di Daniele Frisio

In principio era Marx. Metà del XIX sec: un fermento rivoluzionario attraversa il continente europeo, l’ordine della Restaurazione post Congresso di Vienna vacilla ed è ormai prossimo a cadere. E’ il 1848, un anno destinato a passare alla storia non solo per il sorgere dei nazionalismi, ma anche per aver dato alla luce la prima teorizzazione scientifica del socialismo: il Manifesto del Partito Comunista. Marx infatti non è certo il primo teorico del socialismo in senso lato, le cui radici si perdono nell’antichità del pensiero Occidentale, ma a differenza dei suoi predecessori, raggruppati con sdegno malcelato sotto l’etichetta di “utopisti”, propugnava un metodo rivoluzionario pregno di razionalismo di stampo illuminista.

In cosa consiste quindi la più grande ed importante innovazione del marxismo? Nella concettualizzazione delle classi, in particolar modo di quella proletaria, figlia della società nata dal trionfo della borghesia sull’ancien règime e futura motrice della rivoluzione. Fin dalle sue origini, il pensiero di Marx individua dunque il “proletariato” come soggetto rivoluzionario per eccellenza, lo strumento tramite cui il sistema di produzione capitalistico sarà smantellato e assieme ad esso tutto il sistema di valori tradizionali “borghesi” (famiglia, religione, patriottismo, etch…). Va però sottolineato come questo soggetto rivoluzionario escluda, nell’ottica di Marx, una vasta fetta del popolo stesso: quando infatti Marx parla di proletariato intende in realtà i salariati, o, per meglio dire, la classe operaia. Questo avviene perché i lavoratori sono considerati gli unici in grado di sviluppare una coscienza di classe e un’organizzazione sindacale in grado di sovvertire il sistema. Non dimentichiamo infatti che su questo tema fondamentale – sommato alla polemica anarchica legata al rifiuto della dittatura del proletariato, vista come una diversa forma di oppressione statalista – fallì la prima internazionale dei lavoratori. Da un lato infatti l’anarchico Bakunin si fece portavoce delle istanze del sottoproletariato (tipico di paesi più poveri come Italia e Spagna), dall’altra Marx non smise mai di credere che la rivoluzione avrebbe preso piede solamente nei paesi più industrializzati, con un proletariato a carattere operaio.

A prescindere dalla grossolanità dell’errore di valutazione compiuto da Marx nel ritenere le tradizioni come un elemento strutturale della cultura borghese, dove al contrario esse sono l’anima stessa dei popoli, questa caratteristica classista del marxismo avrà un enorme peso sugli sviluppi del socialismo europeo. Esempio lampante quello della Germania Weimariana, forte della presenza di due dei più importanti partiti socialisti d’Europa (SPD e KPD), i quali però disdegnarono sempre le esigenze dell’enorme fetta di popolazione disoccupata, considerata sostanzialmente incapace di organizzarsi e quindi relegata sempre in secondo piano. Dei disoccupati si occuparono invece i nazionalsocialisti che rifiutavano la visione classista della società, ritenendo possibile una sintesi fra gli interessi degli imprenditori e dei salariati basata sulla comune appartenenza al popolo tedesco, di cui i disoccupati stessi facevano parte a pieno titolo. La crescita elettorale del nazionalsocialismo può quindi venir interpretata sotto la luce che vede nella capacità di superamento delle moderne divisioni di classe una delle chiavi del suo successo.

Un lascito di questa cultura sopravvive ancora oggi nella sinistra post-marxista: la paura atavica per quel popolo considerato un po’ ignorante e vittima delle passioni più basse, si riflette oggi nel richiamo sistematico al pericolo “populista”. Si è cioè giunti al paradosso secondo cui la sinistra stessa è diventata totalmente incapace di comprendere le esigenze reali del popolo. Ormai persa in un mondo apparentemente slegato dalla realtà di chi avverte realmente il disagio della situazione, la sinistra sta oggi ricommettendo il più classico dei suoi errori di valutazione: dimenticarsi di cosa sia concretamente il popolo. Le antiche parole d’ordine anticapitaliste e di difesa dei diritti sociali hanno lasciato il passo al richiamo alla “responsabilità” e al bon ton. Dall’alto di una cultura autoreferenziale, che ha fatto del politicamente corretto e della terminologia perbenista i suoi cavalli di battaglia, i post-marxisti hanno ormai rinunciato alla propria vocazione storica. Pare che il popolo brutto e cattivo delle periferie se ne sia già accorto.

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