Ci sono, nella vicenda di Noa Pothoven, molteplici livelli di complessità. Il primo, quello più superficiale, riguarda il pressappochismo con cui i media italiani ed esteri hanno riportato la notizia. Le dinamiche del caso, che tornerebbero buone come esempio accademico di filologia delle fake news, sono esposte nel dettaglio da Massimiliano Sfregola sul «Fatto Quotidiano», ma possiamo riassumerle brevemente. Il quotidiano olandese «Rotterdam AD» riprende, lo scorso 2 giugno, l’intervista che Pothoven aveva rilasciato, il primo dicembre del 2018, alla testata locale «De Gelderlander». Nell’articolo si specifica che la richiesta d’eutanasia avanzata dalla ragazza era stata negata, quantomeno in prima battuta, da una clinica de l’Aja. Dopo due giorni il «Daily Mail», la cui attendibilità non è propriamente specchiata, internazionalizza la notizia traducendola in inglese, offuscandone i dettagli così da equiparare il rifiuto dell’alimentazione e delle cure all’eutanasia attiva. Pare che la stampa italiana abbia, in buona sostanza, utilizzato il tabloid britannico come fonte, scegliendo la titolazione più roboante possibile senza curarsi di scavare a fondo. La nebbia, però, non si dirada del tutto: ANSA riporta che il ministero della sanità olandese avrebbe avviato un’ispezione sul caso.

Noa Pothoven

Una storia di cattivo giornalismo ironica e tragica in egual misura, per come abbia perpetuato, in morte di Noa Pothoven, quello stesso fraintendimento, quell’incapacità di ascolto che aveva segnato la sua vita. Our story is lost in silence. Go by, mad world, diremmo con Edgar Lee Masters. Ugualmente, nella ridda polemica, la figura di Noa sembra scomparire. Capita sovente, nei dibattiti in materia bioetica – aborto, eutanasia – che entrambe le parti rivendichino la centralità della persona, e che entrambe le parti finiscano per cadere nella trappola di un universalismo legalistico. Non dobbiamo permetterlo, dobbiamo parlare di Noa. Di come, dietro di lei, compaia un fantasma benevolo, quello di Simone Weil. Perché ci sono, fra loro, simboli condivisi. C’è, ovviamente, l’incertezza riguardo alle cause della morte: i giornali dell’epoca parlavano di una professoressa francese lasciatasi morire di fame, e ad oggi non è chiaro quanta parte abbia avuto, nella morte di Simone Weil, la tubercolosi, e quanta invece le privazioni autoinflitte in nome di una compassione spinta fino al martirio. Il medico legale non solo attestava, nel referto del 1943, il suicidio, ma lo attribuiva a turbe psichiche, lo stesso argomento che è stato sollevato contro la lucidità della decisione di Noa Pothoven.

Da qui, un ulteriore livello di complessità: fino a che punto dobbiamo “prendere sul serio” una ragazza di diciassette anni, affetta da depressione, che decide di morire? Molto, stando alla morfologia corrente della vicenda. In Olanda l’eutanasia per i pazienti affetti da disturbi mentali è legale, ma costituisce una percentuale minoritaria sul totale dei casi – sulla solidità medica delle procedure ha sollevato dubbi lo studio in merito del dottor Scott Kim. Allo stesso modo, è possibile farne richiesta fra i 16 e i 18 anni senza autorizzazione da parte dei genitori. Esiste, quindi, un contesto giuridico all’interno del quale Pothoven avrebbe potuto ottenere l’eutanasia. Il fatto che le sia stata rifiutata, e che lei abbia comunque scelto la morte, sancisce la forza della sua convinzione e deve, necessariamente, spostare il baricentro del dibattito. Due direttrici polemiche si ravvisano di solito, e anche in questo caso: una proviene dal mondo cristiano, e l’altra si articola in una critica sociale della modernità. Entrambe tendono, però, alla contraddizione interna. La malattia mentale può essere interpretata secondo un paradigma riduzionista: cioè, come semplice squilibrio neurofisiologico e comportamentale rispetto a un quadro di normalità statistica. In questo caso, sarebbe lecito dire che al malato non può essere riconosciuta nessuna autentica facoltà decisionale, tanto meno riguardo al fine vita. Nel momento in cui si adotta questo paradigma, però, a scomparire è proprio la persona: se il malato mentale è una macchina neuronale rotta allora il sano è solo una macchina funzionante, e quale dignità rimane da difendere fra gli ingranaggi di La Mettrie?

