Spesso e volentieri colui che, durante una conversazione sia orale che scritta, corregge errori grammaticali commessi dal suo interlocutore, è considerato spocchioso e antipatico. E in alcuni casi è anche vero. In un periodo come quello attuale però, in cui l’uso corretto della lingua italiana è diventato nel migliore dei casi opzionale, è comunque meglio passare per secchioni che per ignoranti.

Al netto del diffondersi di neologismi, abbreviazioni e termini più o meno tecnici legati a internet e ai social, spesso semplicemente brutti ma comunque non grammaticalmente errati, si assiste infatti ad una degenerazione culturale che si traduce in una raccapricciante accettazione di errori (ed orrori) che fanno sicuramente rivoltare nelle loro tombe i grandi nomi del nostro pantheon letterario e culturale. 

Senza contare che a volte a sbagliare sono coloro che con l’italiano ci lavorano (leggi giornalisti e scrittori). “Colpa del correttore automatico” è una delle scuse/spiegazioni più diffuse da chi tenta di giustificarsi quando viene colto in fallo. No. La colpa è dell’incapacità di usare un congiuntivo. O della scarsa conoscenza della grammatica di base. Ma tant’è.

In tutto questo, oltretutto, non aiuta il sentito dovere dei più di adeguarsi al “politicamente corretto”. Che, essendo un’ideologia che reca con sé dogmi e regole sempre più stringenti, obbliga ad un uso delle parole che, anche quando non va in conflitto con l’italiano, comunque vincola ad un linguaggio tutt’altro che libero. Un linguaggio che, in maniera del tutto irriverente, ci sentiamo di dire che a volte sconfina nel ridicolo e nell’inutile. Un esempio? I dettami di derivazione boldriniana, secondo i quali per rispetto all’identità di genere, ogni termine e/o qualifica professionale che riguardi le donne deve essere utilizzato al femminile. 

Come se l’essere chiamata “presidenta” o “presidente” per un’esponente del gentil sesso che arrivi a ricoprire tale incarico cambi qualcosa. Come se, ancora, fosse gravemente lesivo della dignità di una donna giunta ai vertici delle istituzioni usare il termine “ministro” invece di “ministra” (ma attenzione: il correttore automatico dei principali programmi di scrittura potrebbe cambiare tale parola in “minestra”. E allora sì sarebbero guai!). 

Linee guida redatte dal comune di Velletri per un uso non sessista della lingua nell’amministrazione pubblica

Ironia a parte, non prendiamoci in giro: sono ben altre le offese al genere femminile che, a prescindere dal politicamente corretto, andrebbero fatte oggetto di battaglie anche culturali e politiche! Tornando al discorso della distorsione del linguaggio, appare assai rilevante quello che Vittorio Messori ha scritto in un suo articolo: per dire qualcosa su questa deformazione aberrante che gli americani che ne sono i padri abbreviano in ‘pol.corr.’ – sottolinea il giornalista e scrittore – comincerei coll’osservare che ciò che la ispira è primariamente l’ipocrisia.

Quella stessa ipocrisia che nel “clericalmente corretto”, precisa ancora Messori, induce a sostituire il termine “peccato” con “fragilità”, con la conseguenza che anche chi ne combina di ogni colore non è più un peccatore ma un fragile che non va punito ma accompagnato. Un delinquente? Come vi permettete? E’ semmai un ferito dalla vita. La sua conclusione è che in questo modo si rischia di parlare senza chiarezza, con il pericolo di amputare o depotenziare il depositum fidei. Religione a parte, il discorso di Messori convince. Ed è applicabile anche all’eloquio laico.

L’uso di termini ritenuti non offensivi (da chi poi? Chi si assume il ruolo di stabilire cosa sia giusto dire e come?) si traduce infatti, anche nella cosiddetta società civile, in discorsi nella migliore delle ipotesi poco chiari, nella peggiore grondanti di (voluta) ipocrisia. Come quando, dopo gli attentati dell’Isis, era ritenuto scorrettissimo usare la parola “musulmani” per definire agli autori delle varie stragi. Certo, non tutti i musulmani erano terroristi. Ma – ed è un dato di fatto – tutti i terroristi erano musulmani. Da questo discorso sull’ignoranza e sul politicamente corretto possiamo trarre alcune brevi conclusioni. 

A proposito del “pol.corr” l’unica cosa da fare per restare liberi è continuare ad usare un linguaggio il più irriverente e dissidente possibile (nei limiti della correttezza linguistica e dell’educazione ovviamente), almeno finché la dittatura del “Non si dice” lo consentirà.

Quanto invece all’ignoranza, basterebbe usare i libri non solo per riempire gli scaffali o, assai meno rispettosamente, per metterli sotto alla gamba ballerina di un tavolo. Su questa stessa linea, c’è chi addirittura propone di reintrodurre lo studio del latino alle scuole medie in quanto potrebbe rinforzare le basi grammaticali e sintattiche che sono alla base del nostro linguaggio, così come lo studio della cultura classica potrebbe rinforzare la nostra capacità di pensare e argomentare si legge in un interessante articolo. Che prosegue, per chiarire il concetto, citando Antonio Gramsci, il quale nei “Quaderni dal carcere” lascia un messaggio da leggere e rileggere, soprattutto tenendo conto del fatto che qualcuno vorrebbe addirittura eliminare dai programmi scolastici le materie classiche come storia e arte. 

Il celebre intellettuale, quanto al latino, scrive che lo si studia “per abituare i ragazzi a studiare, ad analizzare un corpo storico”. E ancora: “Si può sostituire il latino, ma occorrerà saper disporre didatticamente la nuova materia o la nuova serie di materie in modo da ottenere risultati equivalenti di educazione generale dell’uomo, partendo dal ragazzetto fino all’età della scelta professionale”.

E anche oltre, ci sentiamo di aggiungere. Anche perché se lo Stivale – è notizia di questi giorni – è al primo posto del Cultural Influence Ranking 2019 (l’indice che misura il peso dei vari Paesi in termini di influenza culturale), sarebbe bello – scrive l’editore Daniele Dell’Orco – che gli italiani riuscissero ad essere all’altezza dell’Italia.

Dunque diamo a tutti un consiglio, anche correndo il rischio di apparire antipatici: se volete distinguervi studiate. In caso contrario, continuerete a sguazzare nella dilagante e (beata?) ignoranza di massa. E, come recita una battuta ironica (ma realistica) diffusa in rete su uno dei più diffusi errori di grammatica commessi dagli italiani, fate quello che vi dice l’Accademia della Crusca:

continuate a scrivere qual è con l’apostrofo e andate a quel paese.