di Federico Leonardi

Epifanio:“È  stata un’illusione quella che ci ha guidato attraverso il mondo – ma è stata quell’illusione che, del mondo, ci ha fatto conoscere la realtà.  Eppure, come tutte le Comete, anche la Cometa che ho seguito io è stata una stronzata. Ma senza quella stronzata, Terra, non ti avrei conosciuto”.
Nunzio: “Nun esiste la fine. Aspettamo. Qualcosa succederà”.

L’utopia, la tensione verso un mondo migliore sono una grande illusione che l’uomo deve attraversare per giungere a comprendere la realtà per quello che è, godendone la bellezza, senza più giudicarla secondo criteri di bene o male. I sogni della gioventù sono una fase transitoria per giungere al realismo della maturità. Sono queste le ultime parole del film Pasolini di Abel Ferrara, uscito ieri nelle sale italiane, e la riflessione che se ne può trarre. Ferrara ha girato un film d’autore su Pasolini, incomprensibile ai più, ma dal quale si può fare una riflessione sulla grandezza nascosta e oggi misconosciuta del pensiero italiano.

Due elementi rendono unico il film di Ferrara. Innanzitutto, la scelta da italo-americano di scriverlo, interpretarlo e girarlo con italiani: eccettuati il regista e il protagonista, Willem Defoe, tutto il gruppo di lavoro è italiano, come se il regista avesse voluto re-immergersi nelle sue radici. Soprattutto, per la prima volta abbiamo visto al cinema due grandi scene delle opere ultime di Pasolini, Petrolio e Porno-Theo-Kolossal, che nell’intento del suo autore dovevano essere rispettivamente il suo romanzo più importante, summa di tutto il suo percorso intellettuale, e il suo ultimo film. Pasolini aveva dichiarato, infatti, che non avrebbe girato più film, perché riteneva fallito il suo tentativo di risveglio delle coscienze, ma si sarebbe dedicato per un decennio alla scrittura di un’opera monumentale, un misto di romanzo-inchiesta sull’Italia di allora e romanzo di formazione. Tuttavia, il filo del petrolio doveva allargare l’inchiesta dall’Italia al mondo intero, fino alle radici dello squilibrio fra paesi del Terzo Mondo, produttori di petrolio, e paesi del Primo Mondo, utilizzatori del petrolio. Il film sceneggiato e mai girato (ne darà una sua versione l’amico di sempre, Sergio Citti, in Magi randagi) e il libro mai finito s’intrecciano con la vita degli ultimi giorni di Pasolini, per descriverne, tramite la fine, la poetica tragica. La maestria nell’aver girato ciò che Pasolini aveva scritto in quei giorni sottende uno studio filologicamente preciso ed è a partire da una falla in tanta documentazione che vorrei partire per mostrare la grandezza del pensiero italiano. Infatti, Pasolini non stava lavorando a un dittico, ma un trittico; oltre a Petrolio e Porno-Theo-Kolossal, aveva lasciato anche una riscrittura incompiuta dell’Inferno di Dante, uscita postuma come Divina Mimesis. Pasolini mirava a essere il Dante dei giorni nostri, pur consapevole dell’improbità dell’analogia, Petrolio doveva essere la nuova Divina Commedia. Infatti, soltanto l’inferno poteva essere analogo, tuttavia non nell’aldilà, ma in terra, mentre purgatorio e paradiso diventano le utopie terrene di redenzione, ovvero comunismo e capitalismo. Soprattutto, Pasolini cercava uno schema nel quale contenere tutti i fenomeni del mondo, un criterio per contenere tutti i fatti storici, e Dante gliene forniva uno. Da almeno un decennio lavorava per grandi scenari: aveva connesso in due trilogie la Vita e la Morte, aveva realizzato la prima, aveva dichiarato di volersi fermare a due nella seconda. Porno-Theo-Kolossal, infatti, doveva essere la continuazione di Salò o le 120 giornate di Sodoma. Il suo cruccio era di non aver sciolto la contraddizione fra la purezza della Vita primitiva e la corruzione della civiltà, votata alla morte. Gli sembrava che l’uomo fosse capace di purezza e  semplicità, che si esprimevano nella gioia per il godimento del creato: nella Trilogia della Vita tutto accade come fosse la prima volta, il sesso, il cibo e lo stare insieme non abbisognano di gerarchie, della cultura e della riflessione.