Simone Weil

Un’altra lettura, umanistica, possiamo trarla da Michel Foucault. Il filosofo sviluppa in due opere, «Storia della follia nell’età classica» e «Nascita della clinica», un’archeologia della malattia mentale, considerata non come fatto patologico in sé, ma come esito di un processo di marginalizzazione e disciplina che, a partire dal diciassettesimo secolo, si manifesta prima nell’internamento coatto del malato psichico, poi nella sua esposizione allo sguardo medico oggettivante. Da questo punto di vista, quindi, è necessario riconoscere che l’essere umano non si riduce al corpo come sostrato biologico della malattia, e che Noa avrebbe potuto scegliere, nel senso più radicale del verbo, di morire. L’ultimo messaggio lasciato su Instagram, respiro ma non sono più viva, si oppone icasticamente a qualsiasi pretesa riduzionista: un’etica che, come quella cattolica, consideri non negoziabile la persona non può negare alla persona-Noa questo inespugnabile spazio di libertà.

L’altro legame fra Noa e Simone sta nella dimensione sociostorica della loro sofferenza. Con le parole di Ofelia: T’ have seen what I have seen, see what I see, la condizione insopportabile di chi ha visto troppo. Nel caso della mistica francese, la sofferenza collettiva della seconda guerra mondiale; per la ragazza olandese, non solo l’esperienza reiterata dello stupro, ma una società che, nel suo complesso, appare estranea, sordamente minacciosa alla luce di un’esperienza del genere. Pothoven parla di paura e vergogna nel denunciare, di un corpo perennemente sentito come sporco: nel digiuno c’è anche una ricerca di purificazione, ritorna l’immagine delle sante anoressiche e dell’endura, il suicidio rituale dei catari. Nell’intervista del 2018 a «De Gelderlander» la madre di Noa si chiede: come è possibile che voglia morire? Qui è lecito innestare una critica sociale, ma va fatto con rispetto della complessità, senza irrompere a passo di carica dove anche gli angeli esitano. Partendo dalla sinistra più autentica – cioè, non quella vaporosamente progressista – sarebbe semplice accusare, come fa il professor Andrea Zhok dell’Università di Milano, l’intersezione fra il liberalismo parossistico, privo di senso del limite, e il liberismo che mira a sopprimere i deboli in nome di una razionalizzazione efficientista dell’umano. Una riflessione che ha i suoi meriti, ma sembra descrivere un capitalismo soffuso di quell’etica finalistica del lavoro produttivo che gli attribuiva Max Weber. Il neoliberismo contemporaneo, invece, non è una teleologia ma un processo permanente, nei termini di Deleuze e Guattari: una tregenda di macchine desideranti che spersonalizzano i corpi, li rendono senza organi. In termini pratici, le multinazionali della medicina avrebbero lucrato sulla sopravvivenza di Noa Pothoven depressa cronica esattamente quanto lo stato liberista ha risparmiato con la sua morte.

Michel Foucault

Sarebbe meglio, invece, interrogarsi sul fondo oscuro di una nazione considerata stereotipicamente fra le più avanzate del mondo. Un recente report della polizia olandese traccia direzioni opposte per il crimine in generale e i reati sessuali: mentre il primo diminuisce nel corso del 2018, i secondi aumentano della stessa percentuale. Con atteggiamento panglossiano, si potrebbe attribuire l’anomalia a un incremento delle denunce, ma le parole di Noa sembrano testimoniare altro: una cappa di incomunicabilità, isole di sofferenza personale al largo di una società apparentemente inclusiva. Dovremmo chiederci quanto, di quello che chiamiamo progresso, sia in realtà rimozione dell’individuo, riduzione della persona a problema – economico, medico, sociologico – al quale applicare soluzioni da manuale. E, del resto, nemmeno le voci critiche o conservatrici sembrano potersi sottrarre a questa gabbia del pensiero: il dibattito sull’eutanasia non si emancipa mai da quell’azzeramento della morte rilevato da Jean Baudrillard, e testimoniato dall’eufemismo delle due etichette, pro-life e pro-choice. Due declinazioni di positivismo: una la fede nell’onnipotenza della terapia, l’altra il sogno di un Brave New World che definisca giuridicamente una ortoprassi della mortalità.

Ancora Simone Weil parla, invece, dell’unicità irriducibile della sofferenza, che è anche quella di Noa Pothoven:

Nel migliore dei casi, chi è segnato dal marchio della sventura riuscirà a salvaguardare solo metà della propria anima. Chi è stato raggiunto da uno di quei colpi che lasciano l’essere umano a terra, a contorcersi come un verme mezzo schiacciato, non è in grado di trovare le parole per esprimere quanto gli succede. Le persone che lo incontrano, pur avendo molto sofferto, e non hanno mai toccato con mano la vera sventura non possono comprendere ciò a cui si trovano di fronte. Essa è qualcosa di particolare, che non si può rapportare a null’altro, come in nessun modo si può dare a un sordomuto l’idea dei suoni. (Simone Weil, L’amore di Dio e la sventura)

Una simbologia condivisa, dicevamo. Certo pre-politica, e anche precedente al linguaggio, la sventura e l’innocenza che si riconoscono a vicenda. Forse possiamo immaginarle entrambe, Noa e Simone, allontanarsi, come nella scena finale del «Settimo sigillo», verso un altro mondo ignoto, mentre la pioggia lava quieta i loro volti e terge le loro guance dal sale delle lacrime.