Nel 2001, Armin Meiwes, un tecnico di computer abitante del paesino di Rotenburg in Germania, pubblicò un’inserzione su internet, dove ricercava una persona disposta a farsi uccidere e mangiare. Dei circa duecento che gli risposero, solamente Bernd-Jürgen Brandes accettò la singolare proposta. Come stabilito, Meiwes uccise la vittima consenziente e, dopo averla sezionata, ne conservò i pezzi nel surgelatore. Quando fu arrestato, il “cannibale di Rotenburg” aveva consumato più di venti chili di carne umana. Inizialmente il caso sbalordì il pubblico e mise in imbarazzo i giudici: poiché in Germania non vi è una legge che proibisce il cannibalismo, Meiwes, per aver “ucciso su richiesta”, poteva essere giudicato colpevole soltanto di una sorta di suicidio assistito, che prevedeva al massimo cinque anni di reclusione. Due anni dopo, però, la Corte d’appello modificò il verdetto e lo condannò all’ergastolo.

Dietro a questa vicenda, macabra e assurda allo stesso tempo, ci sono considerazioni etiche e filosofiche tutt’altro che scontate da fare. Come osserva Michael Sandel, nel suo libro Giustizia, il nostro bene comune: <<Il cannibalismo fra adulti consenzienti costituisce il banco di prova definitivo per il principio libertario del diritto di proprietà su se stessi e l’idea di giustizia che ne scaturisce>>. Per “libertario”, Sandel fa ovviamente riferimento all’accezione americana del termine. Negli Stati Uniti, i “liberali” sono generalmente persone di sinistra divise in tre grandi gruppi: ci sono i liberals, fautori di uno Stato limitato, ma non minimo, e promotori di valori progressisti; a seguire appaiono i classical-liberals, tendenti ad un Stato minimo, ma sostenitori di valori conservatori all’interno della società civile; infine, ecco i libertarians, i “libertari”, o anche chiamati anarco-capitalisti, i quali, fondendo le altre due visioni, vorrebbero uno Stato minimo o del tutto assente e valori tendenti alla libertà, lontani a qualsiasi tipo di tradizione. Da un punto di vista politico, i libertari rifiutano qualsiasi tipo di intervento statale, credendo fermamente nell’autorità del libero mercato e dell’economia. Non considerando la diseguaglianza economica un’ingiustizia in quanto tale, rifiutano, in blocco, tutte le politiche sociali tese a livellare le differenze o a cercare di valorizzarle: dalle leggi fondate su principi etici, ad ogni forma di redistribuzione del reddito o della ricchezza. L’importante, per loro, è che gli uomini abbiano la proprietà su se stessi, sul proprio lavoro e sulle proprie ricchezze. Il fatto che l’un per cento degli americani più ricchi abbia nelle proprie tasche più di un terzo della ricchezza nazionale e che il dieci per cento delle famiglie statunitensi assorba il quarantadue per cento del reddito totale e possieda il settantuno per cento della ricchezza complessiva, per loro non è un problema, ma una semplice fase del libero mercato, da rispettare o, per meglio dire, onorare.

Sembra essere chiaro, allora, come la realtà libertaria, sia totalmente individualista, priva di qualsiasi legame sociale e nella quale ognuno pensa esclusivamente ai propri interessi. Meiwes non è altro che il prodotto estremizzato di questa teoria, caratterizzata dal disinteresse per la vita pubblica e dominata dal caos generato dal movimento confuso e vorticoso di esseri umani. Giustificare il suo atto, considerandolo come “giusto in quanto liberamente concordato”, significa disporre l’individuo al centro del mondo, dissociandolo da qualsiasi dovere e valore sociale.

 Due domande, arrivati a questo punto, sorgono spontanee: può essere considerata questa una forma di libertà sostanziale? E può la politica occuparsi unicamente del “possesso di sé” ed essere così subordinata ad altre attività umane come, ad esempio, l’economia? La risposta alla prima domanda è un secco no. Basta semplicemente notare come, al posto delle autorità del passato, da Dio, al re, fino ad arrivare allo Stato (ormai da considerarsi una parentesi della modernità quasi conclusa), i libertari hanno eletto a loro sovrano e guida spirituale il libero mercato. Come il presente ci sta insegnando ogni giorno, questo è tutt’altro che una forma di libertà, ma anzi una sorta di schiavitù, forse meno evidente di quella del passato, ma altrettanto coercitiva e vincolante. La seconda domanda è direttamente collegata alla prima ed anche qui la risposta non può che essere negativa. Nel suo libro, Sandel, interrogandosi su quale debba essere la funzione della politica, dedica un intero capitolo alla teoria di Aristotele. In linea con quasi tutto il pensiero Greco classico, la sua è una teoria teleologica (da telos, “scopo”) della giustizia e la sua visione dell’essere umano è prettamente sociale (zoon politikon). In questo senso, contrariamente alla teoria libertaria, la politica non è considerata come un’attività umana tra le tante, ma un’occupazione fondamentale, alla quale è riconosciuta un fine, ovvero quello di coltivare la virtù dei cittadini, insegnando loro a vivere una vita buona. Questi, come osserva Aristotele nella sua Politica, non si sono riuniti in una comunità ”solo per vivere, bensì per vivere bene”.

Il discorso e le problematiche delle varie argomentazioni sono impossibili da trattare, per questioni di lunghezza, in un semplice articolo. L’importante, qui, è sottolineare come Sandel ed altri pensatori contemporanei, raggruppati in quelfilone che prende il nome di “comunitarismo”, si scagliano contro la concezione liberale (e libertaria), secondo la quale la politica è solamente un mezzo da utilizzare in vista di un fine e non un aspetto essenziale dell’umanità. Conseguenzialmente, il pensiero comunitarista rigenera e dà vigore ad un’accezione tanto antica quanto attuale di ciò che veramente significa fare (o, per meglio dire, essere) politica: partecipare direttamente alla vita pubblica, considerando quest’ultima come una vera e propria palestra di vita, nella quale crescere per se stessi e per la comunità. È una visione organicistica, nettamente in antitesi all’individualismo dominante. Oggi, infatti, i cannibali non sono solamente gli individui come Meiwes (ammesso che esistano), ma tutte quelle persone, troppo indaffarate a trarre profitto sulle sciagure altrui, che hanno dimenticato di essere animali sociali, sacrificando la loro stessa umanità alle necessità di mercato.