L’acqua scarseggia in gran parte del mondo. Fortunatamente non scarseggiano le soluzioni possibili. Vanno tenuti particolarmente in considerazione gli strumenti che garantiscono all’acqua dolce lo status che le appartiene, ovvero quello di risorsa rinnovabile ma scarsa ed eterogeneamente dislocata. Assai preziosa è la teoria elaborata da Mike Young, un economista che occupa il ruolo di ricercatore capo alla Water Economics and Management School of Earth and Environmental Sciences dell’Università di Adelaide.  Il piano di Young prevede una serie di livelli a prezzo crescente e garanzia di disponibilità decrescente. Al livello più basso troviamo l’acqua di manutenzione, ovvero la quantità di liquido riservata all’ambiente per sostenere la funzionalità del sistema. In tutto il mondo ci sono fiumi così sfruttati che spesso non riescono neppure ad arrivare alla foce (come il Rio Grande o il Colorado); un buon piano salvaguarda innanzitutto la risorsa rinnovabile che vuole distribuire. Lo strato successivo è riservato ai bisogni umani fondamentali, tutto ciò che serve per mantenere in vita persone e attività fondamentali, come quelle per la produzione di cibo.

Complessivamente i primi due strati assorbono circa il 20% dell’acqua del sistema ma la percentuale varia a seconda dell’ambiente in cui ci si trova e dal grado di modernizzazione delle strutture. Una discussione collettiva per la definizione delle attività che possono essere definite come necessarie e delle soglie ragionevoli di consumo individuale è senza dubbio auspicabile. Il terzo livello è definito da Young come quello della “condivisione” e riguarda l’acqua che fa funzionare la nostra economia una volta esclusi i bisogni fondamentali. Il campo spazia dalle piscine alle fabbriche fino agli hotel di lusso. L’acqua condivisa si distingue in due fasce: di alta (o massima sicurezza) e di bassa (o ordinaria) sicurezza. Chi vuole acqua di alta sicurezza la ottiene per primo e paga un extra a fronte di tale garanzia; gli altri pagano meno ma la ottengono per secondi e solo se c’è ancora disponibilità. Sempre secondo Young l’acqua di alta sicurezza dovrebbe rappresentare il 30% della quota complessiva. Prendiamo un esempio: se un corso d’acqua ha un flusso annuale di 10.000 litri, 2.000 litri saranno riservati ad ambiente e a bisogni umani fondamentali, 3.000 per l’acqua ad alta sicurezza e 5.000 per gli utenti dell’acqua a bassa sicurezza. In un ipotetico periodo di siccità in cui il flusso del fiume viene dimezzato, ovvero con una disponibilità effettiva di soli 5.000 litri, gli utenti dell’acqua a bassa sicurezza non prendono nulla. Prima la prendono tutti quelli che si sono assicurati il diritto all’acqua di alta sicurezza. Ma persino questi ultimi corrono dei rischi: se il flusso diminuisce ulteriormente, riceveranno soltanto ciò che rimane in proporzione una volta che l’ambiente e i bisogni umani fondamentali hanno preso la loro parte. Il sistema in questione, pur se caratterizzato da una struttura solida, è molto flessibile e in grado di adattarsi alle condizioni socio-ambientali del contesto in cui viene adottato nonché in grado di modificarsi in caso di ulteriori cambiamenti.

Ancora più interessante sarebbe estendere l’elaborazione di Young a tutte le risorse naturali rinnovabili o, in un’ottica ancora più ambiziosa, al soddisfacimento dei bisogni umani primari.  Per l’economia mainstream vale il principio della trickle-down economics: bisogna consentire ai più capaci di guadagnare molto, i successi e i profitti del singolo si distribuiscono a cascata su coloro che si trovano ai livelli inferiori; migliorare le condizioni di chi si trova in cima equivale a migliorare le condizioni di tutti. Nella vita quotidiana invece si ha modo di sperimentare l’effetto perverso innescato dall’accumulo di ingenti profitti da parte di singoli individui, l’”effetto San Matteo”: scoperto da Robert Merton, il principio sottolinea che in una situazione in cui devono essere distribuite delle nuove risorse, se ne riceve una quota proporzionale a quanto si possiede già. Chi conserva nel forziere un ingente patrimonio lo utilizzerà come calamita per attrarre nuovi beni, sottraendo opportunità e risorse ai meno abbienti. Non sarebbe meglio individuare un pacchetto di esigenze e bisogni umani fondamentali che vanno soddisfatti in maniera completa, senza il ricorso alla competizione posizionale? Si garantisce una equa distribuzione di beni primari che consentono una vita dignitosa per tutti gli appartenenti ad una data società; quello che avanza, una volta soddisfatte le esigenze minime di ognuno, può essere abbandonato al mercato, consentendo a chi vuole di accaparrarsene una quantità superiore. I beni superflui possono fare ingresso diretto nell’agone del libero scambio, poiché se ne riconosce la non indispensabilità. Certo, sarebbe necessario sgonfiare l’ego di molti ricconi che poggiano le basi della propria identità sul possesso indiscriminato e sullo status posizionale. Ma questa è un’altra storia, una storia che è meglio lasciar gestire alla psicoterapia.