D’altra parte, sta il potere che è sempre fascista, cioè sempre violento e che sostituisce alla gioia lo sfruttamento di sé e degli altri. Infine c’è il desiderio di redenzione e purezza e Pasolini sentiva il peso di non averla ancora trovata, di essere anch’egli espressione di quella società fascista. Fascista non nel senso del fascismo storico, ma nel senso generale di potere sfruttatore. È nel confronto con Dante che si può cogliere la grandezza del pensiero italiano, cui Pasolini stava cercando di innalzarsi. Nella società mercificata l’inferno è in terra e il paradiso è cercato sulla terra, come progresso rispetto a una condizione infernale che si può abbandonare. Pasolini in quanto scrittore sentiva di aver raggiunto un limite e di non poter andare oltre, ma soltanto di poter raccogliere tutto quello che aveva già pensato in uno schema generale, come Dante. Di nuovo non ci sarebbe stato nulla. Pasolini aveva già deciso che l’ultima sceneggiatura sarebbe stato il suo ultimo film e che il romanzo rimasto in stato di abbozzo per il suo assassinio sarebbe stato il suo ultimo romanzo. Le tre parti dell’aldilà dantesco diventano Roma, città primitiva e omosessuale, dove il sesso è vissuto senza il dovere della procreazione, Milano, città evoluta, dove tutto è violenza e il sesso è soltanto procreazione e possesso, Numanzia, una città utopica, socialista ma governata da una polizia che stabilisce ogni spartizione. L’ultimo romanzo è la storia di un ragazzo che attraversa le dinamiche del potere e del sesso conservando la sua purezza, analogo al protagonista di Porcile. La sua purezza è la denuncia vivente della corruzione del mondo intorno. L’Italia di Mattei diventa il centro del tentativo di ridare giustizia al mondo ridando speranza ai paesi sottosviluppati ma detentori del petrolio, il suo fallimento la denuncia di una mafia fascista globale tesa a mantenere gli squilibri e a mercificare e corrompere tutto. La grandezza dell’Italia e della sua filosofia giace in due fattoria fra loro legati.

Da una parte nella tensione verso la vita originaria e pura, al di là del pensiero con la sua elaborazione. Infatti il pensiero tende a costruire delle catene di ragionamenti allontanando l’uomo dalle cose, tuttavia, pur essendo il pensiero necessario all’uomo e alla sua espressione, non si deve mai crede alle illusioni del pensiero, per esempio  che la realtà sia totalmente razionale. Tipico della filosofia italiana è smontare le illusioni, tipico della maturità e del coraggio dell’uomo che affronta la realtà e non si perde in costruzioni immaginarie, come nell’opera di Leopardi. Andare oltre il pensiero e vedere le cose come sono, esattamente come nel finale di Porno-Theo-Kolossal. Il secondo aspetto deriva dal primo. Se il pensiero è foriero di illusioni, il potere dell’uomo è figlio della stessa pretesa. Per questo la forza della filosofia italiana è snudare le pretese morali e progressiste del potere politico. Ogni statista vanta la pretesa di governare per il bene, cioè la morale, e per il progresso, cioè il miglioramento delle condizioni dell’uomo. Aver inchiodato ogni potere alla categoria di fascismo è stata una delle peculiarità di Pasolini. Il fascismo del ventennio è stato seguito dal potere peggiore dell’Italia  democristiana, legata alla lobby mondiale del petrolio, controllata da Inghilterra, USA, Russia e forse anche altri. Se la critica delle illusioni accosta Pasolini a Leopardi, la messa in luce della politica come puro potere avvicina Pasolini a Machiavelli.

In sostanza, la realtà va presa per quello che è, senza pretese di miglioramento assoluto, come nell’ideologia del progresso, senza credere alle lusinghe del potere, che è sempre votato all’interesse e allo sfruttamento. Quello che rimane è la fede che qualcosa avverrà, prima o poi. Intanto bisogna aprirsi uno spazio dove vivere senza che il potere e la merce vi entrino. La Divina Commedia dei giorni nostri è la denuncia del potere globale che strozza il mondo e la denuncia delle pretese di trasformare il mondo, che porta l’uomo a guardare sempre fuori di sé mai dentro di sé e attorno a sé, a pretendere di cambiare il lontano e mai vivere il vicino. Petrolio è un impresa che va continuata e scritta, non idolatrata. Il film di Ferrara ha il merito di aver cominciato. Le ultime battute del film indugiano sulla nudità eroica di uno dei Dioscuri, simbolo della nuda purezza che Pasolini cercò, presso il palazzo della Civiltà Italiana eretto dal Fascismo, che Pasolini sempre denunciò. Da questo binomio la grandezza del pensiero italiano ha ancora molto da dire al mondo che sta conoscendo i grandi limiti del progresso, della modernità, della pura razionalità. L’Italia sarà ancora grande non se imita la Germania o gli USA, ma ne snuda le pretese e va oltre la modernità.