Il pericolo di rimanere impigliati in una invention of the West, ricorre negli studi storico-religiosi, quale memento a tenere conto della complessa problematicità che è necessario affrontare, ogni qual volta le esigenze della ricerca richiedano di impiegare categorie interpretative, originatesi nell’Occidente prima cristiano e poi illuminista, nello studio delle culture altre. Invenzioni dell’Ovest ed in particolare di un ovest franco-britannico, vengono considerati oggi: l’induismo, tendenzialmente sostituito dalle religioni dell’India quale tema di studio in ambito accademico, come l’orientalismo, demolito dalla più celebre opera (Orientalism, 1978) del grande studioso statunitense di origini palestinesi Edward Said (1935-2003). Non pare pertanto vano domandarsi, se anche la categoria storico-religiosa di fondamentalismo non rischi di rivelarsi un’invenzione dell’Ovest. In questo caso, nonostante le colorature che il termine ha assunto nel linguaggio comune, continuamente veicolato dai principali media occidentali, riteniamo di no.

Se infatti l’uso corrente del termine fondamentalismo si è rivelato tanto elastico da allargare la propria area semantica, abbastanza per comprendere genericamente ogni forma di intolleranza, violenza, terrorismo e fanatismo a sfondo religioso, collocandoli possibilmente in luoghi lontani dal beato Occidente delle opposte virtù; il primo manifestarsi del fondamentalismo va registrato nel contesto del cristianesimo protestante degli Stati Uniti d’America, al volgere tra Ottocento e Novecento. Ovvero in un ambiente fortemente segnato da processi di modernizzazione, destinati ad approfondirsi e diventare globali.

Cyrus Ingerson Scofield

Cyrus Ingerson Scofield

Fu infatti nel 1895, presso Niagara Falls (Stato di New York), che un gruppo di teologi, appartenenti a diverse confessioni del protestantesimo, si riunì per affermare con forza cinque principi fondamentali: l’inerranza della Bibbia, la divinità di Gesù Cristo, nato dalla Vergine, morto e risorto per la redenzione del genere umano, e del quale occorre attendere il sicuro ritorno assieme alla resurrezione della carne. Niagara Falls rappresentò la risposta alla corrente teologica liberal, già influente in numerose chiese e favorevole all’applicazione metodologica di scienze umane, quali storia, archeologia, filologia, nel campo dell’interpretazione scritturistica. Da ciò, la particolare importanza del primo fondamentale affermato nel 1895: l’inerranza della Bibbia con la connessa lettura letterale e astorica, scongiurante il rischio deleterio che le nuove tecniche interpretative conducessero allo smarrimento del messaggio divino autentico; se pure anche la fede nel ritorno di Cristo, con la conseguente tensione apocalittica, spesso legata alla teologia dispensazionalista del teologo Cyrus Scofield (1843-1921), avrebbe segnato il movimento in maniera considerevole.

Soltanto tra il 1909 e il 1915 tuttavia, due pastori di confessione battista diedero alle stampe la celebre serie dei piccoli volumi intitolata: The Fundamentals, procurando un’ampia diffusione alle idee della nuova teologia, avversa ai liberal. Nel 1919, i teologi di Niagara Falls diedero quindi vita alla World Christian Fundamentals Association. Emblematico, per il fondamentalismo nascente, fu allora, nel 1925, lo Scope Trial o Processo alle Scimmie; quando in un tribunale di Dayton (Tennessee), John Scopes, insegnante vicino ad alcuni movimenti che promuovevano la separazione tra stato e religione, fu accusato di avere violato le disposizioni didattiche e di blasfemia, insegnando le teorie evoluzioniste di Charles Darwin. L’accusa fu sostenuta da William J. Bryan, avvocato democratico famoso in tutto il paese ma religioso e creazionista, il quale ebbe la meglio. Oltre al Tennessee, anche Oklahoma, Mississipi, Florida ed Arkansas, adottarono legislazioni creazioniste ma soprattutto i Fundamentals furono definitivamente catapultati in un contesto mediatico moderno. Radio e giornali come il New York Times, coinvolsero e appassionarono nel Processo alle Scimmie milioni di americani, stabilendo un legame, non previsto nel 1895 ma destinato ad avere grande futuro, ben oltre il cristianesimo protestante, tra nuovi media, politica e fondamentalismo.

