La mela non cade mai lontana dall’albero. Per comprendere il quadro clinico dei figli di questa Italia disorientata risulta opportuno interrogarsi sullo stato di salute della madre degli italiani. Mamma Rai è sempre della politica, ostaggio di una classe dirigente mai sazia di occupare poltrone, di orientare il consenso e di gestire la sfera pubblica nella convinzione di poter penetrare nel privato. Questa mamma è lo specchio di un Paese claudicante che ostenta autorità senza possedere autorevolezza. In fin dei conti la mamma degli imbecilli è sempre incinta

Eppure in un tempo non troppo lontano, Mamma Rai seppe mostrare la propria capacità di accompagnare la crescita del Paese Italia con dolcezza, sussurrando le note del Musichiere di Mario Riva e illuminando il palcoscenico con la voce di Mina e la comicità di Walter Chiari nel programma Canzonissima, diretto da Antonello Falqui, durante gli anni della ricostruzione post-bellica degli anni ’50 e nel boom economico degli anni Sessanta.

Una Mamma Rai che regalava il proprio buongiorno al giovane pubblico direttamente «qui da Nuova York», parafrasando le introduzioni del celebre corrispondente  dagli Stati Uniti, Ruggero Orlando. Una madre televisiva in grado di coccolare gli spettatori analfabeti nel corso delle accomodanti lezioni di Non è mai troppo tardi, condotte dal Maestro Manzi, e di dar loro una rassicurante buonanotte al termine dei titoli di coda del Carosello. Una Mamma Rai onnipresente, forse un po’ bacchettona e democristiana, ma capace di tracciare un orizzonte collettivo, una nuova frontiera.

La televisione pubblica che osserviamo oggi invece risulta invecchiata, somigliante maggiormente a una nonna alle prese con continue lottizzazioni e lotte in seno ad un Consiglio di Amministrazione nascituro e già rissoso. La Mamma Rai di un tempo si è riscoperta austera, sovrana e padrona. Un ente alla ricerca di una sovranità ormai priva di popolo e di pubblico. Come sottolineato dal celebre storico e critico televisivo, Aldo Grasso: 

L’istituzione tv non influenza più nessuno. Il mondo è iper-connesso e internet, nell’ambito della propaganda, è molto più efficace di altri media. La rete ha fatto saltare la tradizionale gerarchia delle notizie con il risultato che un’inchiesta durata mesi vale quando un sentito dire su Facebook. 

Per decenni invece la Rai ha scandito il dibattito pubblico e politico. Con l’affermazione del duopolio Mediaset-Rai, sancito dalla legge Mammì, cavalli di razza del servizio pubblico di Viale Mazzini optarono per l’emittente del Cavaliere di Arcore: Pippo Baudo, Mike Bongiorno, Corrado Mantoni, Raimondo Vianello e Maurizio Costanzo. Negli anni ’90 e nei primi anni Duemila del berlusconismo rampante, la Rai si tramutò in una matrigna, sperperando un patrimonio culturale e diseredando i figlioli prodighi Enzo Biagi, Michele Santoro e il comico satirico Daniele Luttazzi attraverso l’editto bulgaro. 

Nell’era del renzismo e della rottamazione, le scorie berlusconiane sono state smaltite ma la Rai di Monica Maggioni, Antonio Campo Dall’Orto e Carlo Verdelli – attuale direttore di Repubblica – ha introdotto una innovazione priva di autonomia e ben presto sconfessata dagli stessi artefici politici.

Le premesse folgoranti della Rai del cambiamento giallo-verde si sono interrotte. La Rai è un vascello in cerca di un approdo per un palinsesto davvero convincente e che naviga a vista, privo di identità, a causa del prematuro e sconsiderato abbandono del proprio Capitano in un pomeriggio di mezza estate. La nuova Rai del presidente Marcello Foa e dell’amministratore delegato Fabrizio Salini si è ritrovata orfana.

Il sogno di una Mamma Rai libera dai partiti e degna di definirsi «servizio pubblico» risiedeva nel progetto editoriale di Carlo Freccero. Ex consigliere di amministrazione Rai in quota Movimento 5 Stelle, Freccero viene nominato direttore di Rai 2, nonostante la diffidenza leghista, nell’autunno del 2018. «Saremo in pochi, ma saremo i migliori». Con queste parole, il neo-direttore di Rai 2 Carlo Freccero introduce il film capolavoro novecentesco Ultimo Tango a Parigi di Bernardo Bertolucci, finalmente restaurato, proposto in prima serata e privo di censure. Il sovranismo televisivo, teorizzato da Freccero, prevedeva una riscossa del nazional-popolare attraverso la riscoperta della libertà di pensiero del genio italico, scandalistico e privo di sensazionalismi. Una prospettiva di certo non ascrivibile alla Destra suprematista.

