L’analisi sul nostro modo di abitare il mondo, e quindi la storia, non è soltanto un compito relegato alla filosofia, non è solamente una presa di coscienza del fatto che il presente è téchne, ma è dare una possibilità alla passione. Passione è lo sguardo stupito di fronte alla realtà, è il non lasciarsi vincere dall’abitudine dello sguardo. Passione è la poesia che permette di dipingere in modo irreprensibile la società, mediante quell’elemento illogico dell’hic et nunc libero da qualsivoglia misura del tempo che proprio essa salvaguardia. E’ per questo che si può affermare che gli scritti di Pier Paolo Pasolini sono intrisi di pathos; egli, cantore e moralista dei tempi moderni, ha ritrovato nei versi poetici l’esperienza del sacro, poiché ha sempre ritenuto la poesia un impegno oltre che una alternativa al mondo borghese, quello anti-poetico per eccellenza, foraggiato dal boom economico che ha portato l’avvento della società dei consumi.

L’epoca vissuta da Pasolini è il passato prossimo del nostro presente. Egli si è fermamente opposto a quel pensiero liberale che vedeva, per mezzo della borghesia, una profonda opera di trasformazione, in negativo, della lingua. Perciò Pasolini dirà sì alla poesia e quindi sì alla passione, rendendosi dissidente nei confronti del mondo borghese che aveva modificato — e poi eroso — il rapporto tra la cultura, la lingua e l’identità nazionale. La sola passione, tuttavia, è fuggevole; è un canto destinato a spegnersi. E’ solo attraverso il tempo che essa acquisisce forza e diviene potenza in grado di trasformare il mondo, ormai costantemente in bilico sul nostro tempo storico ove nulla cresce più.

Passione che permette all’uomo di abitare poeticamente il mondo.

Poesia come strumento per rompere la forza ideologica dei codici.

Ma la Passione è anche la coscienza ferita di quei poeti e di quei letterati che sono consapevoli delle contraddizioni del proprio tempo e, con fatica, cercano di sopravvivervi. E per Pasolini, il ruolo dell’intellettuale esprime la consapevolezza della verità nella menzogna del tempo storico. In una pagina di Empirismo eretico, raccolta di saggi pubblicata nel 1972, con un fare decisamente polemico e provocatorio sceglie di mostrare al lettore la personale visione del rapporto tra il ruolo dell’intellettuale, la lingua e la realtà. Si evince l’anacronismo di ogni tentativo di rappresentazione del mondo, poiché rispetto alla realtà, l’artista è sempre fuori sincrono. Visivamente questo concetto lo ha inserito nel film La Ricotta (1963), richiamando, proprio nella regia di alcune scene, Tempi Moderni di Charlie Chaplin, nel quale sfoggia l’inespressività della tecnica in totale asincronia con il ritmo della catena di montaggio.

Passione e poesia, perciò, come eresie ancora necessarie in grado di aprire uno spazio di sopravvivenza — e forse anche di salvezza — alla nostra condizione di perdita di senso, esasperata dall’industrializzazione e dal consumismo capitalista. Il passato, salvifico nella visione della civiltà contadina e dei suoi valori, è di necessaria riabilitazione e Pasolini vede nella contestazione lo strumento più valido per resistere alla trasformazione della lingua italiana in quella vana e piatta della tecnica, che regala una nuova e dissacrante identità alla nazione, ormai in declino. 

Così accade che il nostro tempo cancelli disumanamente la bellezza e la cultura in favore di una apocalisse senza il sacro, in una vera e propria fine dei tempi, per non dire in una età oscura — riprendendo uno dei testi sacri più antichi della tradizione induista — che riporta la profezia del Kali yuga, punto eticamente più basso del ciclo evolutivo di questa civiltà. Una fine dei tempi, tornando alla metafora cristiana, di un pessimismo senza redenzione che Pasolini ha profeticamente annunciato in un articolo pubblicato sul Corriere della Sera titolato La scomparsa delle lucciole (1975), affinché prendessimo coscienza dell’irrimediabilità del nostro mondo e della fine del ruolo storico, illusorio probabilmente, del poeta e dell’intellettuale, divenute figure anacronistiche a rischio di estinzione proprio come le lucciole. All’intellettuale non rimane che il compito di registrare il genocidio culturale, la trasformazione antropologica prossima alla disgregazione e la devastazione dei prodotti dalla dittatura tecnocratica. Le lucciole, per Pasolini, sono il riflesso dell’umanità che con il suo solo esserci costituisce una resistenza al potere. Le lucciole, perciò, come doppia metafora: pur emanando una fioca luce esse sono comunque visibili nell’oscurità, non sono morte del tutto; nondimeno, sono metafora dei valori «nazionalizzati e quindi falsificati dal vecchio universo agricolo e paleocapitalistico, quali la chiesa, la patria, la famiglia, l’obbedienza, l’ordine, il risparmio, la moralità» che di colpo «non contano più». Eppure, il nostro orizzonte storico non si interrompe in modo ineluttabile — sebbene esso sia schiavo di un potere che, nella sua vacuità, è divenuto illimitato, tiranno, assoluto — poiché le luci intermittenti delle lucciole sono, nonostante ancora troppo deboli, promesse di un domani. Perciò il poeta, oggi, è ancora in grado di sottrarsi al calcolo e allo scambio; l’intellettuale può ancora dar voce e giustizia a coloro che soffrono e che muoiono lungo la loro via crucis, può ancora resistere, attraverso un gesto politico, alla trasformazione del presente.

«Il rifiuto è sempre stato un gesto essenziale. I santi, gli eremiti, ma anche gli intellettuali, i pochi che hanno fatto la storia sono quelli che hanno detto di no, mica i cortigiani e gli assistenti dei cardinali. Il rifiuto per funzionare deve essere grande, non piccolo, totale». Occorre pertanto prendere le distanze dalla ragione ragionevole che scende a patti con sé stessa, mentre è invece condizione necessaria e sufficiente la follia della ragione, giacché per  obiettare circa le sorti del presente occorre essere folli, altrimenti non ci sarebbe poesia e neppure storia.

Dire di no è l’unica via etica percorribile per Pasolini, e forse anche per noi, poiché senza quel dissenso non vi sarebbe storia.

Dire di no per infrangere l’equilibrio storico delineatosi attraverso la ragione calcolante.

Dire di no per poterci disporre altrimenti rispetto al nostro presente.