La Anti-Evolution League manifesta a Dayton, (1925)

La Anti-Evolution League manifesta a Dayton, (1925)

L’uso moderno del termine fondamentalismo emerse dunque quale indicativo emico: auto designazione di una corrente teologica che intendeva opporsi alla modernità in nome della purezza originaria, espressa nella Bibbia; molto più tardi, esso è passato a designare, nell’ambito della sociologia e degli studi storico-religiosi, una categoria in grado di accomunare movimenti propri di contesti anche molto differenti tra loro. Gruppi fondamentalisti sono stati individuati, travalicando il Cristianesimo, nelle altre fedi monoteiste abramitiche, l’Islam e l’Ebraismo ed affrontando maggiori problematicità, per una categoria che già accomunava convinti pacifisti e feroci combattenti, nelle aree del Buddismo, dell’Induismo e del Sikhismo.

Gli studiosi del fenomeno fondamentalismo si sono quindi impegnati a descrivere la struttura del loro oggetto di ricerca ma senza approdare a definizioni o ad un’interpretazione condivisa; oscillando, anche nello stesso studio, tra il riconoscimento di un fenomeno assolutamente moderno, la ricerca di antecedenti storici e l’accostamento ad una forma mentis giacobina (Shmuel Eisenstadt, Fondamentalismo e Modernità, 1993). Ricordando solo alcune tra le numerose interpretazioni, più dubbie paiono l’assimilazione ai totalitarismi novecenteschi (Ernest Gellner), la proposta di un legame costitutivo tra il fondamentalismo e la teoria dello scontro di civiltà (Samuel P. Huntington), o l’accostamento al modello politico dello stato etico (Enzo Pace, Renzo Guolo, I Fondamentalismi, 2002). Interpretazione, quest’ultima, secondo la quale, lo Stato rappresenterebbe, per i fondamentalisti, lo strumento necessario al ripristino dei legami e dell’identità collettiva, minacciati dal disordine morale e sociale, causato dalla modernità.

Quanto meno nella prospettiva di Huntington, il rischio di cadere in una invention of the West, valutando il fondamentalismo quale ultima resistenza di un passato, segnato da fanatismo e intolleranza, dalle quali si vorrebbe libero proprio l’Occidente liberal-capitalista, parrebbe tutt’altro che evitata.

Samuel P. Huntington

Samuel P. Huntington

Chi ha studiato il fondamentalismo, in stretta relazione al contesto suo proprio, è senza dubbio lo storico delle religioni italiano Giovanni Filoramo (Giovanni Filoramo, Millenarismo e New Age, 1999). Se infatti è vero che il fondamentalismo colloca il proprio modello utopico nel passato, esso non propone il ritorno alle società tradizionali precedenti l’avvento della modernità, sviluppatasi in loco o prodotto di importazione più recente, tra colonialismo e globalizzazione, militari, missionari e mercanti. Il fondamentalismo, al contrario, mira a riconquistare il passato mitico delle origini, espresso nella lettera del testo sacro. La riflessione teologica secolare o millenaria della tradizione è anzi fortemente avversata dai fondamentalisti, poiché colpevole di essersi lentamente discostata dalle origini, come le gerarchie religiose tradizionali. Tale avversione consente di distinguere il fondamentalismo dall’integralismo o da un semplice atteggiamento tradizionalista. Gli integralisti infatti contrappongono alla modernità: il ruolo del clero e l’applicazione integrale di una tradizione irrigidita, alla quale poco vorrebbero permettere di rinnovarsi.

