Si suole vantare ampi e proficui dibattiti, conversazioni, dalle manifestazioni con più larga partecipazione (mediatiche) a quelle tecnologiche, artificiali (l’interconnessione globale) fino a quelle più intime, personali, umane, dal monologo (divenuto passatempo per soli “pazzi”) al dialogo; ma si è realmente in grado di comprendersi? Forse una delle pigrizie mentali più profonde che l’uomo ha coltivato sinora può ricercarsi proprio qui. La comprensione, invero, non ha pressoché mai interessato il nucleo della comunicazione umana – così molte questioni appaiono chiare; si presume (o forse si spera) di intendersi, in verità ognuno intende ed interpreta secondo ciò che il suo cervello registra e poi trasmette, secondo quello che è il suo conosciuto, vissuto, secondo quella che è la sua esperienza, il suo modo di parlare e d’agire, il proprio mondo in sostanza.

Il genio pirandelliano aveva smascherato la natura di tale incomprensione rilevandola come conseguenza della frantumazione dell’identità e la seguente condanna dell’uomo a vivere infinite personalità che da altri gli vengono attribuite, o che lui stesso si plasma, quasi come un’irrefrenabile omologazione istintiva; la necessità di sentirsi sicuro e rassicurato, accettato dal branco, o massa o gregge. Quest’ultima ha sempre dimorato nell’uomo e la paura che la genera e la spinge assiduamente, può forse ricondursi alla millenaria repressione verso coloro i quali hanno sempre espresso il loro dissenso, la loro idea, a prescindere dalle conseguenze, dalle vanità o dai fanatismi dell’epoca; l’eresia religiosa per esempio – scatenante tra le guerre più rovinose e le ignominie più spietate della storia – ha caratterizzato l’intero evolversi della civiltà europea e quindi globale (da quella cristiana a quella islamica, da quella ebraica a quella ortodossa), rallentando non meno di quattro secoli fa con la fine delle guerre religiose e l’inizio del separatismo tra Stato e Chiesa che sulla spinta giusnaturalistica e illuministica imporrà gli odierni Stati-nazione, ora trasformati, indipendenti, pubblici, laici.

Ed è proprio quest’intima paura umana all’emarginazione e all’esilio che giunge oggi all’apice della sua bruttezza. Con la creazione del circolo d’élite, dello starsystem, dagli attori ai calciatori, dai giornalisti ai politici, al risibile mondo della moda, gli stereotipi di massa disegnano i simboli di una mala cultura, radicandosi nelle coscienze, esautorandone
l’autenticità, l’essenza, e soppiantando l’identità con bizzarre figurine oliate, pelate, ipocrite, devitalizzate. Se prima si veniva ostracizzati per pericoli sociali, poi emarginati per credenze religiose o politiche oggi si diviene esiliato per un paio di scarpe o di jeans, è questo il vero dramma. L’uomo ha veramente venduto l’anima al diavolo, ovviamente sott’inganno.
Si vogliono dunque risolvere chissà quali e quanti problemi quando neanche in un banale dialogo due persone riescono realmente a comprendersi?

Pirandello affermava infatti l’irrilevanza nella maggior parte delle discussioni, “l’uno, nessuno, centomila” (la disgregazione suddetta si vivifica con variabili nel corso del tempo a seconda delle circostanze a questo attuali, manifestandosi comunque costantemente come discriminante sociale; per cui se nel Medioevo si doveva essere cristiani, nell’oggi, per esempio, si deve stare “al passo con la moda”) non può condurre ad altro se non alla così fisiologica non comprensione; in un semplice colloquio tra tre persone ognuna interpreterà l’altra secondo i propri parametri, sconfinando irrimediabilmente in un caos di alte voci, o animalescamente in urla, schiamazzi, gestualità, e, in ultimo, violenza. E ciò si nota oggi dovunque; dai talk alle chiacchiere da bar o da pub o qualsivoglia, la maggior parte delle conversazioni sfocia in un continuo parlarsi sopra, in un costante flusso alienante che nulla ascolta se non le proprie ostinate convinzioni; si presume di ascoltare, ma si pensa a cosa dire.

Gurdjieff elevava l’ascoltare ad una vera e propria arte, percepita da pochissimi e da questi ben curata, la quale con l’avanzare della società attuale sembrerebbe sempre più irraggiungibile; egli distingueva altresì la coscienza oggettiva da quella soggettiva – quest’ultima propria della stragrande maggioranza della popolazione umana. Nella coscienza soggettiva, spiegava, tutti hanno un proprio mondo, una propria realtà e un proprio linguaggio, ad esempio: questo è ‘bene’ questo è ‘male’; nella coscienza oggettiva al contrario, il mondo, la realtà, è una ed una soltanto; e questa non può che generare una chiara, pacifica, univoca comprensione – richiamando l’esempio, si giunge al di là del ‘bene’ e del ‘male’.