Con la fine del secondo conflitto mondiale ed il trauma lasciato dalle esperienza dei totalitarismi dell’Europa occidentale, la democrazia di stampo anglo-americano si è diffusa a macchia d’olio in tutto il globo. Nel 1989, con la caduta del Muro di Berlino, viene abbattuto uno degli ultimi ostacoli del cammino di instaurazione e consolidamento della democrazia. Gli Usa, usciti sostanzialmente vincitori dal conflitto ideologico con l’Urss, sono stati i principali promotori del modello democratico, presentato come la miglior forma di governo possibile ed immaginabile. I processi di globalizzazione economica e culturale hanno fatto, o stanno facendo, tutto il resto.

Ma la democrazia è realmente la miglior forma di governo tra quelle ideate ed applicate alla società dall’essere umano? A questa domanda hanno cercato di dare una risposta sostenitori, oppositori e più in generale teorici della democrazia. Diversi autori si sono cimentati nella critica, intesa come studio, della democrazia. Un critica complessa se non altro perché, nel momento in cui si mette in discussione un modello, è necessario proporre, se non alternative, quantomeno soluzioni.
Uno dei primi grandi teorici della democrazia, degno di essere citato per la profondità delle sue analisi, è Montesquieu, pensatore politico vissuto nella seconda metà del XVIII secolo. Montesquieu afferma che la democrazia, come tutte le forme di governo, possiede una natura, che la rende tale, ed un principio, che le permette di agire. La natura della democrazia è il governo del popolo sovrano, il principio è la virtù. Cosa si intende per virtù? In questo caso, la virtù democratica è la capacità di anteporre il bene collettivo, il bene della res publica, al proprio bene; mettere cioè da parte i proprio desideri, gli egoismi e gli istinti individuali difronte alle necessità della comunità politica. Nel momento in cui il popolo sovrano perde questa prerogativa, viene meno il principio della virtù e il meccanismo si sfalda. Montesquieu affermava che un simile governo, basato sostanzialmente sull’autogoverno responsabile dei cittadini, avrebbe potuto funzionare in una comunità circoscritta ad un territorio di piccole dimensioni, mentre avrebbe finito col collassare rapidamente applicato ad una grande comunità politica.

Il tema della democrazia viene affrontato da un altro grande pensatore politico del ‘700: Jean Jack Rousseau, autore de “Il Contratto Sociale”. In questa opera Rousseau fa un elogio della volontà generale, la volontà del popolo inteso come corpo politico. La volontà generale non è la somma delle volontà individuali, ma la volontà sovrana del corpo politico istituito dal patto sociale. Essa è inalienabile, assoluta ed infallibile. Ma nella parte dell’opera dedicata alle diverse forme di governo, l’autore esprime un’idea di democrazia sorprendentemente in controtendenza rispetto all’idea di volontà generale precedentemente trattata: “La democrazia non è mai esistita, non esiste e non esisterà mai.” Perché questa amara conclusione? Perché Rousseau osserva che, in una democrazia, la tendenza a privilegiare i propri interessi a scapito dell’interesse generale emergerebbe inevitabilmente con enorme facilità: “La democrazia, se esiste, è la forma di governo più adatta ad un popolo di Dei”.

L’analisi più attuale ed interessante sulla democrazia è senza dubbio quella che ci viene presentata da Tocqueville, che nel 1835 pubblicò un’opera intitolata “La Democrazia in America”. Tocqueville parla della democrazia come di un fenomeno inarrestabile, quasi provvidenziale, contro il quale è impossibile erigere barriere. I popoli hanno conosciuto la libertà e sopratutto hanno conosciuto l’eguaglianza: difficilmente vi rinunceranno. Ma Tocqueville è consapevole del fatto che la democrazia abbassa il livello e la qualità dei sentimenti e delle idee dei cittadini all’interno della società. I risultati di tale abbassamento delle coscienze sono una società incentrata sull’individualismo e sul conseguimento di piaceri frivoli e superficiali, incapace di sollevarsi dal peso dell’opinione della maggioranza. Consapevole delle conseguenze negative cui avrebbe condotto la società dell’eguaglianza, scrisse: “Voglio immaginare sotto quali tratti inediti il dispotismo potrà prodursi nel mondo; vedo una folla innumerevole di uomini simili ed eguali, che incessantemente si ripiegano su se stessi per procurarsi piccoli e volgari piaceri, di cui riempiono la loro anima. Ognuno di essi, ritirato in disparte, è come estraneo al destino di tutti gli altri, i suoi figli e i suoi amici personali formano per lui tutta la specie umana.”.