I francesi approdano ancora in Africa. Dopo l’intervento in Mali, dopo quello in Gabon, dopo quello in Rwanda e quello- a più riprese -in Zaire (ora Repubblica Democratica del Congo), oggi è il turno della Repubblica Centrafricana. Si aggiunge così alla lista dei neocolonialisti francesi anche il socialistissimo Hollande, che pure tanto fiato aveva sprecato in campagna elettorale circa il cambiamento di rotta che avrebbe riguardato i rapporti della Francia col continente africano.

La Repubblica Centrafricana ha in realtà avuto finora ben poco di repubblicano, visto che dall’indipendenza del 1960 ad oggi è stata governata esclusivamente da dittatori; attualmente nel Paese c’è una situazione estremamente tesa dovuta al fatto che il presidente Bozizé nel marzo scorso è stato costretto alla fuga (in Ciad? In Congo? Non è ben chiaro) in seguito ad una violenta insurrezione guidata dai ribelli della Seleka. A Bozizé è poi succeduto, in qualche modo imposto dai ribelli, l’attuale presidente Michel Djotodia, che proprio pochi giorni fa ha dichiarato illegale la Seleka stessa.

 E nel frattempo la Francia ha pensato bene di inaugurare il Sommet de l’ Elysèe sur la paix et la sécurité en Afrique, il primo vertice Francia-Africa, organizzato con la dichiarata intenzione da parte della Francia di raddoppiare gli scambi commerciali col continente nero.

 Ma non finisce qui. Tre giorni fa sono stati infatti dispiegati sul territorio centrafricano 1600 soldati francesi per attenuare gli scontri che, sempre più frequenti e violenti, stanno assumendo anche un carattere religioso, con gli islamici (circa il 15% della popolazione) che sembrano aver intenzione di soppiantare la maggioranza (circa 50%) cattolica. Si contano già più di mille morti, mentre Emergency stima l’avvenuto arruolamento di almeno 6000 bambini-soldato, anche se in ogni caso è stato scongiurato quel pericolo di indifferenza occidentale che MSF  tanto ha temuto negli ultimi mesi. L’intervento militare francese, scaturito da una risoluzione ONU, è stato salutato in maniera ampiamente positiva dalla popolazione locale, palesemente provata dal violento conflitto interno.

Ma perché la Francia oggi- al contrario di quanto avvenuto in passato -interviene così rapidamente sia sul lato militare che su quello diplomatico? Che abbia forse imparato la lezione rwandese? Che abbia forse deciso davvero di impegnarsi  e di investire sul piano umanitario?

Non la pensano così numerosi osservatori internazionali e ONG quali Survie e Sortir du colinialisme, che invece indicano nelle enormi risorse del territorio il reale obiettivo della Francia. In effetti, dal dominio coloniale francese (1903-1960) ad oggi, chiunque abbia governato la Repubblica Centrafricana ha interpretato il proprio mandato come possibilità di arricchimento- personale e non- attraverso lo sfruttamento dei diamanti, di cui il Paese è tra i maggiori esportatori del mondo. Ci fu la Francia, che concesse lo sfruttamento del territorio alle sole aziende della madrepatria; ci fu il presidente Bokassa (1965-1979), che creò un monopolio dell’esportazione di diamanti a favore di un’azienda di cui egli stesso era il principale azionista; ci fu ancora Bozizé, che nel 2007 nominò il figlio Socrate a capo di una delle maggiori società minerarie centrafricane.

Sembra essere dunque concreto il rischio di un intento colonizzatore da parte di Parigi, tanto più se si dà una rapida occhiata ai nomi di chi si è prostrato in una trasferta all’Eliseo dall’elezione di Hollande ad oggi: Idriss Déby, presidente del Ciad dal 1990, Blaise Compaoré, al potere in Burkina Faso dal 1987 (dopo aver personalmente ucciso il proprio predecessore Thomas Sankara),  Oumar Guelleh, presidente ereditario di Gibuti,  e tanti altri dittatori che si sono instaurati nell’Africa francofona.

Insomma, quell’ Hollande socialista e anticolonialista che avevamo conosciuto in campagna elettorale non sembra poi né così socialista né così anticolonialista, ma piuttosto un artista circense in bilico tra propaganda politica ed interessi economici nazionali. E il filo che calpesta è l’ennesimo Paese sfruttato fino al midollo e lasciato in balia dei propri precari equilibri. Mentre il mondo nel frattempo tace.