Con i suoi 174 metri d’altezza la torre della Liquichimica Biosintesi di Saline Joniche (comune di Montebello, provincia di Reggio Calabria) sembra incarnare in una sola colata di cemento tutte le contraddizioni e le problematiche di cui è stata, e continua a essere, protagonista la Calabria. La sensazione che sopravviene nel costeggiare l’ex struttura industriale fa precipitare il visitatore in uno scenario apocalittico, un immaginario che riesce da solo a esplicare l’assenza dello Stato nel meridione italiano. La storia dell’enorme polo industriale diviene così espediente perfetto per comprendere il legame che intercorre tra le istituzioni, la ‘ndrangheta e il sud Italia; per citare Pino Aprile: “La Liquichimica è la metafora di come lo Stato opera al Sud“.

La torre della Liquichimica Biosintesi Saline Joniche

Il sito industriale è figlio di un compromesso tra le forze politiche regionali e quelle statali: in seguito alla cd Rivolta dei Boia chi Molla di Reggio Calabria del 1970, capeggiata dal missino Ciccio Franco esponente del sindacato CISNAL, in seguito allo trasferimento del capoluogo da Reggio Calabria a Catanzaro, il governo italiano, allora condotto dalla DC, si vide costretto a programmare un piano di investimenti , il cosiddetto “pacchetto Colombo”, per il mezzogiorno italiano che avrebbe agito come agente di pacificazione. Il progetto Colombo aveva lo scopo di modernizzare, in senso industriale, la Calabria e la Sicilia creando rispettivamente 14.860 e 24.640 posti di lavoro. Cominciò così una delle pagine più nere dello spreco italiano. Il comitato interministeriale per la programmazione economica deliberò un programma di investimenti da realizzarsi nel sud Italia. 300 miliardi di lire vennero indirizzati verso il settore chimico, 130 dei quali per la costruzione della Liquichimica di Saline Joniche. La costruzione del mostro industriale sconvolse l’armonia del territorio, inghiottendo in una morsa di cemento l’ex salina della costa ionica, la vasta distesa di alberi di bergamotto e la variegata vegetazione calabra.

Il territorio individuato per l‘insediamento del nuovo impianto industriale sorgeva su quelle che erano le terre di proprietà della famiglia Piromallo. Il sito individuato per la costruzione dell’impianto però era viziato da un particolare di non poca importanza: era franoso, non adatto alla costruzione di un tale impianto. Ad asserirlo era il Genio Civile di Reggio Calabria. Sfortunatamente però il fascicolo contenente perizie del territorio sparì. Oltre al fascicolo a venir meno in quei giorni fu anche lo stesso Genio Civile che morì in un, quanto meno ambiguo, incidente stradale. La strada per la costruzione del mostro chimico era spianata. Nel 1974 l’industria aprì i cancelli. L’impianto avrebbe dovuto produrre mangimi, derivati dalla lavorazione del petrolio attraverso la produzione di bioproteine ottenute dalle colture di microorganismi. La speranza per 750 lavoratori di accedere a una valorizzazione sociale attraverso il lavoro venne meno in due giorni. L’industria chiuse i battenti 48 ore dopo la sua inaugurazione: il Ministero della Sanità certificò che i mangimi, “bistecche al petrolio” di normalparaffina, erano cancerogeni. I lavoratori finirono in cassa integrazione senza riuscirne mai a venire fuori. Nel 1977 l’industria chiuse definitivamente, lasciando al degrado del tempo le vasche, i silos per l’acido citrico e le mense. L’unica struttura che continuò a funzionare fu rappresentata dal porto interno – in realtà anche il porto soffriva di gravi problemi di progettazione: essendo esposto alle correnti delle stretto, l’insabbiamento prodotto dall’accumularsi di sabbia nell’anfratto portuale rendeva inutilizzabile il la struttura per lunghi periodi – che divenne però attracco sicuro per le navi provenienti dal nord africa cariche d’eroina, funzionali al traffico delle varie ‘ndrine calabresi.

Il degrado della Liquichimica

Il paradosso della Liquichimica non sembrava però aver fine, l’ingente investimento dello Stato per la costruzione del mostro calabrese impose al bilancio interno di stanziare dei fondi per la costante manutenzione della struttura. Una maniera, dunque, per evitare di affrontare apertamente il fallimentare investimento, delegando ancora una volta la gestione di queste terre alle organizzazioni criminali del luogo. Nel 1999 la struttura venne acquistata dall’azienda Enichem, che poco tempo dopo la vendette a prezzo irrisorio alla SIPI (Saline Ioniche Progetto Integrato). Nel 2006 l’intera struttura venne rilevata dal gruppo immobiliare Saline SRL appartenente al gruppo svizzero Repower. Usando le parole di Giovanni Tizan:”L’ex Liquichimica arricchì solo i boss, durò due giorni e poi chiuse i cancelli“. L’azienda svizzera tentò di convertire lo scheletro del polo industriale in una fabbrica di carbone (valore totale del progetto oltre un miliardo di euro), affidando la gestione alla sua partecipata italiana Sei. Il progetto, sebbene ottenne la compatibilità ambientale e l’autorizzazione alla costruzione del Consiglio di Stato, precipitò nel 2016 in seguito alla disposizione legislativa svizzera che impediva alle società a partecipazione cantonale di investire nella costruzione di centrali e carbone.

Cosa resta oggi della Liquichimica

Ciò che rimane ora è uno spaventoso, quando gigante, scheletro che obbliga lo Stato a fare i conti con il proprio passato: dalla frustrazione di intere famiglie che avevano trovato nella costruzione del polo industriale un’alternativa alla quasi obbligata fuga verso il nord per la ricerca del lavoro, fino allo sconvolgimento di un ecosistema che trovava nella sua variegata vegetazione fonte di guadagno per gli abitanti del luogo, passando per la pesante ingerenza mafiosa negli affari statali. Quello che appare sicuro è che ancora una volta a pagare sulla propria pelle le sciagurate politiche parlamentari fu la popolazione. Un fantasma ingombrante veglia sulle coste incontaminate di Saline Joniche. La domanda quindi sorge spontanea, quale sarà il futuro del suddetto polo industriale? La nazionalizzazione dell’impianto e la sua riconversione in uno spazio artistico culturale, un luogo di dialogo tra popolazione e ambiente circostante potrebbe essere una soluzione. In una regione dove la popolazione è storicamente costretta a subire i soprusi della ‘ndrangheta (cui l’assenza statale è diretta complice) la creazione di un luogo di comunicazione, un luogo di lotta culturale contro l’egemonia del capitale e di valorizzazione sociale può essere una valida strada da seguire. La popolazione calabrese ha bisogno di parlare, ha bisogno di spezzare quelle catene che la vogliono arretrata, terra d’emigrazione e di disperazione. Solo la cultura e il lavoro possono liberare la regione e i cittadini dalla pesante morsa della ‘ndrangheta e dal lassismo statale.