In una conferenza dei primissimi anni Cinquanta intitolata Il linguaggio, Martin Heidegger cita alcuni versi di Georg Trakl da una poesia intitolata Una sera d’inverno. La poesia, semplice nella sua superficie, non è che un quadro, una fotografia in tre momenti, una cornice invernale che ritrae quasi impressionisticamente, con un gioco di sguardi esterni e interni, prima un villaggio coperto dalla neve in cui suona una campana serale, poi una casa, tutta in ordine, sulla cui tavola spicca la presenza genuina, in pura luce, di pane e vino. In mezzo queste parole del poeta:

Alcuni nel loro errare

Giungono alla porta per oscuri sentieri.

[…] Silenzioso entra il viandante;

il dolore ha pietrificato la soglia.

Martin Heidegger

La soglia di una casa è uno dei luoghi – se mai luogo si può definire – più densi di attrattiva per il poeta. È un luogo impossibile, invece, per il filosofo. La trasgressione – superare una soglia – è per Kafka un gesto irrealizzabile: se dovessimo fare i conti con tutto ciò che la soglia comporta, tutte le trasformazioni che devono avvenire per permetterci di oltrepassare la soglia, resteremmo immobili.

D’altra parte la soglia di Trakl è pietrificata, proprio nel senso che il viandante, desideroso di entrare dentro casa passando dall’oscurità dei sentieri al lume del desco, se ne sta fermo, in quel limite tra l’interno e l’esterno, in quel frammezzo, in quello spezzamento, in quella “differenza” – dice Heidegger – che il poeta richiama con la figura, tutta naturale, del dolore. Tuttavia è proprio superando quel limite che il viandante entrerebbe in un altro statuto, oltremodo complesso, oltremodo pesante, che è quello dell’ospite.

Georg Trakl

Ultimamente parliamo spesso di ospitalità, opponendo anche con una certa leggerezza concetti su cui ci si interroga, forse, parzialmente. La critica ad esempio a certe politiche del limes, laddove il limes romano, il “confine”, significava proprio la barriera che intendeva impedire l’accesso allo straniero o al nemico (l’ospite che nessuno farebbe mai entrare in casa propria), la politica, direbbero Deleuze e Guattari, della territorializzazione completa. Qui è il mio luogo, lì è il tuo: questo stabilisce questo confine, segno una linea che tu non puoi passare. È il contrario del limen inteso proprio come soglia che permette la trasgressione di cui abbiamo già parlato, il limite rivolto da una parte verso il pane e il vino della domus e, dall’altra, all’esterno oscuro e freddo.

Se c’è una barriera non posso oltrepassarla e quindi non posso nemmeno attuare quella trasformazione che mi permette il passaggio da una condizione all’altra (pensiamo solo alle recenti questioni italiane in tema d’immigrazione: che statuto ha chi passa la soglia di quelli che sono i nostri confini? che statuto ha quella stessa soglia?). L’uno (il limes) fisso come la pietra, l’altro (il limen) che accompagna un movimento. Non è un caso che siano in gioco termini doppi, che rinviano a semantiche completamente diverse: sono in gioco passaggi di luogo, passaggi di stato, è in gioco, appunto, una dif-ferenza. Due mondi. Non ci stanchiamo mai di ricordare quei pochi versi di Pierre-Albert Birot citati da Bachelard nel suo meraviglioso La poetica dello spazio, dove il filosofo della rêverie si interroga profondamente su questi temi:

Chi verrà a bussare alla porta di casa?

Una porta aperta, entriamo (on entre)

Una porta chiusa, un antro (un antre)

Il mondo batte dall’altro lato della mia porta.

Un tema come quello della soglia e della possibilità di trasgredire questa soglia per divenire, magari, ospite, coincide tout court con l’intera storia della letteratura. Lo sa bene Alain Montandon col suo Elogio dell’ospitalità, dove traccia questa strada iniziando nientedimeno che da Omero e finendo con Kafka.

L’Odissea è anzi, dice Montandon, “il libro fondatore” della storia dell’ospitalità. In moltissime occasioni l’astuto eroe omerico, nel suo viaggio, si trova a dover varcare la ‘dolorosa’ soglia che separa chi è straniero da chi non lo è. Di isola in isola, di luogo in luogo, ovunque prove di ospitalità. Un’ospitalità delle origini, diremmo, archetipica, rituale, tradizionale, a partire dalla quale poter delineare certe caratteristiche, certe categorizzazioni che permettono di giudicare e confrontare ogni gesto d’ospitalità a venire nella storia. E, al contempo, già i rischi e gli sconvolgimenti a cui quel gesto può portare. Da una parte l’ospitalità completa, equilibrata, ‘giusta’ dei Feaci, in quella felice ed aurea Scheria che è già una linea di confine, tra l’umano e il divino.

