di Alessandro Panerai

 

Quella di far carriera accademica é stata per decenni (e continua ad esserlo tuttora) una di quelle scelte di vita inequivocabilmente oggetto di pubblica approvazione, in quanto in grado di procurare riconoscimento sociale, sicurezza economica, una certa influenza in materia di opinioni, e, perché no, anche una notevole erudizione, che non fa certo difetto. Insomma, chi diventava professore universitario si vedeva garantita una “posizione”, una statura sociale di indubbio rispetto. Ad occupare una cattedra spesso non erano semplicemente persone che spiccavano per cultura e conoscenze, ma educatori nel vero senso della parola, uomini, cioé, attenti alla crescita morale e spirituale dei loro alunni, non solo professori che distribuivano nozioni al vento. Il fatto stesso che si senta parlare di “esamifici” e di “baroni” già ci fa capire che i ritratti di simili uomini sono in più fasti di una gloria passata, e che ben poco hanno di attuale (salve le rare, quanto preziose, eccezioni). A ben guardare, pero’, il mondo accademico rivela storture ben più radicate e gravi, in ambito non solo italiano bensi’ internazionale, il che dovrebbe preoccuparci e non poco, dato che i frutti del loro lavoro (o, meglio, i danni che ne derivano), fuoriescono velocemente dalle aule universitarie ed hanno impatto sulla società intera.

 

Tanto per cominciare, i professori universitari tendono a formare una cerchia chiusa di membri, una casta elitaria che va perfettamente a braccetto con una delle tendenze più devastanti del nostro tempo: l’iper-specializzazione. Invece di espandere la loro conoscenza del mondo, gli aspiranti professori, sin dal dottorato, devono concentrarsi su una nicchia di sapere quanto più ridotta possibile, sia perché altrimenti rischiano di non trovare un impiego, sia perché in caso contrario non li si ritiene esperti in nulla, come se l’aver letto decine di paper su un argomento minuscolo ti rendesse un’autorità in materia (vedremo tra poco l’illusorietà di una simile “esperienza”). Questo discorso é tanto più valido quanto più l’ateneo é prestigioso, dato che un’università “d’alta classifica” puo’ permettersi di assecondare questa dinamica di specializzazione erigendo cattedre e dipartimenti all’uopo, creando claque di accademici e alunni ancora più elitarie. Prima conseguenza di un simile fenomeno é il fatto che i massimi esperti al mondo di un argomento a caso, mettiamo l’impatto del modello economico capitalistico sulla biodiversità, e mettiamo che si parli di dieci persone, non possano fare ricerca se non su questo e non senza aver prima letto tutto cio’ che viene o é stato pubblicato dai loro peers. Una persona normale inizierebbe a fare ricerca seria verso i 40 anni, date le  tonnellate di cose da leggere anche solo per acquisire un background, ma, ancora peggio, si limiterebbe a scrivere per i suoi 25 lettori (gli altri 9 prof. e i loro alunni, al massimo) perché altrimenti verrebbe meno la sua credibilità professionale. Questa prospettiva alienante fa già capire dove vogliamo andare a parare: il professore medio é già di per sé “anestetizzato” dal sistema, in quanto a portata del proprio lavoro, e se non lo é ha una visione solo parziale del mondo, per cui dà giudizi necessariamente approssimativi, e vedremo che cosa cio’ implica.

 

