Le ruvide e sguaiate espressioni della politica attuale, così mirabilmente evidenziate anche in quest’ultima campagna elettorale nostrana, raccontano di una realtà che appare sempre più profana – non laica, si badi ai termini! – china e concentrata solo sull’immediato e sulla superficie delle cose. Ci si può domandare allora se i cristiani abbiano alcunché da dire in questa baraonda dal sapore carnevalesco. Non vogliamo entrare nel battibecco fra scelte di partito e di schieramento, se sia più cattolico correre sotto un’unica bandiera, piuttosto che agire singolarmente all’interno di variegate compagini. Urge invece chiedersi innanzitutto: rappresentano i cristiani una voce diversa e scomoda? Lontani dalle banalità del politicamente corretto, sanno graffiare le coscienze con la forza della verità? Ma questo, che già sembra molto, ahimè, non è ancora il punto focale che invece è il seguente: sono davvero capaci di uno sguardo più alto che ricomprenda le vicende politiche e sociali in quelle ultraterrene?

Dio Padre – Giovanni Domenico Tiepolo

Dio Padre – Giovanni Domenico Tiepolo

Si reagirà subito da più parti dicendo che non bisogna mescolare l’aspetto religioso con quello civile e che le leggi della società sono indipendenti da quelle spirituali, ragion per cui l’unica arma rimasta in mano ai cosiddetti cristiani sono le questioni morali. Poca cosa, davvero! In effetti un Guénon, che di certo non è l’ultimo degli sprovveduti in fatto di scienze sacre, sentenziava quasi un secolo addietro, che una tradizione religiosa quando si riduce al solo aspetto morale, che ovviamente diviene per necessità moralismo, cessa, ipso facto, di essere una religione. Pare che non si sia fatto tesoro di tale profonda verità; anzi, nessuno ancora sembra accorgersene.

I cittadini di fede cristiana si troveranno chiamati, tra poco, ad esprimere la loro preferenza, convinti, come del resto tutti gli altri, che l’applicazione di questo diritto sia condizione essenziale per ritenere svolto il proprio dovere, acquietando così ogni sussulto della coscienza. Il graduale scioglimento dell’ordine della società su base tradizionale, con il moderno formarsi delle masse, arma segreta del potere politico ed economico attuale, corrobora questa immane sciocchezza. Una croce e un nome vergati a matita e l’individuo moderno può tornarsene a casa in pace. Le cose però non stanno affatto così, occorre una lettura ben più complessa; una lettura che sappia tenere uniti sia il livello dell’azione politica parlamentare che quello dei cittadini comuni. Procediamo per gradi.

René Guénon

René Guénon

Cardine della figura dell’uomo per i cristiani rimane, perlomeno in astratto, la tripartizione in corpo, anima e spirito. Ma a specificare meglio questa composizione bisognerebbe aggiungere che l’Uomo è anche polis e kosmos. Il verbo che si usa comunemente per descrivere l’azione politica è: fare; tuttavia, va riconosciuto che un essere umano ha raggiunto la statura che gli è propria solo quando è, di fatto, un essere politico. La china ultima del liberalismo democratico ha come precipitato e causa allo stesso tempo, l’esaltazione dell’individuo a dispetto della persona. Il fenomeno sopra accennato delle masse, anonime e soggiogate, lo esemplifica alla perfezione. La persona al contrario del semplice individuo si esplicita nel proprio essere in relazione. Relazione con la propria interiorità – che già di per sé ci stacca dal singolo per portarci all’universale – relazione con i propri simili, relazione con le generazioni passate e a venire, relazione infine con il cosmo in tutte le sue componenti sottili e invisibili. L’essere umano acquista così profondità e si fa consapevole della propria e specifica direzione.

Questo instaura il senso personale di corredenzione dell’Universo unito al senso e principio di responsabilità. Il primo dona la coscienza che ogni atto va ordinato alle leggi immutabili che regolano il Cosmo, secondo la propria e unica vocazione. Bisogna avere il coraggio di ammettere che nel nostro tempo, tutto è oramai al limite del disumano, anzi rivoltato contro l’uomo – dal lavoro, alle scienze, alla cultura. Pertanto, ogni atto che si sforza di restaurare la piena umanità secondo un ordine che ben prima di essere morale è sapienziale, risuona sia nella sfera della polis che del kosmos. Non lavoriamo semplicemente perché dobbiamo pagare le bollette, il mutuo e attendere al personale sostentamento. L’origine e spiegazione del lavoro è di ordine metafisico. Attraverso l’opera delle mani e dell’ingegno, l’uomo è tenuto a proiettare la propria dimensione animica sul mondo, e vicendevolmente a fortificare e maturare nella propria dimensione spirituale. L’interno modifica così l’esterno e viceversa. Una traiettoria verso l’Unità. Da schiavi, come siamo, a uomini liberi.