Carlo Freccero ha avuto il merito di abbattere il bipolarismo dell’informazione affidando la direzione del Tg2 a Gennaro Sangiuliano, voce giornalistica ascrivibile al mondo conservatore. Il Tg2 del tandem Freccero-Sangiuliano si è rivelato un telegiornale innovatore e contestatore, ribattezzato dagli osservatori con il nome di TeleVisegrad, in onore del Tg3 di Sandro Curzi dei primi anni Novanta, passato alla storia come TeleKabul: il primo a sdoganare una certa destra e a dare voce alla Lega nei Tg Rai.

Eppure la seconda rete di Freccero e il telegiornale di Sangiuliano non hanno intercettato quel calderone culturale alla base del successo della terza rete di Angelo Guglielmi e Sandro Curzi. Il direttore Freccero non disponeva certo di un proprio Renzo Arbore o di un nuovo Corrado Augias. Ideare inoltre un contenitore politico anti-establishment senza possedere un anchorman aperto alle voci della protesta e alle spinte innovatrici di internet, ricalcando il megafono di Gianfranco Funari, non ha prodotto risultati in termini di ascolti.

Mentre la quarta rete di Mediaset e La7 di Urbano Cairo hanno riscoperto una propria identità populista attraverso le voci ‘fuori dal coro’ e contestatrici di Mario Giordano, Paolo Del Debbio e Massimo Giletti, Rai 2 invece si è impantanata sul format e sulla collocazione oraria dei talk Povera Patria e Popolo Sovrano.  In ambito reality, Freccero ha più volte rilanciato l’ipotesi della riproposizione della Talpa, interessante esperimento sociologico di un programma andato in onda nel corso degli anni Duemila. L’unico reality, targato Rai, in grado di contrastare gli ascolti del Grande Fratello.

Intanto la Lega e Matteo Salvini posizionavano i propri tasselli nei palinsesti Rai della prima rete, agevolando il presenzialismo televisivo e le ospitate dell’ex Ministro degli Interni. Piazzato fra mille polemiche alla conduzione di Unomattina, il giornalista Roberto Poletti, ex direttore di Radio Padania e biografo del segretario leghista, sta inabissando lo share del contenitore mattutino più seguito.  

Mamma Rai ‘sovranista’ ha deciso invece di non avvalersi della presenza di Maria Giovanna Maglie. Inizialmente indicata a condurre un monologo di pochi minuti nella fascia serale al termine del Tg1, una collocazione cara al compianto Enzo Biagi, la Maglie ha subìto gli effetti nefasti della guerra fredda tra Lega e M5S. Ex socialista e successivamente coinvolta in una indagine di ‘spese pazze’ in Viale Mazzini ai tempi della corrispondenza dagli Stati Uniti, Maria Giovanna Maglie è stata una delle prime giornaliste a intuire l’avanzata dei populismi e l’elezione di Trump, contro ogni pronostico. Una voce scomoda in una Rai pur sempre maggioritaria e mainstream.  

La Rai ‘salviniana’ ha preferito circondarsi di soubrette, riesumando in stile anni ’90 Lorella Cuccarini. La nota conduttrice è divenuta in breve tempo il megafono in lustrini e paillettes della causa nazionalista, a suon di continui endorsement in favore di Matteo Salvini. L’approdo della neo-sovranista a La Vita in diretta e la chiusura anticipata del suo programma estivo Grand Tour Italia hanno sancito il trionfo trash di Barbara D’Urso su Canale 5.    

Ormai lontana dal cuore di Matteo Salvini e dagli ascolti della passata stagione, Elisa Isoardi con la sua Prova del Cuoco. I fornelli e le casalinghe italiche forse rimpiangono l’animo ruspante di Antonella Clerici e persino il calore nazional-popolare di Iva Zanicchi, con il suo celebre programma Ok, il prezzo è giusto! in onda sui canali Mediaset nel corso degli anni ’90. 

Coloro che inneggiano alla sovranità del popolo, per adesso, hanno perso solo pubblico e ascolti.

In una Rai in cui il dibattito politico-informativo viene fagocitato internamente dal presenzialismo istituzionale e conservatore di Bruno Vespa con Porta a Porta – la ‘Terza Camera dello Stato’ – e dalle tele-risse dei canali Mediaset, Viale Mazzini dovrà riscoprire il fascino della sfida culturale del servizio pubblico e l’importanza di un giornalismo militante ma non cortigiano. Mamma Rai dovrà puntare sulla qualità divulgativa di Alberto Angela e sulle trasposizioni cinematografiche di grandi romanzi o opere storiche (I Medici, L’Amica Geniale), cercando di dar voce a quel pubblico figlio che desidera tornare all’ovile.