Il professore iper-specializzato medio pubblica per i suoi amici e colleghi, ma, e qui sta il nocciolo della seconda problematica vera che affligge l’accademia di oggi, pubblica prima ancora che insegnare. La sua notorietà, quindi il suo stipendio, dipende dal numero di apparizioni dei suoi scritti su riviste accademiche (specializzate), non dal contributo dato alle vite e alla cultura dei suoi studenti. Due le conseguenze perniciose: in primis, meglio pubblicare tanto, al kilo o “a puntate”, diluendo le idee il più possibile, del genere quaranta pagine per tre concetti, magari mettendosi d’accordo con i colleghi di cui sopra per ritardarla un po’ questa benedetta ricerca, che c’è da guadagnar per tutti; in secundis, l’attività d’aula diventa una noiosa incombenza, una distrazione dall’ennesima lettura in biblioteca, o  da quella conferenza in cui si puo’ benissimo ciarlare un’ora di niente, che tanto ti pagano anche li’. E non finisce qui: alla London School of Economics può capitare di avere professori (senza fare nomi) che parlano di diritti umani e di paesi in via di sviluppo senza aver mai visitato il cosidetto “terzo mondo”, o di scienziati politici a cui bisogna spiegare cos’è un bond o un derivato. Questi “esperti” potrebbero essere sostituiti con mutuo guadagno da una qualsiasi guida malese, da un beduino o da gente che lavora sul campo, ed anche la ricerca farebbe un notevole passo in avanti, raggiungendo, data l’esperienza, quella vera, di chi queste materie le ha viste sulla propria pelle, un grado ben più elevato di universalità.

 

Un professore del genere, insomma, é uno che finisce per apprendere ben poco, soprattutto dai propri alunni. Un accademico che si rifiuti di riconoscere che spesso é proprio lui ad essere il primo a risultare arricchito dall’interazione con gli studenti dovrebbe essere guardato con sospetto, perché probabilmente ha sbagliato mestiere (e gli studenti hanno sbagliato corso). La tirannia delle pubblicazioni rende la comunità accademica un’appendice sterile e distorta (ma purtroppo non innocua): non vitae, sed scolae discimus…

 

Si prenda l’esempio degli economisti. Economisti i quali non sono per definizione imprenditori, cioé non fanno economia. La studiano, semmai, e solo ex post, basando la loro dottrina sulla costruzione di modelli e sulla raccolta di dati, e spesso evitando (giustamente) previsioni sul futuro. Modelli, pero’, ricchi d’assunzioni, dato che la vita vera non si scomoda a farsi inquadrare in tre formule matematiche: assunzioni, quindi astrazioni, quindi ipotesi inverificabili, totalmente staccate dalla vita vera. Ed é subito paper. Ma il bello viene quando i suddetti economisti pretendono di adattare la vita vera al modello, il che avviene, citando Taleb, pressapoco cosi’:

 

traders trade —> traders figure out techniques and products —> academic economists find formulas and claim traders are using them —> new traders believe academics —> blowups (from theory-induced fragility)

 

Ecco allora che gli economisti dell’IMF teorizzano la cura dell’austerity e dopo tre anni riconoscono “che si erano sbagliati”, Ben Bernanke, ex-guida della FED e professore, dice che la crisi “l’abbiamo causata noi” ecc.ecc. Peccato pero’, e qui sta il paradosso ultimo, che a questi signori nessuno torca un capello. La cosa più comoda dell’essere accademici é che si puo’ dire tutto e il contrario di tutto, sostenendo la ricerca con dati scelti appositamente per farla sembrare valida (meglio se sbagliati, cosi’ qualche collega puo’ confutarla e portare il pane a casa), e non rimetterci nulla se ne derivano crisi planetarie di portata epocale. Non hanno, insomma, skin in the game, e si limitano a firmare contratti di consulenze milionarie, a tenersi i loro conflitti d’interesse (molti degli economisti pro-austerity e pro-deregolamentazione, guarda caso, erano nei board delle principali società finanziarie che ne hanno tirato su profitti a 8-9 zeri…), e a pubblicare un libercolo ogni tanto (riassumibile, si e no, in tre righe) per sentirsi in pace con la coscienza. Chi ci rimette, inutile dirlo, sono gli studenti e i “non-esperti”, persone normali magari paradossalmente più edotte nelle materie in questione (richiamo il parallelo economisti-imprenditori), che se non risultano totalmente esiliati dalle cerchie degli eruditi non-sapienti delle grandi università, devono addirittura asservirsi a un sistema abbrutente e disumanizzante per entrare a farne parte.