Vision – Mikalojus Konstantinas Ciurlionis (1905)

Vision – Mikalojus Konstantinas Ciurlionis (1905)

Dalla scelta stessa del lavoro, o a come esso viene svolto contraddicendo tutte le consuetudini e i luoghi comuni che vogliono imporci, alla prassi educativa e alla riaffermazione della vera cultura e così via, l’intero Cosmo vibra e si riassesta avvicinando così la Restaurazione finale del Regno, la quale, se non lo avessimo ancora capito, dipende solo da noi! Il secondo aspetto, invece, attiene al fare esperienza limpida del Bene e del Male; riconoscere come essi non rimangano attaccati al singolo, come vorrebbe la sciocca vulgata moderna, ma si riversino sulla comunità e addirittura sull’intera Creazione. Qui è il mistero completamente dimenticato dell’espiazione collettiva. Eppure, proprio questo mistero fonda la Chiesa come Corpo Mistico: quando un membro soffre, tutto il Corpo soffre, quando un membro è nella gioia, tutto il Corpo gioisce. Si è cristiani solo quando si incomincia a fare profonda esperienza di ciò. Tutto a quel punto cambia. Il modo di pensare, di vedere la realtà e inevitabilmente il modo di agire.

Quando poi il Male è originato dalla deviazione dell’intero popolo allora l’espiazione collettiva si fa ancora più tangibile per chi ha occhi per vedere. Il decadimento di un popolo, di una civiltà, ha infatti cause che non risiedono semplicisticamente nei fattori economici o politici stretti – questi sono semmai il loro naturale precipitato – quanto nell’impoverimento umano e spirituale, nell’allontanamento dalle eterne leggi ontologiche iscritte nel Cosmo. Quando una civiltà che ha conosciuto grandezza e splendore culturale e artistico sprofonda nel disordine, per l’inequivocabile bilancia cosmica essa deve inabissarsi, o per cause naturali o sotto i colpi di un’altra civiltà che le prenderà il posto. Gli innocenti e i giusti che pur ancora vi risiedevano, cadono sotto la medesima sorte. L’espiazione non può che essere completa e risolutiva.

Morte del Sole, della Luna, e caduta delle stelle - Cristoforo de Predis

Morte del Sole, della Luna, e caduta delle stelle – Cristoforo de Predis

Arriviamo infine all’ultimo e cruciale punto della nostra disamina. In quale momento della navigazione cosmica l’umanità attuale si viene a trovare? Vale a dire, fra l’Alfa e l’Omega, principio e fine di questo ciclo, dove ci posizioniamo noi moderni? Non si tratta di una semplice misurazione per calcolare il tragitto percorso. I due punti estremi infatti agiscono come forze che attraggono e sospingono. Le scienze sacre ci avvertono con chiarezza che l’attuale Ciclo Cosmico è prossimo ad esaurirsi. Mesi, anni, poco importa. Non è la Fine del Mondo, come gli ingenui pensano, quanto la Fine di questo mondo, nella sua punta di quest’era tecnologica, di quest’umanità così decaduta da aver offuscato il segno della sua origine celeste. Anche la conformazione terrestre e l’atmosfera sopravviveranno, dopo enormi sconvolgimenti, in condizioni mutate. A questo punto, un brevissimo accenno a suggerire soluzioni e strade. Occorrerebbero molte pagine per delineare scenari e possibilità. Qui daremo solo alcuni lampi. Il resto sarà la buona volontà e la riflessione dei lettori.

Se quindi i cattolici debbano fare politica e in quale modo, ha come iniziale risposta che prima di ogni altra cosa, essi dovrebbero ricominciare ad essere cattolici. Con onestà bisogna ammettere che siamo ad un passo dal fondo. Oltre c’è solo il nulla! La nostra civiltà è pronta ad inabissarsi, per fortuna, aggiungiamo noi. Pertanto, perseverare nel voler tappare le falle, invece che guardare in faccia le cause che hanno portato a tutto ciò è da ottusi e benpensanti, che poi in fondo sono la stessa cosa. La responsabilità non è di questo o quel governo, o di alcuni politici, ma di tutti, è collettiva, come abbiamo prima spiegato. Non è col sentimentalismo religioso o con le battaglie meramente morali che si può agire nel Bene e per il Bene. Serve immensamente di più.

Dio

Behold the Bridegroom Arriving – Nikolaos Gyzis (1888)

Sentirsi parte del Tutto, gioire e patire col Tutto. Avere il coraggio di andare controcorrente per recuperare il senso e soprattutto la forma dell’umano. Riappropriarsi, in vista della battaglia finale, di tutta la sapienza tradizionale così bistrattata se non fraintesa. Gli uomini agiscono male perché pensano male. Ma per imparare a pensare ci vogliono gli strumenti giusti e i maestri giusti. Chi inizia a vedere non può che provare orrore verso ogni espressione della modernità, ma da questo orrore, possono nascere cose meravigliose. Questo non è il tempo per le mezze misure, per gli spiriti mediocri che si accontentano di fare il compitino che la società gli ha assegnato; non è una battaglia per grandi eserciti. Si deve incominciare da un piccolo resto, da un’élite intellettuale che accenda la fiamma che porti oltre l’oscurità che ci avvolgerà molto presto.