Quella di integralismo risulta allora la categoria più appropriata per definire alcuni movimenti, sorti nello spazio del Cattolicesimo, come la Fraternità San Pio X (lefevriani), il cui tradizionalismo non è conciliabile con il ritorno alle origini del testo sacro, proprio dei fondamentalisti. L’avversione alle strutture del clero tradizionale con le sue elaborazioni dottrinali e la ricerca di un’azione ispirata, senza mediazioni, alla lettera delle scritture sacre, paiono per altro non compatibili con il Cattolicesimo stesso e, più in generale, con tutti i contesti religiosi entro i quali non è possibile rinunciare al patrimonio teologico tradizionale, senza mutare radicalmente di identità. Considerazione questa che dovrebbe forse rimettere in dubbio anche l’ascrizione al fondamentalismo dell’esperienza rivoluzionaria iraniana di Ruhollah Khomeyni, pure affermata da non pochi studiosi, particolarmente inclini a considerare il fondamentalismo da prospettive socio-politiche più che religiose.

Ruhollah Khomeyni

Ruhollah Khomeyni

Certo, da un figlio – legittimo o illegittimo? –  della modernità, sarebbe vano attendersi il rispetto di teologie ed istituzioni ecclesiastiche tradizionali, già indebolite dal processo di secolarizzazione; ed anzi il rifiuto fondamentalista delle antiche strutture si rende possibile proprio grazie ad una delle caratteristiche fondamentali del mondo moderno: l’esasperato individualismo, anche religioso. Chi si è addentrato in profondità nel progetto moderno, tanto da trovarsi separato dagli stili di vita tradizionali dei suoi antenati, facendo ingresso nel nuovo mondo frammentato, occidentale o occidentalizzato, ove tanto risalto si è dato alla libera scelta da super market, è giunto anche nella situazione più adatta per abbracciare una religiosità nuova ed un progetto di risacralizzazione, percepibile come necessario. Il rifiuto delle tradizioni ben si accorda poi, oltre che alla modernità, alla natura più che costruttiva, fortemente oppositiva del fenomeno fondamentalismo,

il fondamentalismo… costituisce, nel contempo, una categoria e un fenomeno essenzialmente moderni, un tipico prodotto della modernità. La modernità costituisce il testo, a partire dal quale il fondamentalismo costruisce il suo controtesto o il suo momento decostruttivo; o, se si preferisce, essa è la struttura a partire dalla quale si costruisce la deriva sovrastrutturale fondamentalista.

Così, ad esempio, se il fondamentalismo degli Stati Uniti rifiuta l’aborto, il divorzio, tendendo a rimettere in discussione la laicità della polis, non si astiene oggi dall’utilizzo dei più sofisticati strumenti informatici, dando vita ad associazioni democratiche, volontaristiche, tendenzialmente egualitarie. Moderno è anche lo spazio centrale riservato spesso alla politica, da parte dei fondamentalisti. A riprova, valga ancora l’impegno dei fondamentalisti americani in favore di Ronald Reagan o più recentemente di George W. Bush.

Da un punto di vista storico-religioso più generale, caratteristica della modernità: è la rilevanza che la categoria del sacro va assumendo, in parallelo alla crisi delle religioni tradizionali. Anche al di fuori del campo fondamentalista, con le sue manifestazioni spontanee, irrazionali, imprevedibili, esondanti gli abituali alvei, il sacro rappresenta una categoria centrale della religiosità contemporanea. In maniera non più mediata, singoli e quindi gruppi umani possono rivolgersi verso nuove riserve del sacro, fonti di identificazione, di senso e di futuro. Per i fondamentalisti, sacro è anzitutto il rispettivo canone di scritture. Il processo di risacralizzazione che dalla scrittura origina, incoraggia nei credenti un senso di esclusività e di esclusivismo, che li separa dagli altri uomini, compresi i correligionari non fondamentalisti; in accordo alla consueta struttura del sacro che è struttura dicotomica, rispetto al profano. Richiamando tale struttura di scissione, Filoramo ricorda quindi l’evoluzione fondamentalista dell’Islam nell’India meridionale, a scongiurare il rischio che i mussulmani si confondano con le altre genti. Il fondamentalismo mette in opera

logiche antiche, legate ad esempio alla funzione del Libro sacro, del leader carismatico, dei simboli di purità, facendo loro svolgere funzioni nuove, la cui novità è data, appunto, dal particolare contesto in cui esse si trovano ora a realizzarsi. Si pensi alla funzione non soltanto di coesione sociale, ma anche di identificazione individuale che questi meccanismi svolgono. Un’ideologia fondamentalista rifiuta la dicotomia tra dimensione religiosa privata e dimensione laica pubblica, dal momento che il credente viene ora fatto rientrare, nella sua integralità, nel dominio del sacro.

