di Fabrizio Maggi

Una storica sentenza del Tar del 24 Aprile di quest’anno ha posto una pietra tombale sul futuro degli organismi geneticamente modificati in Italia, impedendo la semina del mais transgenico Mon18. Il tribunale amministrativo ha respinto il ricorso presentato da un agricoltore friulano contro il decreto interministeriale che prevedeva già l’impossibilità di coltivazioni OGM: l’Unione Europea non ha ancora presentato una legislazione univoca sull’argomento e l’Italia, in ossequio al sacrosanto principio di precauzione, ha deciso di vietare l’utilizzo di sementi modificate in attesa di norme comunitarie cogenti e dei risultati delle ricerche scientifiche sui potenziali danni.
Tutto questo terrore per i semi geneticamente modificati è giustificato? O si tratta solo della atavica paura delle “novità” che ci caratterizza come specie?
In fin dei conti l’Antropocene (ovvero l’era geologica in cui viviamo, caratterizzata dalla sostituzione dell’uomo agli agenti naturali) presenta come tratto distintivo l’alterazione degli elementi del pianeta per migliorare le nostre condizioni di vita. Applicare il medesimo principio alle colture è una prevedibile prosecuzione del cammino. Non è forse vero che durante l’Età della pietra i nostri antenati hanno operato una attenta selezione sulle piante e gli animali in modo che, nel corso dei secoli successivi, presentassero dei tratti desiderati? Hanno posto le basi per lo sviluppo della rivoluzione agricola.
Eppure, ad una analisi meno superficiale, risulta piuttosto evidente la differenza tra la coltura selettiva e l’ingegneria genetica: stravolgere il codice genetico di un organismo forzandone i tratti, provoca una cascata di mutazioni susseguenti, alcune delle quali sinceramente imprevedibili. La genetica deve sempre fare i conti con l’imprevisto.

Partiamo dal principio. Le piante geneticamente modificate sinora rilasciate appartengono a tre differenti generazioni: nella prima sono stati introdotti geni che permettessero alle piante di produrre da sé un insetticida e che generassero resistenza agli erbicidi più comuni; la seconda generazione ha visto la modifica di geni che migliorassero il valore nutrizionale delle piante (ad esempio il valore proteico del mais usato per l’alimentazione animale); la terza generazione presenta geni che programmano la produzione di sostanze che hanno un valore commerciale se utilizzate in altri processi (la produzione di bioplastiche o di materie da usare nell’industria farmaceutica).
La più grande compagnia del settore è l’americana Monsanto, non a caso produttrice dell’erbicida Roundup, erbicida che i semi venduti dall’azienda sono in grado di tollerare in quanto modificati. Il Roundup è a base di glifosato, una sostanza che, citando wikipedia,  è “un diserbante sistemico di post-emergenza non selettivo (fitotossico per tutte le piante)”. Insomma distrugge tutte le piante che incontra. Le sementi vendute dalla Monsanto hanno un’altra inquietante particolarità: sono sterili. Gli agricoltori, al termine di ogni stagione, sono costretti a comprarne di nuovi poiché i prodotti agricoli generano semi “inattivi”, che non crescono. Per gli amanti degli intrecci internazionali, si ricorda di sfuggita che il terzo azionista della Monsanto è il fondo speculativo Blackrock, che a sua volta possiede quote rilevanti dell’agenzia di rating Moody’s.

La prima cosa a saltare all’occhio è che nessuna delle caratteristiche introdotte nelle piante riguarda l’aumento della produttività o la resistenza a condizioni atmosferiche estreme. Le modificazioni concernono esclusivamente il miglioramento dell’appetibilità commerciale dei prodotti agricoli o l’accaparramento di posizioni di monopolio. Vengono spesso sbandierati imminenti incrementi della produttività nei periodi aridi o resistenza alla siccità: al momento nessuna traccia. Basti pensare che il primo prodotto agricolo geneticamente modificato immesso in commercio fu un pomodoro noto come “FLAVR SAVR”, alterato perché si mantenesse compatto per più tempo dopo la maturazione; l’esperimento fallì miseramente a causa dei costi elevati e del pessimo sapore che non incontrò i gusti dei consumatori.
In secondo luogo, le modificazioni hanno effetti sull’intero ecosistema agricolo, aumentando la resistenza di parassiti e infestanti. Il meccanismo è simile a quello registrato nei batteri che si trovano nell’intestino degli animali da allevamento: il bombardamento di antibiotici a cui vengono sottoposti ne moltiplica le possibilità di sopravvivenza con la comparsa di nuovi ceppi immuni. Allo stesso modo, l’abuso di sostanze insetticide e diserbanti genera insetti più aggressivi e piante infestanti più coriacee. Per non parlare degli spopolamenti improvvisi delle colonie di api dovuti ad un gruppo di nuovi pesticidi noti come “neonicotinoidi”, le cui tossine penetrano nelle piante di mais contaminando lo sciroppo di mais che gli apicoltori somministrano negli alveari.

Per ultimo, ma non meno importante, la dilagante dipendenza da monocolture (prevalentemente mais, soia, cotone e grano) dovute ai semi OGM depaupera il naturale potenziale di biodiversità. Piante geneticamente identiche sono molto più vulnerabili ai parassiti e alle malattie.
Il 90% degli agricoltori che coltivano piante OGM sono piccoli contadini delle nazioni in via di sviluppo e negli USA il 70%  degli alimenti lavorati contengono almeno una parte di prodotti agricoli geneticamente modificati. Numeri tanto impressionanti quanto preoccupanti.
Meglio tornare alla cara, vecchia selettocoltura e alla rotazione delle colture, che al resto pensi Madre Natura: ne sa sicuramente più di noi.

 

 

Sitografia

http://californiaagriculture.ucanr.edu/landingpage.cfm?article=ca.v054n04p6&fulltext=yes

http://www.cbsnews.com/news/ap-monsanto-strong-arms-seed-industry/

http://www.wired.com/2012/08/drought-resistant-corn/

http://papers.ssrn.com/sol3/papers.cfm?abstract_id=1116188

http://dels.nas.edu/resources/static-assets/materials-based-on-reports/reports-in-brief/genetically_engineered_crops_report_brief_final.pdf

http://www.ansa.it/web/notizie/canali/energiaeambiente/rifiuti/2014/04/24/stop-a-semine-ogm-tar-lazio-boccia-ricorso_867f8e2b-5eea-4868-bbf1-ee4dde95ec52.html

http://it.wikipedia.org/wiki/Glyphosate

http://znetitaly.altervista.org/art/10341

http://www.disinformazione.it/agenzie_rating.htm

http://www.newyorker.com/online/blogs/comment/2012/04/new-studies-colony-collapse-disorder.html

http://www.centerforfoodsafety.org/#