Sembra di essere tornati ai tempi delle Crociate, quando, per riconoscersi, l’Europa doveva essere la negazione dell’altro. Nel presente come nel passato, l’altro che dovremmo negare per riconoscere noi stessi è rappresentato dall’Islam, religione di fanatici e terroristi. O almeno questo è quello che ci viene detto da diversi tempo dai vari Salvini, Meloni, Santanché ed altre persone davanti alle quali anche Goffredo di Buglione impallidirebbe. Denigrare l’Islam quindi, ma per riconoscerci in cosa? “Nell’Europa!” Sostengono loro e potrebbero pensare in molti. E invece no. Perché questa barbara propaganda anti-islamica non è figlia di una cultura millenaria come quella europea, ma di perfide motivazioni occidentali.

Si è soliti considerare questi due termini – europeo e occidentale – come dei sinonimi. Esattamente questo è l’errore principale, causa di conseguenze drammatiche. Questi termini erano sinonimi quando il mondo finiva con le Colonne d’Ercole. Con la scoperta del Nuovo Continente, due mondi totalmente distanti si sono scontrati: prima con l’imposizione dei valori di uno sull’altro (colonialismo) e poi, con il passare del tempo, con l’imposizione di quegli stessi valori, rafforzati, al contrario (mondialismo). Il risultato è stato la distruzione di una civiltà (quella autoctona americana) e, con la sottomissione di un continente all’altro, la distruzione di una cultura già deteriorata nel corso del tempo (quella europea appunto). Oggi, l’Occidente post-moderno è, di fatto, la negazione dell’Europa. Di conseguenza, la cultura occidentale attuale, con la sua nuova scala di valori (tecnocratici, mondialisti e consumisti), sta negando secoli di storia europea. Una storia che ripercorriamo brevemente perché, come diceva Michelet: «Chi vorrà limitarsi al presente, all’attuale, l’attuale non lo comprenderà».

Quello di Europa è un concetto strettamente medievale. Nel mondo antico, il termine veniva utilizzato per definire unicamente una circoscrizione territoriale, peraltro nemmeno ben definita. Per prime, furono le culture barbariche cristianizzate a considerare l’Europa non solo un continente, ma un insieme di popoli che all’interno di esso condividevano qualche importante legame culturale ed ideale. Nel VII e VIII secolo gli europenses erano identificati con le popolazioni che vivevano sotto l’egemonia dei franchi. In questo senso, l’Europa non rappresentava l’intero continente, ma unicamente quella parte che sottostava all’autorità di Carlo Magno, tuttavia: «l’accentuazione di questa dimensione non cancellò la fondamentale consapevolezza che l’Europa era una totalità formata da parti distinte» (Paolo Delogu). Questa concezione organica derivava dall’interpretazione delle culture barbariche del mito biblico di Iafet, progenitore comune di tutti i popoli europei. Da un lato, egli rappresentava la coesione e le affinità tra i vari popoli; dall’altro, a seguito della ramificazione della discendenza, spiegava l’autonomia di ciascuno di loro. Proprio per questa ragione, originariamente, l’idea di Europa non assunse quella portata integralista, che le fu invece trapiantata nei secoli centrali della media aetas, da concetti totalizzanti, quali christianitas e ecclesia (romana). Soltanto a partire dal XIV secolo, con la crisi di istituzioni considerate prima universali, il termine ricominciò ad assumere il significato originario, non solamente da un punto di vista culturale, religioso e politico, ma anche economico; definendo gli europei, non nel senso ristretto del VII secolo, bensì come tutti i membri di una comunità, territorialmente comunque mai ben definita, al di sopra delle distinzioni nazionali.

Franco Cardini osserva che, di fatto, oggi l’Europa non esiste. È esistita in diverse maniere nel passato, ma le sue sono state tutte false partenze che non hanno portato alla costruzione di nulla, se non a quella di diverse istituzioni e di una moneta. Perciò, se veramente si vuole parlare di Europa, bisogna ritrovare le sue radici, non tanto nel passato, ma in particolare nel futuro. Un futuro capace, per usare le parole di Serge Latouche di “decolonizzare il nostro immaginario”, ovvero di non farci accettare la realtà così come essa ci appare, ma di pensare il possibile, il diverso. Questo significa concepire un’altra Europa, composta da popoli e non da banche, politicamente autonoma e culturalmente autentica, nel rispetto della diversità, sia al suo interno che al suo esterno. Un’Europa che si ricordi di essere il risultato della commistione di più radici e che non imponga la sua weltanschauung al resto del pianeta.

Ma, soprattutto, significa considerare l’idea di Europa come indipendente da quella di Occidente, americanizzato ed etnocentrista. Perché nel vedere marciare contro il terrorismo personaggi come Netanyahu e Stoltenberg, assistere all’iperconsumo di merci con su scritto jesuischarlie e fomentare odio per poter scatenare nuove guerre umanitarie, non possono non risuonare le parole di René Guénon: «Da diverse parti si parla molto, oggi, di “difesa dell’Occidente”; ma sfortunatamente si sembra non capire che è soprattutto contro se stesso che l’Occidente ha bisogno di essere difeso». L’Occidente, perciò, dovrebbe suicidarsi, affinché l’Europa viva.