V’è da chiedersi se oggi l’Enrico Corradini avrebbe in cuor suo sentimenti di benevolenza nei confronti del nazionalismo post-moderno italiano. Il fondatore della dottrina – non del partito –nazionalista, avrebbe forse ceduto alle pressioni della destra italiana per una battaglia sulla evangelica e prolissa politicizzazione della suddetta? Già con l’avanzata fascista, la dottrina nazionalista veniva liquefatta insieme ai sentimenti risorgimentali dei miti ricostruiti, come scriverebbe il Vico, e con gli strascichi dei residui paretiani che si sono annidati nella borghesia ottocentesca di mezz’Europa, per non andarsene più. Vien da chiedersi, come ha scritto Bobbio in riferimento però al socialismo, “quale nazionalismo” scegliere? In riferimento al Corradini sarebbe più giusto parlare di nazionalitarismi, che, nelle forme più svariate, hanno prodotto le ben note ispirazioni risorgimentali postesi come le basi dello Stato di diritto, dello Stato moderno, dello Stato civico alla Occidentale.

Il critico più sensibile a questo processo di “snazionalizzazione” moderna fu Weber, già nelle sue Considerazioni intermedie sul destino dell’Occidente. Pur valorizzando preminentemente la determinazione socio-economica di appartenenza identitaria a ceti e strati sociali nello sviluppo delle comunità etniche, Max Weber indica in uno “specifico sentimento di solidarietà” di un certo gruppo di uomini nei confronti di altri gruppi, il fattore di definizione del concetto di “nazione”, il cui utilizzo risulta però spesso ambiguo e carico di elementi emozionali. La domanda è sempre la stessa: strumentalizzare la passione del mito della Nazione (il Volk) non ha forse svuotato paradossalmente di valore il pensiero nazionalista? Di quel vago cantore giovanile che furono i moti mazziniani – quel proto-nazionalismo arcaico che fu anche un proto-socialismo – fino al Cavour – che di nazione italiana si interessò sol quando colse l’occasione di far forte il suo Piemonte ma, de facto, mai ebbe cura di visitare il Meridione – e al corto-circuito socialista, tra interventisti e neutralisti, che porterà all’ascesa del padre padrone del nazionalismo novecentesco: Benito M, figliastro del Vate, l’esempio più riuscito di un nazionalismo culturale elitario, nato e morto in Fiume.

Entrando nello specifico della diatriba, e uscendo dalla porta della matassa storiografica, si avverte lo scontro tra “perennialisti” (coloro che considerano il fattore etno-nazionale dei popoli come strutturale: classica definizione per cui le nazioni sono “antiche come la storia”) e i “modernisti” (coloro che legano l’emergere del nazionalismo e delle nazioni all’affermazione dello Stato moderno e al più ampio contesto del mondo occidentale) che negli ultimi anni si sono affermati attraverso l’approccio culturale del filone di studio etno-simbolista. Tra questi A.D. Smith fu un precursore e, recentemente, ha parafrasato ulteriormente la distinzione tra il nazionalismo, che risulta fenomeno moderno basato su un chiaro sentimento di solidarietà, e tra la nazione, intesa come sviluppo di un gruppo etnico, che ha origini pre-moderne nella prospettiva storica di “lunga durata”. Si può dire che in Europa il nazionalismo abbia inizio, come tendenza ad un ulteriore potenziamento della nazione, con la gara di acquisizione d’un impero coloniale apertasi in Europa dopo il Congresso di Berlino (1878). Le dottrine e i movimenti politici vennero, naturalmente, in seguito: e furono più vivaci dove più profondo e più pericoloso fu l’indirizzo democratico dello stato. L’Inghilterra di Disraeli e della regina Vittoria, come la Germania di Bismarck e, poi, di Guglielmo II, non si può dire che avessero bisogno d’un movimento politico ad hoc per realizzare una vigorosa politica nazionale. Il nazionalismo francese, con basi completamente diverse da quello anglo-tedesco, trovò un suo precursore nella dottrina del lorenese Maurice Barrès che esaltava la terra e la patria nel il culto della tradizione. Ma sul piano prettamente sociologico, la storia della Francia ha posto le basi a un sentimento nazionalista fortemente condiviso sia da destra che da sinistra. Ma l’Italia si sa, è stata unita sulle divisioni, pertanto i sentimenti regionalisti e localistici hanno alla fine prevalso. La riforma costituzionale del 2001, che ha dato ulteriore fette di baronato alle Regioni, è stata sicuramente la chiave di volta di questo lungo processo decostruttivo.

E la destra come si è posta in questo passaggio martoriato? La destra italiana non è stata lungimirante nella sua interpretazione di quella che è, lo ricordiamo, una dottrina, non una prassi (che terminerebbe sicuramente nel neo-fascismo)! Negli anni l’amor di patria ha lasciato spazio ai processi si burocratizzazione favoriti da un susseguirsi di governi centristi che definire sentimentalmente asettici è eufemistico! La paura, anzi il terrore nero, di un ritorno al fascismo, è servito a lor signori per instillare nel populino dosi massicce di internazionalismo ed europeismo scevro. Tra questi si collocano, nella dottrina già accennata, i “costruzionisti”, ossia i post-modernisti e post- marxisti, che considerano le nazioni come “comunità immaginate” e le tradizioni popolari un’invenzione delle élite nazionali. Il federalismo, in questi anni, è stata la libra di carne in più, sulla bilancia che ha permesso alla Lega padana di soddisfare l’ego territorialista del nord, a danno dell’indifferenza del sud, il quale si è accontentato degli effetti del liberalismo democristiano, alias clientelismo pomposo. Le sacche di destra sono resistite solo al centro sud: Lazio, Campania, Calabria, parte della Sicilia (Catania), parte della Puglia e dell’Abruzzo. Per la verità la destra nazionale si è impelagata in una lenta opera di riciclaggio del liet motiv nazionalitario, causando non pochi problemi di stagnazione e interpretazioni post. La spaccatura si è incastrata nel recente dibattito tra cittadinanza etnica o cittadinanza civile, con la spiccata propensione verso quest’ultima da parte dell’Europa del Nord. Il feticcio nazionalista italiano, compresso ambo i lati, dal nuovo-vecchio regionalismo (sarebbe meglio dire localismo) e dalla paura pavloviana del fantasma fascista, non ha trovato dunque degli sbocchi se non in quel pallido europeismo nord-atlantico. Le conseguenze sono che oggi si ha timidezza nel porre al centro del dibattito i temi dell’immigrazione e dello ius soli. Non solo. La destra si è schiacciata su sé stessa, su quel peso sempre meno sostenibile di un nazionalismo scomodo, orfano di padre dopo il fascismo e mai riconosciuto dall’intellighenzia italiana troppo filo-europeista – con tutti i dubbi del caso – mentre la Lega si apre a un restyling unitarista, più simile all’operazione opportunistica di Camillo Benso che non al sospiro dannunziano romantico. Di questo pesante fardello tolkeniano, la destra italica ne ha fatto il suo motivo fondante ma anche il suo freno più grande, in termini di consenso, che fa apparire quel 25% della Le Pen come la spada di Damocle di un impossibile compromesso politico…