Avvicinandosi alla Fine, tutti i cristiani saranno pensatori, insegnava Soloviev. Chissà, forse oggi si domanderebbe se vi siano ancora dei cristiani. Tutto questo è Politica, nel suo senso più alto e genuino, come già un Platone aveva inteso. Completiamo dicendo che il Cristianesimo, Rivelazione Ultima per i Tempi Ultimi, deve avere il coraggio di essere la perfetta concretizzazione della Metapolitica, in questa finale era del Ferro. Contemplativi nell’azione; di questo abbiamo bisogno, prima di ogni altra cosa. Il resto, faccende di parlamento e affini – che comunque non si possono tralasciare – viene dopo e da sé.

Christ in Limbo - Hieronymus Bosch (1575)

Christ in Limbo – Hieronymus Bosch (1575)


ADDENDUM – BREVE RACCONTO DI FANTASIA

C’era una volta un piccolo regno adagiato su di un altopiano che si estendeva per numerose miglia. Da quella posizione dominava molte valli e basse colline. La prosperità raggiunta attraverso i secoli, l’aveva reso bello e invidiato. Grandi palazzi, vie soleggiate ed ampie, rinfrescanti giardini; inoltre il clima piuttosto mite rendeva piacevole la vita sull’altopiano. La gente era felice, almeno per quanto si possa esserlo in questa vita mortale.

Ma il tempo sa farsi sentire in molti modi. I commerci non prosperavano più come un tempo, la pace e la quiete non tenevano più al sicuro le sue mura. Negli ultimi decenni, anche la rigidità dell’inverno si era fatta stranamente acuta; tempeste di grandine sempre più frequenti avevano provocato numerosi danni ai raccolti. Ma soprattutto alcuni terremoti, prima lievi, poi più profondi avevano scosso l’altopiano. Quasi tutte le case furono danneggiate, le strade cedettero e si contarono anche alcune vittime. I governanti effondevano tranquillità e prudenza fra la gente, dove invero iniziava a serpeggiare l’ansia e la paura.

Ad ogni scossa seguivano i lavori di restauro e di rimessa in sicurezza degli edifici, ma solo molto di rado si assisteva a demolizioni e ricostruzioni. Tappare le falle, senza sconvolgere la vita e la fisionomia della città, sembrava a tutti la strategia migliore. E più le scosse andavano ripetendosi, più aumentavano le feste, i divertimenti e i sollazzi fino a tarda notte. Le distrazioni sono sempre state il modo migliore per aiutare chi è al potere ad averne sempre di più.

La città del Re era ridotta ormai all’ombra di se stessa, tante erano le rovine e gli edifici malconci e sfregiati; le giornate trascorrevano tra le faccende di lavoro e l’alacre impegno di restauro. Alcuni cittadini, per la verità molto pochi, si fecero ricevere al Gran Palazzo del Sovrano suggerendo che sarebbe stato opportuno abbandonare l’altopiano e ricostruire la città e i villaggi vicini in una delle valli ancora non abitate. Del resto, era ormai facile prevedere che le prossime scosse avrebbero provocato danni ancora maggiori e forse altri morti. Il Re e i suoi fedeli collaboratori non ne vollero sapere e risposero che tali previsioni erano infondate e che non dovevano in alcun modo essere diffuse tra la popolazione seminando false preoccupazioni.

Cacciati così in malo modo, essi allora provarono a reclutare alleati alla loro causa fra la gente, ma vennero respinti come degli appestati che erano buoni solo a gettare sventura sulla loro splendida città. I tempi duri sarebbero finiti e lo splendore dei palazzi avrebbe di nuovo fatto impallidire le genti vicine, così rispondevano tutti.

Esausti da tanta indifferenza e ostilità, decisero di andarsene, da soli e con un grande peso sul cuore. Una notte, mentre il chiasso delle feste stipava le strade e i vicoli, scapparono giù lungo la bassa boscaglia diretti alle valli molto più a sud. Il viaggio fu faticoso. Giunsero stremati e doloranti. Alcuni in preda a febbri e convulsioni. Iniziarono col cibarsi dei pochi frutti che crescevano naturalmente, il tanto per recuperare le forze. Il luogo era magnifico, ma nessun piede umano lo aveva mai calpestato e il lavoro che li aspettava era tanto.

Trascorsero ancora pochi giorni, la fatica intanto stava lasciando spazio ad un ritrovato senso di libertà, quando un altro terremoto, molto più forte di tutti i precedenti, scosse perfino le nubi nel cielo e rase al suolo l’intera città sull’altopiano, portando alla morte tutti i suoi abitanti. Dalla valle si intravedeva appena il fumo scuro che saliva lontano fra gli intrecci delle colline.