Ulisse, nudo, malridotto, moribondo, “orrido di salsedine”, scoperto dalla bella principessa Nausicaa e guidato dalla dèa Atena, che lo avvolge in una fitta nebbia per guidarlo al palazzo del re, straniero ambiguo, mal visto a corte per le attenzioni rivoltegli da Nausicaa, arriva al palazzo di Alcinoo indirettamente. Viene addirittura preso in giro da Eurialo e Alcinoo non fa niente per difenderlo pubblicamente, quando poi invece il re gli fa doni oltremisura… Paura per lo straniero, cercare di scongiurare con gesti spesso confusi la presenza di un possibile pericolo? Di contro, nonostante queste enigmaticità, un’ospitalità ricca e armoniosa, diametralmente opposta a quella barbara, macabra e orrenda di Polifemo, che ribalta completamente le regole del buon ricevere lo straniero. Invece di invitarlo a cena, permettergli di rifocillarsi e riposarsi per poi chiedergli chi sia e da dove venga, sbrana i compagni e butta giù la carne cruda con il latte delle sue capre. Saprà il falso nome di Ulisse, Nessuno, solo alla fine, quando questi con l’inganno lo accecherà.

Ulysses and Nausicaa, di Jean Veber

E ancora Circe, nell’isola di Ogigia, che offre un’ospitalità generosissima, comprensiva anche del suo letto di amante, lui, uomo che brama il ritorno dall’amata moglie Penelope. Ma a differenza di Calipso (“io lo salvai”, “io lo raccolsi, lo nutrii”), la bellissima ninfa che abita nel perfetto locus amœnus, ricco di cedri, di tuie, di cipressi profumati e trascorre il suo tempo cantando e tessendo, ella non lo vuole lasciar partire. Anche quella di Calipso è una ‘ospitalità troppa’, che rischia di confondersi con clausura, ma con Circe ciò assume delle vesti perturbanti. La maga brama Ulisse, trasforma i compagni in porci, desidera che l’eroe rimanga da lei per sempre, lo droga per fargli dimenticare la sua missione, lo corrompe con ogni tipo di piacere. Più che ospitalità, sequestro. Infine l’ospitalità paterna e affettuosa, con vari gradi differenze, di Nestore e Menelao che accolgono il giovane Telemaco, figlio di Ulisse andato in ricerca di notizie del padre, opposta a quella costretta e oppressiva dei Proci, che occupano la casa di Itaca venendo meno a ogni regola della xenia classica.

L’Odissea insomma è un libro d’ospitalità, una trattazione, se vogliamo, del bon ton classico, rituale, segnato da passi e regole precisi – il ricevimento, il vestirsi, il godere del banchetto in silenzio per poi presentarsi, la bevanda postprandiale, i festeggiamenti, i doni, il riposo, il cane alla porta, l’attesa sulla soglia, l’alcova, le benedizioni e le suppliche… – e dai loro rovesciamenti. Come sempre i Greci riescono a mostrare l’equilibrio in ogni gesto manifestandone anche, nel bene o nel male, le ambiguità.

Circe Offering the Cup to Ulysses, di J. W. Waterhouse

Ebbene possiamo dire, sempre con Heidegger, che se l’opera d’arte (in questo caso letteraria) è davvero, tra le altre cose, uno specchio storico di un’epoca, ogni modo di intendere l’ospitalità dagli autori analizzati da Montandon riflette anche le contesture, i noccioli e gli elementi più equivoci di quelle epoche.

Non è un caso che quello che è forse il secolo più perturbante e oscuro della storia occidentale, il Novecento, sia segnato da una profonda riflessione su questi temi. È il secolo degli affondi nelle profondità della coscienza (da Freud a Lacan), delle lotte al soggetto e alla soggettivazione (si pensi solo alla filosofia francese), delle scissioni dell’individuo e di quelle dei nuclei atomici di Fat Man e Little Boy. E, naturalmente, della riflessione sull’Altro e sull’ospite. Ma qui non parliamo né di Lévinas né di Derrida, bensì di Franz Kafka, l’autore che forse ha più riflettuto sui disagi del secolo breve.

