a cura di Gabriele Cruciata

 

È sera nel Vomero, nella Napoli bene. Non è notte, ma ha già fatto buio, e sotto ad un portone, in attesa, ci sono due uomini. Sono entrambi rilassati, anche se parlano poco tra di loro. Quel che stanno per fare l’hanno fatto altre mille volte: son professionisti ormai. A qualche chilometro invece c’è una Mehari verde che dalla redazione de Il Mattino si sta dirigendo proprio verso quel portone. Dentro c’è un ragazzo di ventisei anni; anche lui è tranquillo: si farà una doccia a casa e poi andrà ad un concerto. Sarà una serata divertente, o così gli sembra. Già, perché non sa che quei due uomini aspettano proprio lui. Dopo pochi minuti arriva sotto casa. Spegne lo stereo. I due uomini gli si avvicinano e lo freddano con otto colpi di pistola esplosi a pochi centimetri di distanza. Il ragazzo cade riverso nell’abitacolo della sua Mehari, mentre i due uomini scappano.

Quella è la notte del 23 settembre 1985, e il ragazzo nella Mehari verde si chiama Giancarlo Siani.

Nato il 19 settembre del 1959 a Napoli, fin da giovanissimo si era distinto nel mondo della cronaca locale, scrivendo per vari giornali prima di approdare a Il Mattino, per il quale si occupava della cronaca di Torre Annunziata.

“C’è qualcosa di nuovo da scrivere? Abbiamo uno spazietto vuoto nella cronaca” il direttore, verso le 22, telefona al 113, come di rito quando manca un piccolo ritocco per completare la pagina.

Lo conoscete Giancarlo Siani? L’hanno ammazzato al Vomero

Arriva così la notizia in redazione.

Siani ormai da anni si impegnava a fondo nell’analisi del tessuto sociale, criminale e criminogeno, del luogo, arrivando a svelare come Valentino Gionta, boss camorrista locale, fosse riuscito negli anni a creare una rete di connivenze che gli aveva permesso di mettere le mani su affari milionari. Riuscendo a far eleggere giunte comunali corrotte, e sfruttando come copertura la propria registrazione alla Camera di Commercio in qualità di imprenditore ittico, Gionta aveva creato intorno a sé un impero basato sul contrabbando di sigarette e stupefacenti. Impero cui si erano aggiunti in seguito i clan Bardellino e Nuvoletta (quest’ultimo alleato dei Corleonesi), entrambi facenti parte della “Nuova Famiglia” di Raffaele Cutolo. Siani, in un articolo del 10 giugno 1985, rendeva noto come l’arresto di Gionta, avvenuto due giorni prima, fosse “il prezzo pagato dagli stessi Nuvoletta per mettere fine alla guerra con l’altro clan di «Nuova famiglia», i Bardellino”.

Gionta era diventato un personaggio scomodo, e doveva essere messo fuorigioco: prima con la “strage di Sant’Alessandro” (26 agosto 1984), e poi col suo arresto, facilitato dai Nuvoletta stessi.

Subito dopo la pubblicazione di quest’articolo, i massimi vertici camorristici locali si riunirono per decretare la sentenza che riguardava Siani, e nei mesi che seguirono progettarono con minuzia l’omicidio. A riprova di ciò giocano una serie di depistaggi che per anni infangarono la memoria del giornalista: ci vollero le testimonianze di tre pentiti, uscite nel 1993, per riaprire un caso che era stato archiviato già nel1988.

Dalla deposizione dei pentiti sortiranno, a cascata, una serie di processi che porteranno a nuove testimonianze, nuovi arresti e nuove condanne. Il 15 aprile del 1997 la seconda sezione della Corte d’Assise di Napoli ha condannato all’ergastolo i mandanti dell’esecuzione (i fratelli Lorenzo e Angelo Nuvoletta, e Luigi Baccante detto Maurizio) e i suoi esecutori materiali, Ciro Cappuccio e Armando Del Core. Valentino Gionta, condannato in appello all’ergastolo, fu scagionato dalla Cassazione ma attualmente è detenuto nel carcere di Novara, sottoposto al 41 bis dal dicembre 2007.

Sono numerose le giunte comunali su tutto il territorio nazionale che con l’intitolazione di aule, teatri e scuole mantengono in vita la memoria del giornalista napoletano, aiutate da bei film, come Fortapasc e Mehari, che ne ricostruiscono le vicende biografiche. Del resto Giancarlo Siani è morto, ma con lui non è morta quella sua lezione di legalità e di lotta alla malavita il cui vessillo oggi vien portato avanti da uomini e donne decisi a cambiare il destino di un’intera terra.

Giancarlo Siani non è morto perché gli uomini che cercano con passione delle risposte non muoiono mai fintanto che continuiamo a porci le loro domande.