Ovvero, una volta che la modernità ha promosso e mescolato per ogni dove, con il suo ipertrofico individualismo, nuovi e mutevoli stili di vita, appiattiti sulla dimensione materiale consumistica, distruggendo le vecchie forme di coesione ed identificazione: i fondamentalismi trovano maggiore facilità a prosperare.

71BLBhqtinL

Come già accennato, i fondamentalisti rispondono alla sfida moderna con la tesi utopica del ritorno alle origini, espresse nel testo sacro e dalle quali si è commesso il torto di volersi improvvidamente allontanare. Il tema dell’allontanamento risulta così tanto comune, quanto i miraggi delle origini divergono; moltiplicandosi, tra i gruppi fondamentalisti, le differenti interpretazioni dei medesimi canoni di scritture. Il fondamentalismo ebraico Gush Emunim che attribuisce grande risalto all’espansione territoriale d’Israele, si trova ben lungi dal riscuotere l’approvazione di tutti gli altri fondamentalisti dell’ebraismo, ottenendo anzi spesso il loro biasimo. Pressoché immancabilmente tuttavia, la prospettiva del ritorno alle origini viene a svolgersi entro un quadro dualistico, stanti: le forze del male che si oppongono e quelle del bene, impegnate nella difficile riconquista. Il sacro si ripresenta pertanto lungo la perigliosa via di ritorno anche come propulsore dell’agire sociale e nonostante le previsioni otto-novecentesche di un futuro completamente secolarizzato, si manifesta ostinatamente quale punto fermo per il tentativo di mettere ordine tra gli inquietanti flutti della modernità liquida.

Certo, non sempre l’agire sociale, volto al recupero dei fondamentali, assume le forme di un coinvolgimento nella sfera politica ma nell’ottica dell’interesse per il perduto vincolo sociale, la propensione all’impegno politico di molti movimenti fondamentalisti si rivela tutt’altro che sorprendente; quando non giunge a rappresentare, specialmente in contesti di sradicamento e crisi economica, un elemento di grande richiamo. Di fianco alle antiche domande sulla corretta esegesi del testo sacro, il fondamentalismo restituisce attualità non di meno anche le questioni della teologia politica.

1018316866

Solo raramente, se pure più di frequente nel corso degli ultimi decenni, il ritorno ai fondamentali, dalla via politica, si è inoltrato verso i modi del terrorismo e della violenza; con espressioni tanto appariscenti e tragiche da imporsi quali aspetti principali della rappresentazione mediatica del fenomeno e conseguentemente della sua percezione diffusa. Ciò nonostante, limitarsi ad osservare il fondamentalismo nelle sue sempre più inquietanti versioni islamiche, spintesi fino agli orrori dell’Isis, se può rassicurare, rischia di precludere una corretta comprensione del fenomeno e degli opportuni interrogativi da porsi. Conclude infatti Filoramo,

A prescindere dal giudizio che si dà del fondamentalismo, esso costringe infatti a chiedersi su quali basi sarà mai possibile mettere in moto quei più generali processi di azione collettiva, di messa in discussione della libera opinione senza limiti, di una ricerca individuale incapace di autolimitazioni e di sacrifici in nome di un bene metaindividuale, di una solidarietà in grado di trascendere finalmente i vincoli dell’egoismo e del narcisismo individuali. Nel contempo, nella situazione multiculturale e di pluralismo religioso in cui oggi ci troviamo a vivere, esso costringe a chiedersi fino a che punto può ancora funzionare un modello di rapporto tra Chiesa e Stato costruito in funzione di un’ideologia secolare e di una concezione privatistica della religione.

Domande lontane dal trovare risposta ma certo incomprensibili senza considerare i precedenti processi di modernizzazione e secolarizzazione. Sollevando tali interrogativi tuttavia, il fondamentalismo certifica ulteriormente il suo carattere di forma religiosa moderna; se ben osservato, affatto la creazione di una lente deformante, tra quelle che compiacciono lo sguardo occidentale sull’alterità ma una vera e propria: creation of the West.