Franz Kafka

L’ospitalità che crea disordine e disagio, l’ospite-intruso, l’ospite mal visto, l’ospite alienato e angosciato, l’ospite che non trova il proprio posto laddove varca la soglia, ospite in un luogo alieno, in cui non si muove liberamente, dolorosamente immobilizzato proprio come lo straniero di Trakl. Le ossessioni dello spazio famigliare (“abitare coi genitori è pessima cosa”) a cui da una parte conduce la metamorfosi di Gregor Samsa, prigioniero in un corpo-altro in casa propria, il cui autore, come ricordano Deleuze e Guattari in Per una letteratura minore, è ospite di una lingua non sua (ceco che scrive in tedesco). Un’attenta analisi fenomenologica dei luoghi de La metamorfosi ci direbbe davvero moltissimo su cosa significhi abitare ed essere ospite, più di quanto non farebbe lo stesso Bachelard, che di fatto nelle sue analisi di soffitte, cantine, angoli e soggiorni si affida quasi esclusivamente agli scrittori. La stanza-rifugio in cui si ode la madre “trascinare le ciabatte”, il salotto pieno di baccano famigliare, la vicina camera dei genitori, le finestre – “apertura assurda sull’esterno, un esterno chiuso, bloccato, che poco a poco si cancella” – e così via.

Eppure, nonostante venga subito alla mente l’albergo di America, il vero libro rivelatore (e forse il più bel romanzo kafkiano) è proprio Il castello. Il tema della soglia è presente fin dalla prima pagina, perché il romanzo esordisce proprio con l’arrivo dello straniero K. in un villaggio e, successivamente, in una locanda. I limiti sono già segnati: uno spazio alle spalle oscuro, il castello – fin da subito meta evidentemente irraggiungibile – e quello strano frammezzo rappresentato dal villaggio stesso con la sua inospitale comunità.

Lei non è del Castello, lei non è del paese, lei non è nulla.

Il castello è il romanzo delle difficoltà dell’ospite, dell’alterità, dello straniero, è il romanzo della stanchezza e del logoramento, è il romanzo dell’ambiguità per eccellenza. È il romanzo sul luogo, insomma. K. è un agrimensore, di mestiere fa il territorio, segna limiti, misura metodicamente confini, marca. Viene assunto dal Castello per svolgere il suo mestiere al villaggio, ma in realtà un cavillo burocratico complicatissimo (spiegato nel meraviglioso capitolo in cui K. si reca dal sindaco del villaggio) rende laggiù la sua presenza completamente insignificante (simbolo che di fatto il villaggio non si vuole fare territorializzare, ma vuole vivere della sua assenza di confine, di lira, letteralmente vuole de-lirare). K. è un nulla che viene dal nulla e finisce nel nulla. Non può andare via e non può avanzare, eppure le sue giornate sono costellate da cammini senza fine, che si accumulano esponenzialmente, in un contesto in cui la maggior parte dei personaggi è segnata da una stanchezza disumana (gli aiutanti di K. da una parte, il messaggero Barnabas…). Stanchezza, come quella di Ulisse giunto sulla spiaggia di Nausicaa, ma che non viene più annullata, che anzi aumenta illimitatamente.

Nessun Alcinoo riceve K. Anzi, il volto del conte del castello (Westwest, l’occidente degli occidenti), nominato una sola volta in tutto il romanzo, è completamente ignoto, così come semi-ignoto è quello dell’irraggiungibile Klamm, funzionario minore del castello che l’agrimensore cerca d’inseguire. K. dorme per terra nella locanda, viene circondato da sguardi torvi e, soprattutto, indifferenti (primo fra tutto quello del locandiere). Invece di dormire in un comodo letto in compagnia di una ninfa, dorme per terra e nemmeno riesce a riposarsi, e quando s’accompagnerà a una donna, questa non è più né giovane né bella, ma segnata già da segni di freddezza e vecchiaia. Il passo di K. affonda nella neve e ogni volta che questi viene ricevuto da qualcuno o ottiene notizie inquietanti o viene marcata la sua natura di straniero assoluto, di zecca, di parassita. Suggestivo che Kafka nemmeno concluda il romanzo, che esso rimanga segnato da una cesura ineliminabile che cela un finale nefasto che mai viene detto (seguendo almeno appunti privati dello stesso Kafka). O, altrimenti, la possibilità di vedere il grande atrio del castello, di cui a malapena K. scorgeva una finestra.

L’epoca della povertà in cui vivremmo, direbbe Hölderlin, è anche l’epoca in cui ci si sente stranieri dappertutto, l’epoca in cui gli dèi sono stanchi o assenti, in cui l’equilibrio ha il volto della dissimmetria, in cui la regola nemmeno è trasgredita, ma si fa mostruosa. Ragionare su tutto ciò che comporta quella ‘dolorosa’ soglia è anche ragionare su tutto questo. Ma, seguendo ancora Heidegger, ogni pericolo salva, in quanto contiene, in potenza, anche le possibilità del suo ribaltamento. Chi più rischia, proprio come K. e come Ulisse, è anche colui che si salva. Ma, dice Heidegger, per comprendere questo bisogna anzitutto – e solo, anzi – ascoltare i poeti.