come il capitalismo non si basi più sull’oppressione coercitiva del proletariato, quanto sull’interiorizzazione delle norme imposte; allo stesso modo in cui, nella società frammentata, le identità politiche non risultano riducibili a classificazioni sociologiche ma al di fuori di rigidi determinismi riflettano: costruzioni sociali modellate dal discorso. Il politico risulta pertanto un campo autonomo. Lontano dalla pretesa oggettività della governance liberale, le idealità politiche, che sono sempre collettive, non sono mai date a priori ma costruite con pratiche discorsive, che permettono la comparsa di una volontà collettiva, o meglio di più volontà in antagonismo e lotta per l’egemonia. Secondo Laclau, la crescita del populismo rifletterebbe l’emersione (dal basso) di un nuovo ordine egemonico, stante la crisi di quello attuale. De Benoist approfondisce allora il tema del capitalismo come fatto sociale totale, sulla traccia della teoria critica del valore di Robert Kurz (1943-2012), interprete eretico di Marx, nonché alcune problematiche legate al tema della comunità. Il sistema egemonico del capitalismo risulta in questo modo quello caratterizzato dal lavoro che produce il valore, con il valore di uso sottomesso al valore di scambio; il quale svolge la funzione di regolatore nei rapporti tra gli uomini e delle attività individuali. Il capitalismo configura allora una tirannide senza tiranno, un potere ben più pervasivo del dominio rozzo di una classe sull’altra.

Per organizzare la società attorno al lavoro ed al valore, il capitale ha pertanto bisogno individui impossibilitati a produrre e lavorare autonomamente, disposti a vendere la propria capacità lavorativa e liberi da valori e legami sociali, suscettibili di sottrarre interi ambiti dell’umano alla mercificazione e agli affari. Quanto non si può né vendere né comprare rappresenta per il capitale un limite che è sua natura tentare di abbattere, nel tentativo di fare del valore, ovvero del denaro, l’unico medium per rapportarsi al prossimo.

La filosofia dei lumi considera i legami sociali solo come un modo, per l’individuo, di raggiungere i suoi scopi particolari. La sua forza dipende dal fatto che è apparsa portatrice di emancipazione. ma se c’è qualcosa da cui essa ha emancipato i lavoratori, proprio mentre accentuava il disincanto del mondo inaugurato dalla desacralizzazione cristiana, è dai contesti vitali, dai riferimenti e dai legami sociali che li proteggevano, per sottometterli a nuove alienazioni, trasformandoli in individui intercambiabili sottoposti a tutti i condizionamenti della merce.

Alain de Benoist

Alain de Benoist

Per questa ragione i primi socialisti rifiutavano i rapporti di sottomissione gerarchica dell’ancien régime morente ma non le sue solidarietà organiche. E’ così attraverso l’ottica dei “conservatori di sinistra”, (George Orwell si annovera tra i principali riferimenti dell’area), che de Benoist raggiunge la necessità di una riabilitazione “conservatrice” dei valori e delle tradizioni popolari, poiché se una semplice restaurazione del passato non potrebbe essere né auspicabile né possibile, un ricorso critico e selettivo si rivelerebbe emancipatore, conducendo lontano dal capitalismo quale fatto sociale totale e dall’ideologia della crescita illimitata.

Dalla prospettiva di Alain de Benoist, se lo sguardo giunge addirittura oltre l’attuale modello sociale egemonico, il significato politico dell’ascesa del populismo trascende certamente il marasma incoerente della cronaca politica quotidiana, tra pregi e difetti, successi e insuccessi, dei singoli movimenti o partiti. L’ascesa populista pare piuttosto doversi leggere entro un corso storico di lunga durata, ultima incrinatura del vecchio ordine egemonico illuminista; stante un moto etimologicamente rivoluzionario che, affievolendosi i lumi, volge in direzione di forme sociali nuovamente tradizionali e comunitarie.