di Lorenzo Pennacchi

La realtà attuale, rappresentata dal modello capitalistico di stampo neoliberista, è un qualcosa di sconosciuto ai più. Caratterizzata dal mito del progresso e dalla globalizzazione viene vissuta, o per meglio dire subita, senza essere compresa. La cultura ed il pensiero hanno assunto quel carattere dogmatico, tanto caro alle logiche del potere. L’atto stesso di pensare è divenuto eccezionale, possibile solo tra la visione di un reality ed il consumo frenetico. Un potere che, dal canto suo, ha mutato forma, instaurandosi, mediante il controllo, nella vita delle persone e trasformando i suoi centri: non più lo Stato, di fatto divenuto solamente una grande “questura”, ma le banche e le multinazionali dirigono l’esistenza degli esseri viventi ed il corso del tempo.

In questo scenario, la politica vive differenti crisi: l’assoggettamento totale all’economia, la lontananza dalla gente comune e l’incapacità di proporre alternative. Tutte queste problematiche derivano dall’omologazione, quasi totale, delle sue parti. I concetti di destra e sinistra sono svuotati dalla natura stessa del sistema ed il nichilismo ideologico divampa in tutte le direzioni. Il neoliberismo è riuscito a spacciare alcune idee, quali il libero mercato ed i vari diktat economici, per delle verità assolute, incontestabili ed immutabili. Ma non è tutto. La sua arma principale, rappresentata dal “divide et impera”, riesce a contrapporre le varie, anche se poche, forme di opposizione tra di loro, scatenando delle vere e proprie guerre tra poveri. Nel mentre, dall’alto della piramide sociale, i ricchi, ovvero i promotori di questi scenari di odio ed ignoranza, si compiacciono ed accrescono il loro potere.

Non è un caso che in Italia nel XXI secolo invece di lavorare alla creazione di un vero fronte antagonista al capitalismo, colpevole (legalizzato) delle politiche criminali odierne, assistiamo a scaramucce reazionarie tra movimenti estremisti di diversa natura: il fascismo combattuto dall’antifascismo, il comunismo dall’anticomunismo e così via. In questo calderone vengono inserite persone e gruppi che non ne fanno parte, ma, forse proprio perché troppo pericolosi, sono identificati come tali. È bene ricordare che le idee dovrebbero rappresentare la forza delle azioni e non il loro ostacolo. Oggi avviene esattamente il contrario. Raramente, si è aperti al confronto con il diverso ed ancora di meno si accetta, socraticamente parlando, il dialogo. Si preferisce rimanere ancorati aprioristicamente alle proprie convinzioni ed il più delle volte, condannare per principio quelle altrui. Così facendo gli stereotipi continuano ad invadere la nostra società. È il trionfo del pensiero unico dominante, di un sistema che rifiuta il contraddittorio e continua dritto per la sua strada. Nel suo percorso, sempre più irreversibile, travolge tutto e tutti, dagli animali (umani e non) alla Natura nel suo insieme. La sua logica, perversa ed egoistica, rifiuta le critiche, tacciando i suoi oppositori come folli e utopisti.

Ma è esattamente da qui che il cambiamento deve partire: una rivoluzione, prima di tutto culturale, mossa dal pensiero critico umano e finalizzata allo smantellamento dei dogmi che sono alla base del sistema. L’essere umano deve tornare a pensare, mettendo in discussione delle idee che gli vengono poste come verità e muovendo alternative propositive, intente a costruire qualcosa e non a distruggere il tutto. In un’epoca tanto piena materialmente quanto vuota spiritualmente come questa, il singolo nella quotidianità deve rappresentare il mutamento che vuole vedere nel mondo. Il suo percorso, morale ed interiore (ma non certo passivo), dovrà attraversare le logiche sistemiche, comprenderle e scardinarle. Non le chiacchiere ma le conoscenze saranno le sue armi. Non la presunzione di voler diventare qualcuno ma la consapevolezza di essere esempio sarà la sua forza. Citando Ernst Junger: “il Ribelle è il singolo, l’uomo concreto che agisce nel caso concreto. Per sapere che cosa sia giusto, non gli servono teorie, né leggi escogitate da qualche giurista di partito. Il Ribelle attinge alle fonti della moralità ancora non disperse nei canali delle istituzioni. Qui, purché in lui sopravviva qualche purezza, tutto diventa più semplice”.