Le baraccopoli di Soweto a Nairobi sono piccole, coprono una superficie di appena 2,5 chilometri quadrati, ma in esse risiedono tra le 100.000 e le 200.000 persone, rendendo la zona quattro volte più densa di New York. L’area è nata grazie al risveglio dei programmi di delocalizzazione degli anni 80’ e 90’. Ad ogni residente è stato donato un piccolo appezzamento per un insediamento abitativo ma la città non ha collegato le “case” al servizio idrico, condannando gli abitanti alla sfida di riempire di acqua le taniche gialle, presenti ovunque a Nairobi, ogni giorno. Nessuno degli occidentali si pone il problema di considerare che una doccia di cinque minuti consuma 57 litri di acqua – più del doppio della quantità che l’Organizzazione Mondiale della Sanità ha indicato come soglia minima per il soddisfacimento dei bisogni igienici e alimentari. Ma a Soweto, e in tutti i paesi in via di sviluppo, nessuna goccia è data per scontata. Donne e bambini attendono in lunghe file davanti ai chioschi in cui si distribuisce acqua pubblica, chioschi che sulla carta dovrebbero essere gestiti da impiegati del servizio idrico mentre di fatto sono presidiati dai tipi meno raccomandabili della baraccopoli.

I cartelli della criminalità si impossessano delle strutture oppure forano le tubature in punti strategici, bloccando l’afflusso d’acqua e costringendo i residenti a pagare prezzi esorbitanti per averla. E poiché il servizio idrico non riceve pagamenti per questa acqua, nessuno si prende la briga di rispondere alle lamentele degli abitanti sulle scorrettezze in atto. La mancata erogazione può proseguire per settimane: chi non ha i soldi per pagare si avvia verso il fiume Ngong, in cui galleggiano spazzatura e rifiuti organici di natura umana. Stando ai dati del “United Nations Environment Programme”, è il fiume più inquinato del Kenya; l’area industriale di Nairobi si è sviluppata lungo il corso del fiume e le industrie scaricano costantemente al suo interno metalli e prodotti petrolchimici. Il corpo idrico costituisce di fatto il canale di scarico di Soweto. Nelle baraccopoli non ci sono condutture fognarie; i bagni esterni hanno dei bacini metallici che vengono svuotati nel fiume quando sono pieni. I poveri sono costretti a bere quel liquido melmoso per sopravvivere. Le malattie causate da acqua contaminata come il colera, l’epatite A e il tifo, si stanno facendo strada nei quartieri poveri di Nairobi (e in luoghi simili in tutto il mondo), specialmente tra i bambini piccoli. L’Organizzazione Mondiale della Sanità dichiara che ogni anno muoiono 3,4 milioni di persone per malattie legate all’assunzione di acqua contaminata, rendendola la prima causa di mortalità per malattia al mondo.

Nel 2010 il governo del Kenya ha ratificato una nuova costituzione che ha reso l’accesso all’acqua un diritto universale. Le tre compagnie del servizio idrico sono obbligate a prendere provvedimenti che assicurino a tutti i cittadini, compresi quelli delle zone povere, l’accesso all’acqua pulita. Il progetto Soweto, sviluppato grazie all’iniziativa del comparto africano della Banca Mondiale, mira a sovvertire la situazione, consentendo agli abitanti delle baraccopoli di provvedere alle proprie esigenze idriche senza ricorrere alle condutture sequestrate dalla criminalità. Il costo del programma però è stato completamente scaricato sulle spalle dei residenti. Alla mancanza delle cassette delle lettere ha sopperito l’ingegnosità del libero mercato: in ogni appartamento è stato installato un rubinetto con un metro posizionato al di sopra; la lettura dei consumi può essere effettuata in ogni momento e inviata ad un numero che ritrasmette il conto da pagare. I conti vengono saldati grazie a M-Pesa, un servizio di trasferimento di denaro basato sulla telefonia mobile. In sostanza, l’autorità idrica ha preso in prestito una grossa somma per finanziare la modernizzazione dell’infrastruttura e si sta rifacendo direttamente sui beneficiari.

La Banca Mondiale è stata spesso criticata negli ultimi anni per aver favorito l’indebitamento dei paesi in via di sviluppo. Come spiega Meera Karunananthan, responsabile internazionale della campagna sull’acqua dell’associazione no profit Council of Canadians, “la Banca Mondiale continua a spingere per la privatizzazione nonostante l’evidenza ci mostri che la privatizzazione ha fatto fallire intere comunità in tutto il mondo.” Mentre Peter Gleick, presidente del Pacific Institute, sottolinea a proposito della situazione a Soweto: “Tutti vogliono che la gente paghi per l’acqua, questo è il modo in cui il sistema diventa finanziariamente stabile. Ma dobbiamo anche riconoscere la gravità della povertà e non possiamo negare l’accesso all’acqua. È un diritto umano.”Un diritto può essere considerato tale solo se esiste un ente che ne garantisca il riconoscimento e l’attuazione. Quell’ente non può essere il mercato. L’unico interesse dei fautori del libero scambio è commercializzare i diritti, trasformandoli in una gallina dalle uova d’oro. A garantire i diritti, specie per le fasce più svantaggiate, deve essere lo Stato. Restiamo in fervente attesa del ritorno del primato della politica.