A quanta libertà individuale siamo disposti a rinunciare in nome della sicurezza?

È questa la domanda che si pone Lisa Simpson nel ventunesimo episodio della ventunesima stagione di una serie che di significati ne ha a bizzeffe. A Springfield si discute della possibilità di riempire la città di telecamere per evitare i continui disordini. Ignorando l’avvertimento della ragazza, i cittadini decidono di intensificare i controlli in nome della sicurezza, a spese della propria libertà. Un Big Brother compiutamente applicato e diretto da Ned Flanders convinto così di poter realizzare il Regno di Dio in Terra. Ma così non è. A guidare la rivolta, ci sono (i soliti) Bart e Homer che, dopo aver scoperto una zona oscura alle telecamere proprio nel loro giardino, fanno della loro casa la reggia del male. Tutti a Springfield si trasferiscono nel giardino dei Simpson per fare ciò che vogliono, perché non controllati. Il finale è già scritto: Ned si pente di quello che ha fatto (si è sostituito a Dio) ed aiuta Homer a distruggere tutte le telecamere in giro per la città. Springfield è salva, seppur sempre imperfetta.

È evidente che, in linea teorica, libertà e sicurezza sono agli antipodi. Più libertà significa meno sicurezza, e viceversa. Da un punto di vista pratico, però, i due termini possono anche compenetrarsi. Nella nostra società, ad esempio, tutti noi abbiamo tantissima (troppa) libertà individuale, ma allo stesso tempo siamo perennemente controllati. La nostra libertà è, perciò, illusoria. Di fatto, siamo liberissimi di agire in un sistema che non abbiamo scelto e che ci impone sempre più i propri precetti nel nome del “nostro” bene. Di fatto, scegliamo noi cosa comprare, dove andare e come andarci, ma, stranamente, ci ritroviamo sempre con i prodotti degli stessi marchi multinazionali, negli stessi posti e con gli stessi mezzi. La nostra libertà è costantemente vigilata da un sistema che alimenta il suo potere non più con la forza, come accadeva in passato, ma attraverso il mercato, la pubblicità e, paradossalmente, il benessere delle persone. Gli americani, e sempre di più gli occidentali in generale (e quindi l’intero globo americanizzato), con la loro incredibile preoccupazione per la salvaguardia personale sono l’esempio perfetto di questa sintesi.

Questo accade perché, nella loro diversità, libertà e sicurezza sono due differenti conseguenze di una stessa causa: l’individualismo. In quanto preoccupati unicamente per la loro incolumità e vogliosi di fare sempre più cose, gli individui si rinchiudono su se stessi, scordandosi di essere animali sociali. Ecco perché, se ci ricolleghiamo all’episodio iniziale, Lisa Simpson e Ned Flanders non sono altro che due facce della stessa medaglia. In opposizione a ciò, la risposta più concreta ad una società sempre più atomizzata e fatta a misura di singoli, risiede nella riscoperta della collettività e di quello che già Aristotele chiamava “bene comune”. L’essere umano non è che una parte di un Tutto, ovvero della propria comunità e ancor più della Natura nel suo insieme. Essere parte non significa sottomettersi indistintamente a questa Totalità, ma essere cosciente della connessione che lo lega al resto del vivente. In questo senso, preso isolatamente, l’uomo non è nulla, solamente a contatto con l’altro da sé diviene qualcosa.

Contro le derive libertarie e le ambiguità liberali, negli Stati Uniti e in Canada dagli ultimi decenni del novecento, una serie di autori, tra cui Charles Taylor, Alasdair MacIntyre e Michael Sandel, hanno dato vita al cosiddetto movimento “comunitarista”, il quale, nella sua varietà, è teso a recuperare il valore intrinseco della vita associata, oltre che l’importanza dell’identità personale intesa come dialogica e narrativa. Ne Il disagio della modernità, Taylor vuole metterci in guardia contro i pericoli di quella che ormai possiamo definire come la post-modernità. L’autore parla proprio di tre veri e propri “disagi” che attanagliano la nostra epoca: il predominio della ragione strumentale, che ci fa ragionare unicamente in termini costi-benefici; la perdita di quella che Alexis de Tocqueville definiva la vera libertà, ovvero quella politica, facendo sì che gli individui moderni siano totalmente “rinchiusi nei loro cuori”; e l’individualismo dirompente “che a un tempo appiattisce e restringe le nostre vite, ne impoverisce il significato, e le allontana dall’interesse per gli altri e per la società”. Per adesso, il suo avvertimento sembra essere del tutto inascoltato. Che sia quello di Lisa o quello di Ned, è l’individualismo, nella sua incapacità a guardare al di là di sé stesso, a trionfare.